Madre di Dio

 

N. 10 novembre 2009

 Alcuni suggerimenti
    Sergio Gaspari

 Non è un mito

«Continua solamente a credere»
    Giovanni Ciravegna

"Madre senza peccato..."
    Arrigo Miglio

Maria e la rivoluzione al femminile
    
Giuseppe Daminelli

Nel tempo della vita
    Luciano Ruga

L’unica mediazione di Cristo
    Stefano De Fiores

«Un’azione discreta»
  
 George Fontana

"Epifanie della Madre di Gesù"

La "Signora dei santi"
    
Sergio Gaspari

Il cuore di una buona mamma
    
Alberto Rum

Fatti e persone
    
a cura di Stefano Andreatta

Anche gli apicoltori...
  
 Vittorio Santandrea

«Il tempio del tuo corpo»
  
 Eliseo Sgarbossa

«Come nella pura atmosfera di Nazaret»
    Visitandine di Moncalieri

La carità trasforma il mondo
    
Maria Di Lorenzo

«Ravviva il nostro animo»
    Luisa Tarabra

Opinioni

Scaffale

Famiglia Paolina
   
Giovanni Perego

Santuari mariani Extraeuropei
  

Madre di Dio n. 10 novembre 2009 - Copertina

 Prospettive

 
di STEFANO DE FIORES, smm

L’unica mediazione di Cristo
   

Non esclude, ma suscita nelle creature una varia collaborazione partecipata da un’unica fonte. Maria permane nella Chiesa come mediazione materna.
  

Tutti partecipi dell’unica mediazione di Cristo, quindi anche Maria (mediatio in Christo). È la proposta di H. Asmussen, che viene accettata implicitamente da LG 60 ed esplicitamente da Giovanni Paolo II (RM 38). Essa deriva dal fatto incontrovertibile del primato di Cristo e del suo annuncio, per cui se Maria come madre precede cronologicamente il Figlio, dal punto di vista kerigmatico e teologico viene dopo Cristo e non si può comprendere che nel suo mistero. Per presentare il compito mediatore di Maria, si parte non da lei (secondo lo schema Per Mariam ad Iesum), ma da Cristo unico mediatore, come ha fatto il Vaticano II, che ha scelto «di "porre al centro" della trattazione mariologica, senza ombra di equivoci, il primato assiologico e soteriologico di quell’unus Mediator attestato in termini espliciti, oltre che da 1Tm 2,5, anche da numerosi altri passi del NT (cf anche Gv 3,17; At 4,12; 17,24-31; Ef 1,3-13) e dalla costante tradizione cristiana».

«In nessun altro c’è salvezza»

Il primo punto da illustrare riguarda l’unica mediazione di Cristo, che nonostante la discussione circa la rilevanza numerica dei testi biblici che l’attestano, è ritenuta dal Concilio un principio indiscutibile, in quanto verità divina contenuta nella Scrittura. Gesù è il salvatore dell’umanità: nessuno può competere o sostituirsi a lui, perché in lui piacque al Padre di incentrare il suo disegno d’amore (cf Ef 1,10). Cristo Uomo-Dio, sacerdote, capo e rivelatore «entrò una volta per sempre nel santuario... mediante il proprio sangue ottenendoci una redenzione eterna» (Eb 9,12-13). Insomma, Cristo è la via obbligata per giungere alla salvezza (Gv 14,6).

Dunque, si deve puntualizzare innanzitutto l’originalità e l’unicità della mediazione di Cristo, che è definitiva, perfetta e sempre attuale, ed esclude la presenza di altre mediazioni collaterali e parallele.

B. Gozzoli (1421-1497), Deposizione, chiesa dei santi Tommaso e Prospero, Certaldo (Firenze).
«Solo Cristo compie la salvezza». B. Gozzoli (1421-1497), Deposizione
chiesa dei santi Tommaso e Prospero, Certaldo (Firenze – foto Ferrari).

