Madre di Dio

 

N. 7 luglio 2010

 Due parole
   François-Marie Léthel

 Una mamma
   Paola Maschio

Il fiore del Monte Carmelo
   Giovanni Ciravegna

"Vergine degna di lode..."
    Oscar Cantoni

Se il cristianesimo...
    
Giuseppe Daminelli

Maria e i sacerdoti
   Salvatore M. Perrella

Simbolo che cosmicizza
   Stefano De Fiores

«Vi chiamo, ma voi fate i sordi»
   S.B.

Neppure i più convinti mariologi...
  
Sergio Gaspari

Un sublime segno di speranza
  
Fiorino Triverio

Fatti e persone
  
a cura di Stefano Andreatta

Una preghiera luminosa
  
Giuseppe Maria Pelizza

Come i primi Padri
  
Luigi M. De Candido

Turzovka, piccola Lourdes
   Tomáš Hlavaty

Un cuore abitato da Dio
   Maria Di Lorenzo

«Fa’ che doniamo la pace»
   Luisa Tarabra

Opinioni

Scaffale

Famiglia Paolina
   
Giovanni Perego

La Madre di Dio nella musica
  
 Franco Careglio

Madre di Dio n. 7 luglio 2010 - Copertina

 
  Maria nell’arte– Il "Magnificat" dei secoli

 
 di FRANCO CAREGLIO, ofm conv.
   

La Madre di Dio nella musica
  

Giuseppe Verdi, cantore della Vergine

Come è noto, Giuseppe Verdi, il maggiore musicista italiano, non ha fama di essere particolarmente devoto. Ascoltando tuttavia alcuni suoi spartiti, non si può non riconoscere la presenza della fede nella sua anima. Nella sua lunga parabola umana, dal 1813 al 1901, il Maestro dimostrò chiaramente di avvertire una forte nostalgia di Dio. Non soltanto attraverso le sue melodie, ma pure mediante il suo atteggiamento: grande ammiratore del Manzoni, gli dedicò la famosa Messa di Requiem (1874), nella quale il desiderio di infinito è più che evidente, pur dovendo adattarsi alle esigenze teatrali. Ma non solo nel Requiem si avverte il senso religioso latente ma vivo, forse anche dovuto alla sua enorme devozione per lo scrittore lombardo. Vi sono numerosi melodrammi nei quali emerge con forza la ricerca del sacro. E tale ricerca ha sempre come intermediario il nome di Maria.

Giuseppe Verdi.
Giuseppe Verdi.

"Giovanna d’Arco"

In pochi melodrammi il nome di Maria è tanto ripetuto e la sua grazia tanto invocata come in Giovanna d’Arco.

Si tratta della settima opera del Maestro, rappresentata alla Scala. Il librettista, indicato dalla grossa azienda musicale milanese, è Temistocle Solera (1815-1878), esperto organizzatore di quelle non di rado convulse rime che si chiamano libretti d’opera. Solera aveva già preparato per Verdi tre libretti, tra cui il trionfale Nabucco (1842). Ora, attingendo temerariamente all’alta matrice di Federico Schiller (1759-1805, tragedia La pulzella d’Orléans), lo scrittore realizza un libretto tutto sommato accettabile, che, pur non potendosi definire opera letteraria, costituisce un ottimo esempio del genere poetico del primo Ottocento.

Inoltre, attraverso la modesta poesia del libretto, una pagina tanto alta del romanticismo diveniva accessibile a tutti. Ed è questa la funzione sociale dell’opera, come si avrà modo in seguito di approfondire.

Giovanna d’Arco andò dunque in scena il 15 febbraio 1845 e il successo fu immediato, unanime e clamoroso. Da Milano passò ai principali teatri europei, subendo nel titolo alcune strane metamorfosi a seconda delle suscettibilità religiose e politiche dei luoghi, trattandosi della vicenda di un’eretica lontana dall’essere considerata santa.

Lapide raffigurante Alessandro Manzoni e l'abate Antonio Rosmini Serbati (1797-1855, beatificato il 18.11.2007). L'epigrafe (<<Duplice vertice sublime di unica fiamma>>, 1905), fu dettata dallo scrittore vicentino Antonio Fogazzaro (1842-1911).
Lapide raffigurante Alessandro Manzoni e l’abate Antonio Rosmini Serbati (1797-1855, beatificato il 18.11.2007).
L’epigrafe (
«Duplice vertice sublime di unica fiamma», 1905), fu dettata dallo scrittore vicentino
Antonio Fogazzaro (1842-1911– foto Jesus).

