Madre di Dio

N. 5 maggio 2011

 «Rendici simili a te»

 Un'esigenza
   Madì Drello

 La virtù che attrae Dio
   Giovanni Ciravegna

Lei, cuore della fede
   Giuseppe Daminelli

Maria e i sacerdoti
   
Salvatore M. Perrella

Presenza efficace nella nostra storia
   Stefano De Fiores

«Indicazioni salutari del Cielo»
   Redazione

B.V.M. di Fatima (13 maggio)
   Sergio Gaspari

Dio sceglie ciò che non appare
   Fiorino Triverio

Fatti e persone
   a cura di Stefano Andreatta

Un testamento spirituale
   
Antonia Colombo

"Essere nel mondo"
   
Luigi M. De Candido

Teresa, "l'analfabeta sapiente"
   
Gianni Moralli

«Avevo... due rosari d'argento»
   
Maria Di Lorenzo

Grazia, preghiera, fiducia
   
Luisa Tarabra

Opinioni
   Bruno Podestà

Scaffale

"Torre della santa città..."
   
Carlo Mazza

Famiglia Paolina
   Giovanni Perego

La Madre di Dio nella musica
   Franco Careglio

Madre di Dio n. 5 maggio  2011- Copertina

 Incontri con Maria

di MARIA DI LORENZO


«Avevo... due rosari d'argento»

Ada Negri: un canto di lode a «quella ch'è Vergine Madre, e in sé porta / il pianto di tutte le madri».

Quel mattino in cui era partita da Lodi con «Dio nel cuore» e non sapeva ancora quale sarebbe stato il suo futuro, Ada Negri aveva però una certezza, una sola certezza, ma fatta di granito: il suo destino, la sua missione, era scrivere.

Aveva cominciato a nove anni e, crescendo, i suoi primi versi degni di essere pubblicati erano apparsi nell'Illustrazione popolare diretta da Raffaello Barbiera: avevano subito commosso e stupito i lettori, creando attorno alla giovanissima poetessa lodigiana un alone di profonda simpatia. Le liriche furono radunate in un volume, dal titolo Fatalità, nel 1892 e questa prima raccolta poetica con le edizioni Treves darà un successo strepitoso alla "Portinaretta" di Lodi, che ad appena un anno di vita era rimasta orfana del padre ed era cresciuta in una modesta portineria con la nonna, mentre la madre si sacrificava fino all'eroismo in una fabbrica tredici ore al giorno per permetterle di studiare.

Così Ada poté frequentare nel 1883 la Scuola normale femminile di Lodi ottenendo il diploma di maestra elementare e insegnò, a partire dal 1888, nella scuola elementare Motta Visconti di Pavia. Il grande successo arriso al suo primo libro fece sì che alla Negri venne attribuito il titolo di "professoressa", per poter insegnare nei licei, trasferendosi in seguito con la madre a Milano.

Ma il riscatto sociale non le fece mai dimenticare le sue umilissime origini («Io non ho nome. Io son la rozza figlia / dell'umida stamberga; / plebe triste e dannata è la mia famiglia, / ma un'indomita fiamma in me s'alberga», scrive lei nella lirica Senza nome), e ciò riesce forse a spiegare la sua forte, straordinaria attenzione per i diseredati e la sua accentuata sensibilità verso la vita miserevole del "quarto stato" di cui la Negri divenne la voce poetica del suo tempo.

Una voce che veniva a rompere un silenzio secolare e che si inseriva in un ideale libertario di impronta socialista, a cui l'autrice lodigiana aderì allora con tutto l'ardore dei suoi vent'anni e del suo cuore impulsivo. Anelito civile che poi sarebbe maturato in uno spirito di cristiana compassione negli anni e nelle raccolte successive, a mano a mano che le esperienze della vita le avrebbero dischiuso nuovi orizzonti di riflessione e di canto.

Rosario

Rosario. Foto GIULIANI.

«Gli ho parlato di Dio».

«Avevo due rosari / d'argento, con la piccola medaglia / della Beata Vergine di Lourdes. / Uno a te lo donai perché ti fosse / compagno nelle notti in cui più il male / t'era martirio, e con lo scorrer dolce / dei chicchi fra le dita, nel pensiero / di Dio placasse in te spirito e carne, / fratello».

È la prima strofa di una delle liriche più belle della Negri, I due rosari, composta per ricordare la morte dello scrittore Fernando Agnoletti (1873-1933). La poetessa aveva ricevuto in dono due rosari d'argento dall'amica, il soprano Rosina Storchio. Uno aveva deciso di regalarlo ad Agnoletti che era ricoverato in un ospedale milanese per una malattia terminale, e glielo portò un giorno andandolo a trovare. «Gli ho parlato di Dio – ricorda nell'epistolario – ma bisogna farlo piano e con tono lieve».