L’unicità della mediazione di Cristo equivale alla sua «assoluta "singolarità"» radicata nel mistero dell’incarnazione: «L’originalità unica di Cristo è che solo lui, l’uomo Gesù, è Dio, il Figlio di Dio». Ne consegue l’abolizione di altre mediazioni in quanto ormai ogni credente può avere «"libero accesso a Dio Padre" (Ef 2,18; 3,12). Gesù ha abbattuto ogni barriera, ha abolito ogni sacerdozio che si frappone come sostituto fra l’uomo e Dio. In questo senso la mediazione di Cristo è la fine di ogni mediazione. Egli collega direttamente con il Padre. Non è come il segretario-ministro che dice "Rivolgetevi a me". È come il segretario che spalanca le porte all’incontro diretto con il Padre: "Chi vede me, vede il Padre" (Gv 14,9)». In sostanza – secondo L. Sartori – «Cristo è l’evento della immediatezza di Dio, la restaurazione del rapporto diretto con Dio e quindi la fine della mediazione che, sembrando un aiuto, in verità allontana sempre più dal fine. Non è mediatore, ma immediatezza...».

Per Ratzinger «si potrebbe forse esprimere nel miglior modo quanto intendiamo dire, parlando di una immediatezza mediata. Nel Cristo mediatore noi incontriamo Dio immediatamente e si rivela il vero mediatore appunto in quanto conduce alla immediatezza, o piuttosto egli stesso è questa immediatezza».

Solidarietà...

Un altro carattere della mediazione di Cristo è che essa è esclusiva ed inclusiva nel medesimo tempo, ma sotto aspetti differenti.

Mentre infatti elimina i mediatori competitivi e alternativi, richiede aiuti e collaboratori nell’opera salvifica. Ratzinger da una parte sottolinea l’unicità della mediazione di Cristo che «non è sulla stessa linea di una molteplicità di altre mediazioni possibili», le quali «in confronto ad essa non meritano questo nome»; d’altra parte egli afferma che paradossalmente la mediazione di Cristo «è esclusiva perché inclusiva», in quanto «traspone in sé tutte le altre mediazioni».

La mediazione di Cristo – precisa ancora Sartori – non esclude né de-attiva i redenti, poiché è una «singolarità inclusiva»: «La sua mediazione, per essere pro nobis, esige di esprimersi anche in nobis e cum nobis; coinvolgente, assumente, ricapitolativa, promotiva. Sublimazione assoluta della solidarietà. Solidarietà: ecco il nome nuovo della salvezza, del sacerdozio, della mediazione di Cristo». Infatti Gesù ha posto la propria persona e missione sulla linea dei profeti, che evidenziano la mediazione promozionale, parlano alle coscienze e provocano la libertà perché realizzi un cammino verso Dio e verso l’uomo. Un solo mediatore perché tutti gli siano associati nel farsi mediatori, nell’offrire in dono la propria umanità al Verbo perché realizzi la redenzione universale.

Mediazione materna

L’espressione, già adoperata nel 1956 da teologi gesuiti spagnoli nella forma di «mediatio maternalis», partecipata da Cristo e subordinata a lui, è assunta da Giovanni Paolo II come titolo della terza parte dell’enciclica Redemptoris Mater (1987), suscitando commenti positivi.

Punto di partenza, come per il capitolo VIII della LG, resta l’asserto biblico: «Uno solo è il mediatore tra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, che per tutti ha dato se stesso quale riscatto» (1Tm 2,5-6), ma – come precisa il concilio – «l’unica mediazione del Redentore non esclude, ma suscita nelle creature una varia collaborazione partecipata da un’unica fonte» (LG 62).

Gesù risorto tra i discepoli, miniatura del sec. XIV, Biblioteca antoniana, Padova.
Gesù risorto tra i discepoli, miniatura del sec. XIV, Biblioteca antoniana, Padova (foto Bertotti).

Il carattere unico e distintivo della cooperazione di Maria è che si tratta di una «mediazione materna», cioè «strettamente legata alla sua maternità» e «può essere compresa e vissuta solo sulla base della piena verità di questa maternità» (RM 38).

