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N. 6 giugno 2010
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Maria
nell’arte– Il "Magnificat"
dei secoli
di FRANCO CAREGLIO, ofm conv. La
Madre di Dio nella musica La presenza di Maria nella musica sacra o profana è la stessa che si riscontra nelle arti figurative e nella letteratura: una presenza costante, delicata e forte a un tempo, senza la quale le composizioni musicali accuserebbero lacune incolmabili. Infatti Maria medesima è il canto di Dio, la melodia più soave e garbata che mai sia stata scritta: Dio ne è l’autore, perché l’ha creata immacolata ed ella ne è divenuta coautrice, essendo la navicella che porta il Signore (padre David Maria Turoldo). Scopo di questi servizi è quello di evidenziare la presenza di Maria in quell’arte senza limiti di spazio e di tempo che è la musica. Risulta utile, allora, l’analisi degli spartiti musicali e altrettanto il far parlare i testi letterari, permettendo così al messaggio mariano di penetrare nel cuore e nella mente. I testi, sui quali il musicista ha tessuto la trama delicata dell’armonia, sono estremamente semplici, almeno il più delle volte, e non richiedono specifiche spiegazioni. Dalla loro lettura però emerge chiaramente l’omaggio a Maria, come riflessione di fede cosciente o come esempio di devozione popolare semplice, ma forte. Si tratta, in buona parte dei casi, di strofe ritmiche nelle quali la componente letteraria è esile o talora inesistente. Ma questo è relativo: ciò che conta, appunto, è verificare come la presenza di Maria sia universale, dal muoversi del cherubino (Giosuè Carducci) degli endecasillabi danteschi alle modeste rime dei libretti dei melodrammi.
Il concetto di arte In primo luogo è utile un tentativo di designazione del concetto di arte. Nel suo significato più ampio, arte è qualsiasi attività umana fondata su abilità manuale e accorgimenti tecnici, derivati dallo studio e dall’esperienza. Inalienabili sono però gli apporti del cuore e della mente. In un’accezione più ristretta, per arte si intendono invece quelle attività umane che rinviano a forme creative di estetica, tra cui le cosiddette "Arti figurative" (architettura, scultura e pittura). Anche entro questi limiti, il termine Arte assume significati diversi, a seconda delle epoche e culture. Per la cultura occidentale, va ricordato che per i greci l’arte è prevalentemente identificata con la capacità di operare manualmente. Tale concezione trova poi conferma nel mondo romano, dove il termine Ars rinvia al significato di mestiere o attività con fini pratici. Nel Medioevo si afferma la distinzione tra "Arti liberali" e "Arti applicate", che sancisce la diversità tra la ricerca del bello e l’abilità propria di chi opera in un certo settore. Il Rinascimento supera tale distinzione, svincolando tutti i campi della produzione artistica dagli aspetti di utilità pratica e facendo dell’arte un cammino di perseguimento della perfezione, intesa come compostezza e rigore formale. Appaiono infatti i capolavori di Michelangelo, Leonardo, Leon Battista Alberti nella pittura e nella scultura, di Ariosto e di Tasso nella letteratura. È l’apogeo, insomma, di quel fecondissimo fermento noto sotto il nome di Umanesimo, che, se sorge da elementi pagani, si riscatta con fattori di luminosa e pedagogica fede cristiana.
Appare in questo periodo la prima forma di unione tra la musica e il canto, e quindi la frase ritmica, che assume il nome di "Dramma cantato", e in seguito di "Melodramma". La successiva reazione barocca del XVII secolo introduce, nel discorso artistico, valori ad esso non necessariamente pertinenti, come l’attenzione al messaggio religioso della Controriforma. Privilegia però la ricerca dell’effetto estetico, inaugurando così la moderna concezione dell’autonomia artistica. Parallelamente all’assestamento dell’arte come abilità ed estetica, procede il cammino dell’arte come pedagogia religiosa, nella quale i soggetti celebrati (raffigurati, scolpiti, narrati o cantati) sono attinti dalle vicende di Cristo o di Maria. Sono il Figlio di Dio e sua Madre le fonti dalle quali, in misura maggiore che da ogni altra, attinge l’arte religiosa per diventare veicolo all’affermazione della fede. Per san Giovanni Damasceno (650-740 ca, ritornando quindi indietro di parecchi secoli), «se un pagano viene e ti chiede: mostrami la tua fede, tu portalo in chiesa e, presentando la decorazione di cui l’edificio è ornato, spiegagli la serie dei sacri quadri». Per il suo carattere decorativo, l’immagine sacra svolge quindi una funzione catechetica, liturgica, morale. Si pensi a Cimabue, a Giotto, ai loro seguaci: soprattutto le immagini vive di Giotto, che narrano (non solo raffigurano) un messaggio straordinario di fede vissuta, nell’operosità e nella sofferenza. A ragione il grande pittore toscano è considerato l’inventore della pittura moderna.
Allo stesso modo poesia, prosa e soprattutto musica e canto diventano velocemente i mezzi più immediati per annunciare al popolo la gloria del Figlio di Dio e della sua Madre, l’eternità del Padre, la luce dello Spirito e l’esempio dei santi. Nel primo millennio saranno le icone a perpetuare la memoria e la venerazione per la Madre di Dio: infatti, la sua figura, come quella di Cristo, si pone al centro della produzione iconografica. Ancora san Giovanni Damasceno: «Il solo nome della Theotokos, la Madre di Dio, contiene tutto il mistero dell’economia della salvezza». Le immagini mariane non sono mai però fine a sé stesse, cioè non celebrano la gloria di Maria se non nell’unione piena con il Figlio: la catechesi orientale presenta sempre Maria, sia in immagine che attraverso il canto, in atto di reggere con immenso amore il Figlio bambino, o di adorare il Figlio nella rigidità della morte o di contemplarlo nella gloria prendendone parte. Maria, nella celebrazione orientale, non è mai sola, ma sempre accompagna il Figlio, del quale è madre, preparatrice, consolatrice. Dimensione teologica, questa, che purtroppo la catechesi occidentale ha parzialmente perduto. Nel secondo millennio è in ispecie l’arte pittorica a celebrare Maria, che inizia la sua comparsa da sola, cioè non in compagnia del Figlio. Lo stesso accade nella poesia, nella musica e in ogni altra espressione artistica che persegua il fine di coniugare la bellezza alla fede.