Agnoletti infatti era molto lontano dalla pratica religiosa e refrattario a discorsi di tal genere. Ada Negri pregò molto per lui e offrì rosari alla Madonna per la sua salvezza, tanto che alla fine l'amico scrittore chiese i conforti religiosi prima di spirare, volendo portare con sé nella tomba il rosario che gli aveva donato la poetessa lodigiana. Fu così che la Negri scrisse nei suoi versi:

«All'un de' polsi tu volesti / quel rosario scendendo al tuo riposo / primo ed estremo: ché altra sosta al mondo, / fuor della tomba, aver non ti concesse. / Ed io sull'altro a me rimasto senza sgrano / a sera le solinghe Avemarie / te ripensando e le procelle e il santo / vero amor di tua vita, amor di patria / scritto col sangue; e il tuo lungo patire / e il tuo morir, su di te chiamando / la luce eterna».

La Cattedrale (sec. XII) di Lodi, dedicata alla Vergine assunta (foto VISION).

La Cattedrale (sec. XII) di Lodi, dedicata alla Vergine assunta (foto VISION).

Il passaggio. Amata in vita dai suoi lettori, osteggiata e spesso fraintesa dai critici, anche a motivo dei suoi rapporti col fascismo.

Nel 1940, infatti, ormai settantenne, Ada Negri aveva ricevuto la nomina di Accademica d'Italia. Il riconoscimento tributatole avrà un valore ancor più alto perché per la prima volta nella storia dell'Accademia una donna veniva chiamata a farne parte. E veniva in un certo qual modo a "risarcirla" del mancato Nobel, assegnato invece alla Deledda, che forse le era stato rifiutato proprio per "sfregio" al Regime.

Ma alla poetessa che pure in gioventù aveva sognato e assaporato la gloria, tutto questo non interessava più. La morte si impadroniva in quegli anni di ogni cosa, delle persone amate, delle case ridotte ormai a un cumulo di macerie, l'Italia tutta era messa a ferro e fuoco. E lei era già "oltre", proiettata in un'altra dimensione. Una dimensione in cui faceva capolino l'eternità.

La sua scomparsa avvenne quasi all'improvviso, l'11 gennaio 1945, in una Milano devastata dalla guerra. I funerali, seguiti dai familiari e da pochi intimi, furono assai semplici. Verranno tributate in seguito le commemorazioni in suo onore, ma dell'ultimo passaggio della poetessa per le vie gelide di Milano ben pochi si erano accorti. Il Comune dispose la sepoltura nel Famedio del Cimitero monumentale, dal quale fu poi trasferita a Lodi, la "sua" Lodi, nel 1976.

G.F. Manieri, La Madre (sec. XVI), Museo di San Giuseppe, Bologna (foto BONOTTO)

G.F. Manieri, La Madre (sec. XVI), Museo di San Giuseppe, Bologna (foto BONOTTO)

Qual era stata la parabola della sua vita e della sua esperienza poetica? La prima tappa del suo percorso era stata quella di un socialismo lirico e umanitario, senza supporto di ideologie. Di qui era passata a una fase di umanesimo intenso e commosso – basti pensare ai versi di Maternità (1904) – in cui aveva esaltato il ruolo universale della madre sotto il profilo spirituale ed educativo.

Infine, era giunta alla fase più propriamente religiosa, mistica. Quella a cui, inconsciamente, aveva puntato tutta la vita. E non a caso proprio con una preghiera si chiude la postuma Fons Amoris:

«Fammi uguale, Signore, a quelle foglie / moribonde che vedo oggi nel sole / tremar dell'olmo sul più alto ramo. / (...) Fa' ch'io mi stacchi del più alto ramo / di mia vita, / cioè, senza lamento / penetrata di te come del sole». Tutto il suo percorso letterario era stato accompagnato dalla necessità vitale di «scrivere per istinto, come le detta l'anima ».

Un'inappagata brama di vivere, un inesauribile bisogno d'amore e di gloria. Per anni erano stati la fiamma che avevano acceso il suo canto, la sua virile, risentita, poesia civile. Ma quella sua parola poetica dotata di limpidezza estrema, nel travaglio doloroso della vita – in cui non le furono risparmiati lutti, separazioni, malattie e sofferenze – doveva condurla all'incontro rigenerante della fede. La sua giovanile attenzione alla sofferenza degli altri, il suo ribellismo sociale, divenivano infine sincera vocazione a indagare il mistero di Dio, sciogliendosi in canto di lode a Maria: «Quella ch'è Vergine Madre, e in sé porta / il pianto di tutte le madri» (Litanie). Erano avvisi di eternità sulla soglia della vita, dove tutto si ricapitola e trova pace, placandosi, in un salvifico approdo finale: «Quando anch'io sarò / dentro la terra con le mani giunte / sul petto, all'un de' polsi avrò un rosario: / questo. E gran pace, finalmente, in cuore, / fratello».

Invito all'approfondimento: P. Zovatto, Il percorso spirituale di Ada Negri, Centro studi storico-religiosi del Friuli- Venezia Giulia 2009, pp. 168, H 15,00.

Maria Di Lorenzo