Nell’illuminare questo dato essenziale della vicenda di Maria, Giovanni Paolo II afferma che «Maria è diventata non solo la "madre-nutrice" del Figlio dell’uomo, ma anche la "compagna generosa in modo del tutto singolare" (LG 61) del Messia e Redentore» (RM 39). In virtù del suo Maria «ha accolto ed inteso la propria maternità come dono totale di sé, della sua persona a servizio dei disegni salvifici dell’Altissimo». E ciò «costituisce la prima e fondamentale dimensione di quella mediazione che la Chiesa confessa e proclama nei suoi riguardi» (RM 39). Con la sua materna collaborazione a tutta la missione del Salvatore «Maria entrava in modo del tutto personale nell’unica mediazione "fra Dio e gli uomini", che è la mediazione dell’uomo Cristo Gesù» (RM 39).

Ordinata alla nascita di Cristo nel mondo e alla partecipazione alla sua opera salvifica, la mediazione materna di Maria si prolunga nella comunicazione della vita soprannaturale negli esseri umani. Anche questa cooperazione è riallacciata al consenso dato all’Annunciazione, poiché «in risposta a questa disponibilità interiore di sua Madre, Gesù Cristo la preparava sempre più a diventare per gli uomini "madre nell’ordine della grazia"» (RM 39), come si evince dalle parole pronunciate da Gesù sulla croce: «Ecco tua Madre» (Gv 19,27).

Qui la cooperazione materna di Maria assume una «dimensione universale, perché l’opera della redenzione comprende tutti gli uomini» (RM 40). Dopo l’Ascensione, la maternità di Maria «permane nella Chiesa come mediazione materna: intercedendo per tutti i suoi figli, la Madre coopera all’azione salvifica del Figlio-Redentore del mondo» (RM 40), cioè alla rinascita spirituale dell’umanità.

Un linguaggio rigoroso

Già K. Rahner aveva richiamato all’uso rigoroso dei termini, precisando che il termine mediatrice dovrebbe avere «un senso del tutto diverso da quello che ha quando con la Scrittura lo usiamo per riconoscere il Signore come nostro unico mediatore». È come dire che applicare a Maria il termine mediatrice sarebbe cadere in un linguaggio equivoco o molto ambiguo. Sulla stessa linea, procedendo dalla distinzione tra mediazione, salvezza e redenzione, S. Meo aveva sostenuto che questi sostantivi non possono essere utilizzati come sinonimi a motivo del loro rapporto dal più al meno; conseguentemente la funzione materna di Maria si deve collocare tra le cooperazioni umane suscitate e dipendenti da Cristo ed è limitata all’opera salvifica e redentiva. Ne consegue che non si può applicare a lei la funzione mediatrice.

S. Meo propone una più esauriente interpretazione dei termini: A. Mediazione. Indica che fin dall’eternità il Verbo è il fulcro del progetto divino della creazione, poiché «tutto è stato fatto per mezzo di lui e in vista di lui». Con l’incarnazione inizia per tutta la natura e la storia dell’umanità una mediazione più efficace, in quanto l’essenza umana viene portata ad una più profonda comunione con Dio. B. Salvezza. Mentre la mediazione ontologica rimane eterna, la salvezza ha un inizio e una fine, essendo racchiusa nell’ambito della creazione e della storia. Essa riguarda l’intera creazione che ha un destino escatologico, ma in particolare concerne l’uomo non solo dopo il peccato ma già nell’atto creativo stesso. La salvezza coinvolge l’uomo in tutte le sue dimensioni ed implica liberazione dal peccato, promozione delle capacità, qualità e potenzialità individuali e sociali e comunione con Dio e con gli uomini.

Solo Cristo compie la salvezza in questa pienezza di significati, ma in tutta questa opera salvifica egli non manca di suscitare una cooperazione secondaria al piano salvifico di Dio. C. Redenzione. Si realizza nell’arco storico della vita di Cristo e riguarda solo gli uomini. Viene intesa come il riscatto dell’uomo dal peccato da parte di Cristo che, patendo e morendo sulla croce, ha pagato con la sua vita e con il suo sangue il riscatto per il peccato e ha rinnovato il rapporto di comunione tra Dio e gli uomini. Anche per la redenzione Cristo suscita fra gli uomini forme di cooperazione.

Stefano De Fiores, smm