L’opera narra l’avventura dell’eroina francese Jeanne d’Arc (1412-31), che, durante la guerra dei cento anni, fece riportare alla sua patria eccezionali quanto effimere vittorie. La beata Vergine le indicò la strada del coraggio ed ella riuscì a liberare alcune città dal giogo inglese e a consentire al Delfino di Francia di essere incoronato re a Reims con il nome di Carlo VII (1429). Jeanne venne poi catturata dagli avversari francesi di Carlo che la consegnarono agli inglesi. Giudicata da un tribunale ecclesiastico a Rouen, fu riconosciuta colpevole di stregoneria e condannata al rogo, senza che Carlo VII, inetto e pauroso, dicesse una parola per salvarla. Riabilitata nel 1450, Giovanna venne canonizzata da Benedetto XV nel 1920 e onorata come eccezionale esempio di pietà, di giustizia e di amor patrio. La storia venne rielaborata dal mito e Giovanna divenne più promessa a Carlo VII e meno guerriera, più amante sfortunata che donna casta, a seconda delle occasioni teatrali.

Nel libretto resta una fanciulla devota e coraggiosa, che vive con il padre (inventato per ragioni di scena) e si occupa di un piccolo gregge; riceve la missione di liberare la Francia e solo per un istante cede mentalmente alle istanze amorose di un re Carlo innamorato e ovviamente eroe romantico, come da necessità narrativa. Responsabile della cattura di Giovanna da parte inglese è suo padre Giacomo, che fin dall’inizio crede la figlia una strega donatasi al demonio per amore del re. Quando finalmente il vecchio scopre l’enormità del suo errore, libera la figlia dalle catene inglesi; la giovane riprende la battaglia, ancora una volta salva il re e riporta la vittoria. Ferita a morte, muore tra la devozione generale, il trionfo degli spiriti celesti e lo scorno di quelli infernali.

Un monumento che la città di Orléans ha dedicato a Giovanna d'Arco.
Un monumento che la città di Orléans ha dedicato a Giovanna d’Arco (foto Tagliabue).

Un prologo e tre atti, composizione avvincente

L’opera, in un prologo e tre atti, è avvincente come azione e impianto musicale. Veloce e incalzante, coinvolge l’ascoltatore sul ritmo di una battaglia che si conduce contro gli avversari armati, ma anche contro il cuore (inalienabile motivo romantico). L’animo di Giovanna è in ogni situazione decisamente orientato al bene, e inutili sono le proposte del re che la vorrebbe sua sposa e regina. Questo re, giovane e amato dal popolo, oppresso dalle ripetute sconfitte militari, appare stanco e sfiduciato, e la sua aria d’entrata risulta come una bella preghiera alla Vergine che gli è apparsa in sogno e lo ha invitato a deporre elmo e spada ai piedi della sua immagine, dipinta nel bosco presso l’abitazione di Giovanna: Sotto una quercia parsemi / posar la fronte mesta; / splendea dipinta Vergine / in mezzo alla foresta…

Poi, con entusiasmo, il canto si tramuta in un’ardente preghiera alla Madonna affinché liberi la patria: Le tue parole, o Vergine, / Carlo umilmente adora; / ti fregerò l’immagine / di mia corona ancora… / Ma il sangue si deterga / ond’è la patria in duol; / ma la straniera verga / sia mite al franco suol.

Teresa di Lisieux nel ruolo di Giovanna d'Arco (per la giovane religiosa l'eroina per antonomasia), in una rappresentazione del 1895, da lei scritta e messa in scena, nel Carmelo francese.
Teresa di Lisieux nel ruolo di Giovanna d’Arco (per la giovane religiosa l’eroina per antonomasia),
in una rappresentazione del 1895, da lei scritta e messa in scena, nel Carmelo francese (foto Ferrari).

Recatosi quindi nella foresta vista in sogno, Carlo si prostra ai piedi della Vergine; mentre è in preghiera, una fanciulla si avvicina ed eleva una dolcissima quanto potente invocazione alla Madonna perché le faccia dono di spada e cimiero. È Giovanna, che ha votato la sua vita alla causa della patria e si è consacrata alla sua protettrice.

La cavatina del soprano è di rara bellezza ed esprime coraggio e ancor più fiducia nella benignità di Maria: Sempre all’alba ed alla sera / quivi innalzo a Te preghiera; / qui la notte mi riposo / e Te sogna il mio pensier. / Ah! Se un dì m’avessi il dono / d’una spada e d’un cimier!

