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N. 8 agosto - settembre 2010
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Incontri
con Maria
di MARIA DI LORENZO Rosario
Livatino vent’anni dopo (Giovanni Paolo II).. Oggi, nel punto in cui venne barbaramente assassinato, sullo scorrimento veloce Agrigento-Caltanissetta, c’è una stele di marmo e una croce che si alza verso il cielo, in cui si concentrano il dolore e la speranza. Il dolore del ricordo e la speranza dei siciliani onesti, soprattutto i giovani. «Un martire della giustizia e, indirettamente, anche della fede…», lo definì Giovanni Paolo II il 9 maggio del 1993, in occasione della sua visita pastorale in Sicilia. Là il Papa, celebrando una Messa nella Valle dei Templi, lanciò il suo terribile anatema ai mafiosi: «Qui ci vuole la civiltà della vita!», gridò. «Nel nome di Cristo, morto e risorto, di Cristo che è Via, Verità e Vita, lo dico ai responsabili: Convertitevi! Verrà il giorno del giudizio di Dio!». Poi con parole vibrate, commosse, ricordò Rosario Livatino e don Pino Puglisi (il sacerdote ucciso per aver voluto togliere i ragazzi dalla strada, sottraendoli alle cosche), «che, per affermare gli ideali della giustizia e della legalità, hanno pagato col sacrificio della vita il loro impegno di lotta contro le forze violente del male».
Nel febbraio del 1995 L’Osservatore Romano ha lanciato la proposta di allargare il concetto di martirio a quanti subiscono la morte «a motivo della giustizia», facendo appunto i nomi di Livatino e di don Puglisi. Ora, a venti anni dalla morte del "Giudice ragazzino", la Diocesi di Agrigento ha deciso di aprire la causa di canonizzazione di questo giovane magistrato, in seguito alle molte segnalazioni di sacerdoti con cui egli aveva avuto un intenso scambio culturale e di fede e di semplici laici, uomini e donne della Sicilia, ma non solo, conquistati dal messaggio di grande carità e abnegazione cristiana che promana ancora oggi dalla sua breve, ma luminosa, esistenza. «Hanno reciso un fiore – ha scritto profeticamente un giorno un aspirante giudice ai genitori di Rosario – ma non potranno impedire che venga la primavera». Un giovane dei nostri tempi. Nato a Canicattì, in provincia di Agrigento, il 3 ottobre 1952, Rosario Livatino trascorre un’infanzia serena, nella semplicità e nel decoro di una famiglia borghese, appartata e schiva, che lo segue con attenzione e tenero affetto. Negli anni della scuola è il ragazzo che scendeva di rado a fare ricreazione per restare in classe ad aiutare qualche compagno in difficoltà. Aperto ai bisogni degli altri, ma riservato su di sé, studia intensamente, inoltre s’impegna nell’Azione cattolica. Rosario ama la Madonna e ha una profonda conoscenza delle Sacre Scritture. Il suo è un cristianesimo che si nutre di studio, di riflessione, di intensa preghiera. Si iscrive alla Facoltà di legge e, terminati brillantemente gli studi, a 26 anni fa il suo ingresso in Magistratura. Sulla propria agenda quel giorno scrive con la penna rossa, in bella evidenza: «Ho prestato giuramento; da oggi sono in Magistratura». E poi, a matita, vi aggiunge: «Che Iddio mi accompagni e mi aiuti a rispettare il giuramento e a comportarmi nel modo che l’educazione, che i miei genitori mi hanno impartito, esige». Il 29 settembre 1979 entra alla Procura della Repubblica di Agrigento come pubblico ministero. Dopo l’iniziale apprendistato, le prime inchieste importanti. Rosario comincia a diventare un punto di riferimento per i suoi colleghi della Procura. È abile, intelligente, professionale. Lavora con metodo e passione; la sua è una pazienza da certosino e un’intelligenza da "Richelieu", come scherzosamente lo chiamano i colleghi.
