Madre di Dio

N. 3 marzo 2011

  Luoghi sacri

 I suoi sì
   Madì Drello

 «Tu, graziosa e grande bambina»
   Giovanni Ciravegna

Scelta dal Padre
   Giuseppe Daminelli

Maria e i sacerdoti
   
Salvatore M. Perrella

La mariologia di Ratzinger
   Stefano De Fiores

Scoprire il mistero di Maria
   Giovanni Ciravegna

Con Nostra Signora verso la Pasqua
   Sergio Gaspari

«Qual è il vostro nome?»
   Fiorino Triverio

Fatti e persone
   a cura di Stefano Andreatta

A servizio della Parola
   
Giuseppe Maria Pelizza

Una grazia di Dio
   
Luigi M. De Candido

La Madonna dei Mi lici di Scicli
   
Tommaso Claudio Mineo

«Segno di consolazione»
   
Maria Di Lorenzo

Un'elevata forma di preghiera
   
Luisa Tarabra

Opinioni
   Bruno Podestà

Scaffale

"Tabernacolo..."
   
Corrado Pizziolo

Famiglia Paolina
   Giovanni Perego

La Madre di Dio nella musica
   Franco Careglio

Madre di Dio n. 3 marzo 2011 - Copertina

 Tradizioni

  di TOMMASO CLAUDIO MINEO


La Madonna dei Mi lici di Scicli

Maria, «sul suo possente destriero bianco, guerriera che brandisce la spada, scesa in battaglia», un'icona davvero inconsueta.

AScicli (Ragusa), una delle tante piccole città della Sicilia sudorientale, tesori riconosciuti di ineguagliata arte barocca, la Vergine santa di Nazaret è, nella chiesa madre, su un poderoso cavallo, dalle narici dilatate e soddisfatte, che, con una misurata ma decisa impennata, si mostra pronto a scendere nel campo di battaglia dove divampa lo scontro tra cristiani e saraceni, con alla testa, i primi, il gran conte Ruggero il Normanno, e i secondi, il superbo e sprezzante emiro Belcane. Regalmente abbigliata, con la corazza a protezione del petto, con in capo la corona regale d'oro e nella mano destra la spada rilucente, Maria, la madre di Dio, ben salda sul suo possente destriero bianco, le cui redini stringe nella sinistra, si avvia ad accorrere in aiuto degli sciclitani che, devoti da sempre, l'avevano invocata ed implorata con accorate e sincere preghiere. Con negli occhi Maria, intrepida guerriera a cavallo, dalla chiesa madre, idealmente ci conduciamo nella lunga spiaggia di Donnalucata, dove, a migliaia, dall'imponente flotta di chelandie, erano sbarcati e accampavano i saraceni. Qui, in difesa dei propri beni, della libertà, della fede cristiana e della vita stessa, erano accorsi gli sciclitani, i quali confidavano più nella certezza della fede che nella forza delle armi.

il prof. Tommaso Claudio Mineo, ordinario di chirurgia toracica presso l'Università di Tor Vergata (Roma), nel suo studio, mostra la raccolta di immagini di Maria che allatta, altra passione dell'illustre cattedratico (foto G. GIULIANI).

il prof. Tommaso Claudio Mineo, ordinario di chirurgia toracica presso l'Università di Tor Vergata (Roma), nel suo studio, mostra la raccolta di immagini di Maria che allatta, altra passione dell'illustre cattedratico (foto G. GIULIANI).

Siamo nella Quaresima del 1091, nel sabato precedente la Domenica della Passione. I cristiani di Scicli e i militi di Ruggero, notevolmente inferiori di numero ma fiduciosi nell'aiuto divino, si affidano alle preghiere e a ricevere i sacramenti, come erano soliti i normanni prima di ogni battaglia. I fatti evolvono verso lo scontro e le armi vengono impugnate. Il superbo Belcane, viceré di Sicilia del sultano dei saraceni, rinnova le sue richieste troppo ingiuste e gravose per il popolo cristiano di Scicli che opp o n e , ancora una volta, il suo deciso rifiuto. L'infedele emiro è inamovibile; egli in cuor suo nutre l'ambizione di ampliare il dominio saraceno in Sicilia e dunque, sicuro della superiorità del suo esercito e della vittoria, non indugia ad accendere la battaglia incalzando al grido: «Non c'è più pietà; guerra, guerra!». Infaticabile paladino della cristianità e impavido condottiero, il gran conte Ruggero tenta più volte di mitigare l'impeto del bellicoso emiro; ma i suoi richiami trovano sordo il saraceno che, piuttosto, accresce la sua superbia e la sua sicumera. Ruggero, allora, non potendo evitare le armi, forse presagendo il peggio o forse come ultimo appello alla ragione dell'inflessibile emiro, non gli nasconde il suo ricorso all'aiuto «della bella Madre di Dio che non teme centomila Maometti». La battaglia divampa e gli assalti si susseguono; gli uomini si affrontano e in molti cadono colpiti dalle armi e nei corpo a corpo. La superiorità saracena non tarda a mostrarsi e i cristiani soccombono vieppiù quanto più trascorrono le ore. Ma ecco che, come apprendiamo dalla memoria più antica, Maria, invocata a gran voce dagli sciclitani, apertosi il cielo, appare in una nuvola splendente come il sole, su un cavallo candido come la neve, impugnando nella destra una lucente spada rivolta in alto, verso il cielo. «Eccomi scesa; sono presente, città mia diletta; ti proteggerò con la mia destra ». Così, come vuole l'antica tradizione, la Vergine irrompe nella battaglia. All'apparizione celeste le fila dei saraceni sussultano, sbandano, via via ripiegano, alla fine guadagnano le numerose chelandie e fuggono. I cristiani esultano: è la vittoria, della fede e della preghiera prima di ogni cosa.