Questo delicato quanto vocalmente arduo momento melodico è uno dei due "a solo" di Giovanna e ne mette bene in rilievo la generosità e la devozione. Il padre, che la spia, crede di trovare conferma ai suoi sospetti quando Giovanna raccoglie la spada depositata dal re. Bellissimo è il terzetto che segue, veloce e incisivo, detto "a cappella" in quanto condotto dalle sole voci senza orchestra. L’avvio è di Giovanna, che ancora, prima di partire per la battaglia, si affida alla sua Madre celeste: A Te, pietosa Vergine, / fido il tugurio umile, / del padre la canizie, / e l’innocente ovile / fin ch’io non torni a scioglier / inni di laude a Te.

Sandrine Bonnaire in una scena del film Giovanna d'Arco (1994) del regista Jacques Rivette.
Sandrine Bonnaire in una scena del film Giovanna d’Arco (1994) del regista Jacques Rivette.

L’assurda figura del padre ostinato che non comprende nulla è servita a Solera per modellare il necessario antagonista. Questo padre verdiano non è certo paragonabile, per la sua cecità, a tutti i grandi padri che verranno dopo, da Miller a Rigoletto, a Germont, a Monforte, al Boccanegra ecc.

Non riveste neppure un ruolo di particolare ferocia, pur non esitando, nella sua irrecuperabile stoltezza, a contribuire alla condanna della figlia; è solo convinto che le vittorie militari di Giovanna siano il compenso del maligno. Giovanna è invece la fedeltà in persona e Maria rappresenta il suo punto di riferimento.

Un'immagine della pellicola La passione di Giovanna d'Arco (1928), diretta da Carl Theodor Dreyer.
Un’immagine della pellicola La passione di Giovanna d’Arco (1928), diretta da Carl Theodor Dreyer
(foto Casa Cinematografica).

Quando, per un momento, cede alle ripetute richieste del re di diventare sua sposa, riconosce immediatamente il suo errore: Ah pietade! Io più non sono / l’inviata di Maria…

Nei suoi versi più che modesti, ma innalzati da Verdi al cielo dell’arte, Solera dice una grande verità, pur certo inconsapevolmente: se, in luogo di affidarsi a Maria, ci si fida soltanto delle proprie forze, la rovina è certa.

Condotta in carcere e spiata perennemente dal padre, Giovanna prega e si rivolge a Dio. Dopo ben tre atti di caparbietà, il vecchio apre gli occhi e libera pentito la figlia innocente.

La bellissima preghiera di Giovanna morente chiude l’opera riconoscendo l’intervento miracoloso e continuo della Vergine nella vicenda umana: S’apre il cielo: discende la Pia / che parlar mi solea dalla balza… / Mi sorride, m’addita una via, / pare accenni che seco mi vuol.

Un ritratto di Benedetto XV, sommo pontefice dal 1914 al 1922.
Un ritratto di Benedetto XV, sommo pontefice dal 1914 al 1922.

La presenza di Maria nella nostra vita

Non occorre insistere sulla mediocrità di questi versi. È utile invece riflettere sulla presenza di Maria nella nostra vita, sull’insegnamento e sul sostegno che ella può donarci. Sostenne, parecchi secoli fa, santa Giovanna d’Arco nella sua tormentata vicenda. Il posto della Vergine resta dunque profondamente innestato nella storia, come acqua in una roccia arida, che al momento opportuno dona vita e speranza. Per avere quest’acqua dobbiamo meditare e appropriarci della sua lunga passione di creatura obbediente, che ha condotto la sua esistenza sotto il segno della fedeltà e del sacrificio.

Se non facciamo questo, sbagliamo. Non ci accada di utilizzare la luce della sua gloria e della sua devozione per dispensarci dal nostro personale contributo di sofferenza. La vita si ama in questo modo: pagando un debito di dolore, come fece Maria. Soffrendo per tutti, in modo particolare per la Chiesa, la nostra casa, che in questo tempo attraversa una notte oscura di tribolazione.

La Cattedrale di Reims, capolavoro dell'arte gotica.
La Cattedrale di Reims, capolavoro dell’arte gotica (foto Siccardi).

Giovanna d’Arco donò sé stessa. Solo accogliendo la croce potremo divenire un giorno, come insegna san Pietro, «consorti della natura divina» (2Pt 1,4).

Franco Careglio, ofm conv.
  

La migliore edizione discografica di Giovanna d’Arco è quella del 1970, protagonista Montserrat Caballé, una delle maggiori interpreti verdiane del secolo scorso.