Sotto l’azione dello Spirito La distinzione tra musica sacra e profana è stata introdotta dai musicologi ad uso interno di classificazione. È vero che esiste uno specifico genere di musica preparata esclusivamente per uso liturgico; un altro genere per uso teatrale, ma con espliciti riferimenti di fede; un altro infine per uso soltanto teatrale. Tuttavia si può affermare che qualsiasi armonia, purché contenente un messaggio di gioia e di pace, sia musica sacra in quanto diviene linguaggio universale, che parla da cuore a cuore, oltre i confini e le culture delle nazioni. Chi lavora per la pace, purché mosso da retta intenzione, si muove, sia pur inconsapevolmente, sotto l’azione dello Spirito di Dio. La pace è al di sopra di ogni divisione sociale o politica: la pace, che è carità, «è paziente, è benigna, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità» (1Cor 13,6). Il ricorrente invito dei salmi, come di tutti i libri sapienziali, a lodare Dio con gli strumenti e la voce, si traduce in vera e propria arte, che si esprime nella più umana delle sue mediazioni: il canto, accompagnato dallo strumento. La forza straordinariamente espressiva dell’icona, dell’affresco e della tela, l’imponenza mistica della statua, la dolcezza della rima, rimangono in certo modo mute dinnanzi all’ineguagliabile immediatezza comunicativa della voce umana, che, sostenuta dall’impalcatura della parola e dall’impalpabilità del suono, dialoga con l’Onnipotente, ne celebra la grandezza, ne tesse le lodi e pure ne vitupera, con Giobbe, l’incomprensibile volontà.
Il melodramma, celebrazione di umanità e di fede Nei suoi quattro secoli di storia, l’opera celebra Maria in misura e quantità della massima frequenza e consistenza. L’opera è una forma di spettacolo che richiede musica, canto, scenografie e spesso coreografie. Costituisce la produzione artistica più complessa e laboriosa alla cui riuscita concorrono molti fattori. Nata in Italia all’inizio del Seicento, a Firenze, dove, con le rappresentazioni di Dafne (di cui quasi nulla è rimasto) e poi di Euridice, si mettono in pratica le teorie di un gruppo di umanisti noto come la "Camerata de’ Bardi". Subito si sviluppa in altre città: a Mantova (dove nel 1607 viene allestito un capolavoro, l’Orfeo di Claudio Monteverdi), a Venezia, a Napoli, a Roma. Dall’Italia emigra in Francia e nel resto d’Europa, dove, per tre secoli, diventa lo spettacolo più amato e frequentato. L’opera barocca e settecentesca fornisce numerosi capolavori, ma il vertice è raggiunto nel secolo XIX. Col Novecento inizia il lento declino, quando la lirica esaurisce la sua specifica funzione sociale. Il discorso sulla musica operistica moderna (dalla seconda metà del XX secolo) costituisce un capitolo del tutto a sé. Dell’immenso lavoro prodotto in oltre quattro secoli, delle migliaia e migliaia di spartiti seppelliti nei conservatori, il repertorio operistico tuttora in vita non supera i trecento titoli e le opere veramente popolari e puntualmente rappresentate rasentano il centinaio. Ogni tanto avviene il ripescaggio di uno spartito dimenticato e il coraggio di riproporre un’opera degli anni Sessanta-Ottanta dell’Ottocento: ma sempre a rischio e pericolo dell’imprenditoria teatrale. Per fortuna l’avvento della discografia ha permesso il ricupero e la conoscenza di opere non più rappresentate per oblio o per difficoltà di realizzazione. Stando ai più accreditati studi in merito, il numero complessivo delle opere conosciute sarebbe di 1.100-1.200.
Essendo quindi molto vasto il campo di indagine, è opportuno scegliere autore per autore, sia dei maggiori che dei minori, per constatare quanto abbiano inciso, in questa particolare area culturale, la figura e il messaggio di Maria. Anche i canti popolari mariani, che trasmettono devozione e infondono speranza, vanno presi in considerazione. Non di rado assurgono a livelli artistici di un certo interesse e consentono di introdursi nel mondo spesso trascurato del sentimento mariano popolare. Nel canto delle folle di fedeli, come nel melodramma, il pensiero di Maria emerge come rispondente a bisogni individuali e collettivi, come punto di riferimento di sincera pietà e di sicura protezione, come espressione di vera esperienza religiosa. Maria è costante motivo ispiratore dei musicisti, dalle altezze vertiginose di un Bach al Verismo del primo Novecento italiano. Essi, per quanto possa sembrare superficiale o del tutto assente il loro senso religioso, riescono però a percepire sempre e con viva sensibilità il valore sovrumano e metastorico della maternità e al tempo stesso della verginità dell’umile fanciulla di Nazaret. E sanno diffondere tale valore, eternamente fecondo, mediante note e voci. Destinatari sono i cuori e le culture di tutti i tempi, cui è dato così di avvertire un raggio, infinitesimo, del suon dell’arpe angeliche (Donizetti, Poliuto, atto III) che si celebra in eterno nel cielo. Franco Careglio, ofm conv. |
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