La Madonna dei Milici, singolare opera in cartapesta, legata alla battaglia del 1091 tra normanni e saraceni, chiesa madre di Scicli (Ragusa).

La Madonna dei Milici, singolare opera in cartapesta, legata alla battaglia del 1091 tra normanni e saraceni, chiesa madre di Scicli (Ragusa).

Maria, vittoriosa accanto al suo popolo osannante, fa ritorno nel cielo e di questa sua presenza terrena ci lascia l'impronta del suo cavallo, ancora oggi ben visibile sulla roccia del Santuario dei Milici, posto su un'altura non molto distante dalla marina.

Un quadro raffigurante la Madonna dei Milici (collezione del prof. Tommaso Claudio Mineo).(foto G. GIULIANI).

Un quadro raffigurante la Madonna dei Milici (collezione del prof. Tommaso Claudio Mineo).(foto G. GIULIANI).

L'immagine di Maria a cavallo, guerriera che brandisce la spada come un vero e proprio condottiero d'altri tempi, scesa in battaglia a destreggiarsi tra i suoi figli che si combattono aspramente, è certamente inconsueta e non c'è da stupirsi se nel credente nasce stupore, meraviglia, finanche incredulità. Ma, se l'antica tradizione popolare ci richiede uno sforzo per immaginarla combattente tra i militi, non possiamo non intimamente gioire nel vederla pronta soccorritrice del suo popolo sofferente che l'ha invocata con fervide preghiere e con la forza della fede nella parola del Vangelo: «Perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda» (Gv 15,16). «Bella, matribus infesta: le madri rifuggono dalle guerre». Queste parole, con la sintesi propria dei latini, racchiudono tutto l'orrore e l'avversione delle madri per la guerra che le priva dei figli che, con amore e sacrificio, hanno allattato e cresciuto. Anche Maria è madre: madre di Cristo e madre di tutti noi aborrisce ogni guerra che è per lei fonte di profonda sofferenza e indicibile dolore.

La spiaggia di Donnalucata, frazione di Scicli (foto PALAZZOTTO).

La spiaggia di Donnalucata, frazione di Scicli (foto PALAZZOTTO).

Maria, da sempre e per sempre piena di grazia, madre che intercede, che protegge e che soccorre, non scende in campo di battaglia, come a Donnalucata, per schierarsi per gli uni contro gli altri. La Vergine si offre per tutti, per salvare gli uni e gli altri, perché tutti sono figli suoi, senza distinzione alcuna. «Io sono», dice Maria, «la difesa di coloro che a me ricorrono, e la mia misericordia è a lor beneficio ». La spada nella sua mano destra, rivolta sempre verso l'alto, è per la conversione dei cuori, per il trionfo della vita, per la sconfitta della discordia e del male, per la vittoria della pace. Maria è la regina della pace e, come dice Édouard Hugon, «è la gran paciera che ottiene da Dio e fa trovare la pace ai nemici». In questa prospettiva, è grazie alla discesa di Maria che gli sciclitani non hanno conosciuto il dolore e le sofferenze che fanno seguito alla sconfitta e alle sue ferite dilanianti, ma hanno conquistato la serenità e la gioia della pace. Il popolo cristiano di Scicli è salvo e come Mosè può elevare il canto al Signore come già il Salmista: «Esulteremo per la tua vittoria, spiegheremo i vessilli in nome del nostro Dio. Ora so che il Signore salva il suo consacrato, gli ha risposto dal suo cielo santo con la forza vittoriosa della sua destra. Chi si vanta dei carri e chi dei cavalli, noi siamo forti nel nome del Signore nostro Dio. Quelli si piegano e cadono, ma noi restiamo in piedi e siamo saldi. Salva il re, o Signore, rispondici quando ti invochiamo» (Sal 20,6-10).

Imitiamo, dunque, senza esitazioni, fiduciosi e saldi, Maria guerriera, Maria foriera della pace, come dice sant'Epifanio: «Per te pax caelestis donata est». Imitiamola, quando è necessario e se è necessario, con la spada della fede e della fiducia rivolta verso l'alto, verso il cielo dove risiedono la vera giustizia e la vera speranza.

Tommaso Claudio MINEO