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N. 3 marzo 2010
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Studi e ricerche di SALVATORE M. PERRELLA osm Maria
e i sacerdoti «Non
c’è molto amor di Dio in quella parrocchia, voi ce ne metterete». Il cristiano dei nostri giorni sovente si trova in una sorta di crisi d’identità e talvolta si lascia spesso coinvolgere dall’indifferentismo, dalla superficialità o dal disincanto testimoniale; si può ben dire che il cristianesimo soffre anch’esso di una certa precarietà comune alla odierna società. A tal riguardo l’esempio di vita, di fede e di ministero apostolico di san Giovanni Maria Vianney, scrive Papa Ratzinger nella lettera ai sacerdoti, è oltremodo attuale. Infatti, egli era «giunto ad Ars, un piccolo villaggio di 230 abitanti, preavvertito dal Vescovo che avrebbe trovato una situazione religiosamente precaria: "Non c’è molto amor di Dio in quella parrocchia, voi ce ne metterete". Era, di conseguenza, pienamente consapevole che doveva andarvi ad incarnare la presenza di Cristo, testimoniandone la tenerezza salvifica». Sì, anche in questo nostro tempo il sacerdote in modo particolare rispetto a tutti i membri della Chiesa dei discepoli e delle discepole, deve essere testimone della tenerezza salvifica di Cristo e dell’amore materno-sororale della Madre, possedendo e aiutando i fedeli laici ad avere uno stile di vita conforme al Vangelo.
La Sacra Scrittura, testo fondamentale della fede che va inteso e compreso nelle sue parti di Antico e Nuovo Testamento, «un libro solo e quest’ultimo libro è Cristo (Ugo da san Vittore, L’arca di Noè, II,8)», deve essere considerato dai credenti il grande libro della "storia" di Dio e in Dio dell’umanità. Esso, nel contempo, è santo e verace racconto del suo sguardo misericordioso/materno sul mondo: «Gli occhi del Signore scrutano la terra» (Zc 4,10); sguardo interessato e capace di penetrare fin nei luoghi più segreti (cf Sir 23,19). Tali occhi e sguardi paterno/materni attenti alle diverse realtà e bisogni dell’uomo e della donna infinitamente amati, sono solleciti a scorgere e tergere le lacrime della sofferenza, che poi Dio stesso raccoglie teneramente in un otre (cf Sal 56,9), e si compiacciono della spirituale povertà degli umili e dei poveri come l’anaw Maria di Nazaret. Lo sguardo compassionevole e il tenero e generoso cuore di Dio uno e trino hanno sempre accompagnato la storia dell’umanità e ogni singolo suo membro. Si può ben dire con Benedetto XVI, che in questi anni di analfabetismo emozionale di cui sono affette le giovani generazioni in gran parte diseducate dalle generazioni adulte, tutte prese a dare ragione all’assioma del Consumo, dunque sono (Z. Bauman), ha rilanciato con forza appassionata la straordinaria fecondità e impegno dell’amore del Dio svelatoci dal figlio Gesù. Su questo versante Papa Benedetto rassicura: «Il nostro Dio non è un Dio lontano, intoccabile nella sua beatitudine: il nostro Dio ha un cuore. Anzi ha un cuore di carne, si è fatto carne proprio per poter soffrire con noi ed essere con noi nelle sofferenze. Si è fatto uomo per darci un cuore di carne e per risvegliare in noi l’amore per i sofferenti e i bisognosi» (Via Crucis al Colosseo, 6.4.2007).
Questa sacrosanta verità la testimonia la stessa Madre del suo Figlio nel suo cantico anamnetico e di lode del Magnificat (cf Lc 1,46-55): lo sguardo e il cuore di Dio, in definitiva, sono perennemente rivolti a noi sempre in attesa. Il Signore Iddio, ci rammenta santa Maria, lo ha «promesso ai nostri padri: ad Abramo e ai suoi discendenti per sempre» (Lc 1,55). La Vergine Maria, edotta da Dio, dall’evento messianico e cordiale del Figlio e dalla sua singolare sensibilità antropologica, anch’essa ha volto e continuamente volge il suo sguardo e il suo cuore compassionevoli verso i bisogni degli uomini. Lo sguardo colmo di amore, di perdono e di compassio di Gesù Cristo si è posato con dolcezza e tenerezza dalla croce sulla Madre e sul discepolo, entrambi icone della Chiesa, che da quel momento sono divenuti indivisibile volontà, potenza e profezia di un servizio, di un cuore, di uno sguardo e di un testamento che vanno ben oltre i mondani orizzonti. La kenosis, lo svuotamento dell’incarnazione del Figlio di Dio e quella della sua croce, declinati come icona dell’amore, della compassione e della misericordia pro nobis di Dio immerso liberamente nella condizione dell’uomo, sono espressione del mistero dell’altruismo della Trinità, della sua pro-esistenza, cioè del mistero della solidarietà divino-umana portata sino all’estremo della morte in croce del Figlio, poi rischiarata dalla potenza della risurrezione. Amore agapico che ha poi reso possibile la glorificazione della credente per eccellenza, Maria, la figlia prediletta del Padre (cf Lumen gentium 55); colei che fattasi Cristo in Cristo per opera dello Spirito, in cielo sino alla fine del mondo, è divenuta la perfetta creatura trinitaria costituita da Dio quale odigitria che mostra e accompagna i fedeli ad attingere a piene mani dalla provvidente compassione di Dio, pregando per noi e volgendo il suo compassionevole sguardo sulle nostre necessità materiali e spirituali, tanto da essere invocata con l’accorata espressione: «Monstra te esse Matrem!». Salvatore
M. Perrella A. Vanhoye sj, Il cuore sacerdotale di Gesù, Adp 2009, pp. 32, € 3,50.
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