Da Canicattì tutte le mattine raggiungeva la sede del Tribunale, ad Agrigento, una manciata di chilometri percorsi con la sua utilitaria. Prima di entrare in ufficio, la visita puntuale alla chiesa di san Giuseppe, vicino al Palazzo di Giustizia, dove si fermava a pregare. La preghiera mattutina, il lavoro indefesso alla Procura fino a sera inoltrata, la visita a qualche bisognoso. Rosario era così. Un viso dai lineamenti dolci, il sorriso appena accennato, i capelli neri pettinati con la riga di lato. Gli occhi scuri e fondi; lo sguardo fermo, penetrante. Quella mattina del 21 settembre 1990 il giudice Rosario Livatino, sostituto procuratore, da dodici anni in prima linea, cade vittima di un agguato mafioso. Contro di lui i killer esplosero sette colpi a bruciapelo lungo la strada che egli percorreva ogni giorno, metodicamente, con la sua utilitaria per andare al lavoro, la strada che da Canicattì introduce alla Valle dei Templi di Agrigento. Il gruppo di fuoco, per ordine della stidda agrigentina, elimina un giudice "pericolosamente" onesto. Un giudice inflessibile, che non si piega al malaffare, che della legge ha un’idea altissima. La sua passione per il dovere era infatti legata alla certezza che il male e l’ingiustizia sono destinati ad essere vinti dalla forza del bene e dalla verità. E ha pagato con la vita questa sua convinzione. Tutta la sua esistenza si può dire che abbia obbedito a un dovere preciso, a quel che si potrebbe definire una vera e propria "missione": fare il giudice. Esercitare la giustizia. Fino in fondo, anche a costo della vita. Sosteneva che «il rendere giustizia è realizzazione di sé, è preghiera, è dedizione di sé a Dio». Cresciuto in una terra dove ognuno appena viene al mondo deve deciderlo subito da che parte vuole stare, se vuole essere picciotto oppure sbirro, con la legge o contro di essa, Livatino era un ragazzo normale, che aveva respirato aria di mafia fin da bambino, ma in lui il richiamo della giustizia è stato più forte di tutto. Un eroe "per caso" nella terra dei limoni e dei carretti, della lupara e del tritolo mafioso.
Di Rosario molte cose si sono conosciute solo dopo la sua morte. Della sua carità, del suo amore per gli ultimi, per i poveri. Il custode dell’obitorio ricordava allora con le lacrime agli occhi tutte le volte che lo aveva visto pregare accanto al cadavere di individui di cui egli ben conosceva la fedina penale, pregiudicati in cui si era imbattuto svolgendo il suo lavoro di sostituto procuratore e ai quali aveva pure applicato la legge, ma che non per questo cessavano di essere suoi fratelli in Cristo nella sventura. «Impegnato nell’Azione cattolica, assiduo all’Eucaristia domenicale, discepolo del Crocifisso», sintetizzò nell’omelia delle esequie mons. Carmelo Ferraro, fotografandolo con pochi, rapidi tratti. Uomo di legge, uomo di Cristo. Una grande ondata di commozione percorse allora il nostro Paese nell’apprendere la sua storia dalle pagine dei giornali. L’Italia avrebbe scoperto nel sacrificio del giudice Livatino l’eroismo di un giovane servitore dello Stato che aveva vissuto tutta la propria vita alla luce del Vangelo. E a vent’anni esatti dalla sua morte, la lezione morale che ci trasmette è quella di un testimone radicale della giustizia, che in essa credeva profondamente, come progetto di fede e come esercizio di carità. Un giovane per il quale gli ideali valsero più della vita, ancora capace di parlare da quella tomba alla coscienza e al cuore degli uomini e delle donne di oggi. Come è scritto: «Coloro che avranno indotto molti alla giustizia, risplenderanno come stelle per sempre» (Dn 12,3). Maria Di Lorenzo
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