Madre di Dio

 

N. 2 febbraio 2009

 «Una data memorabile»
    Sergio Gaspari

 Sobrietà
    
Battista Galvagno

Il canto del mondo nuovo
    Giovanni Ciravegna

"Vergine delle vergini..."
    Giuseppe Guerrini

Generati nella Chiesa da Maria
    
Giuseppe Daminelli

L’Eucaristia e Maria
    
Salvatore M. Perrella

Ed è beneficiaria di tre beatitudini
    Stefano De Fiores

«Dare dignità al culto»

«Non si può condannarli all’oblio»

Preludio della Pasqua
    
Sergio Gaspari

Singolare e solenne saluto
    
Alberto Rum

Fatti e persone
    
a cura di Stefano Andreatta

«Nel dolore ci sei madre»
  
 Giuseppe Pelizza

Romano detto "Il Melode"
  
 Eliseo Sgarbossa

I beniamini della Madonna
    Domenico Marcucci

Un grande e insondabile mistero
    
Maria Di Lorenzo

«Segno della bellezza»
    a cura della redazione

Opinioni

Scaffale

Nella Famiglia Paolina
   
Giovanni Perego

Santuari mariani Extraeuropei
  

Madre di Dio n. 2 febbraio 2009 - Copertina

 
 "Magnificat" 

 
a cura di ELISEO SGARBOSSA ssp

Romano detto "Il Melode"
   

Nonostante il nome che richiama la capitale dell’Impero, il nostro poeta – Romano detto "Il Melode" (cantautore) – non fu romano né latino. Il più grande innografo della letteratura bizantina nacque a Emesa, in Siria, da una famiglia ebraico-cristiana, verso la fine del V secolo. Durante un soggiorno di studio a Berito (Beirut), fu ordinato diacono e si trasferì a Costantinopoli, dove officiò nella chiesa della beata Madre di Dio, nel quartiere di Ciro, fino alla morte, avvenuta intorno al 560.

Compose un grande numero di inni per la liturgia bizantina, noti con il nome di Kontakion: composizioni metriche celebrative, che fondono teologia, poesia e musica.

Il testo che riportiamo è tratto dagli Inni sulla Natività (2,3-5.7.10-18), caratterizzati da coloriti dialoghi tra Maria, Gesù e i progenitori.
  

«Mi farò avvocata presso mio Figlio». Mentre Maria cantava colui che da lei era nato e accarezzava il bimbo che sola aveva generato, la udì Eva, che aveva partorito figli nel dolore, e disse con gioia ad Adamo: «Chi è colei che ora fa risuonare alle mie orecchie ciò che da sempre ho sperato? Una vergine partorisce il riscatto dalla maledizione! La sua voce mette fine alle mie pene e il suo parto ferisce colui che mi aveva ferita. È lei che il figlio di Amos aveva prefigurato come il Germoglio di Jesse, il virgulto di cui mangerò il frutto per non morire, la Piena di grazia.

Senti la rondine che canta all’aurora, e lascia il tuo sonno di morte, Adamo; alzati e ascolta la tua sposa. Io, che un tempo avevo provocato la caduta dei mortali, ora mi rialzo. Considera i prodigi: vedi come la donna non toccata da uomo guarisce la nostra ferita col frutto del suo seno. Un tempo il serpente mi prese ed esultò, ma ora, vedendo la mia discendenza, fugge strisciando, perché teme colui che ha generato la Piena di grazia».

«Riconosco la primavera, donna, e respiro le delizie che un tempo abbiamo perduto. Ora vedo un paradiso nuovo: la Vergine che porta nel suo seno l’albero della vita, che i cherubini custodivano. E ho sentito, mia sposa, il soffio vivificante che fece del fango un essere vivente. Rinvigorito dal suo profumo, voglio andare da colei che dona il frutto della nostra vita, la Piena di grazia» [...].

Gli occhi di Maria, al vedere Eva e Adamo, si riempirono di lacrime, turbata dalla compassione per i progenitori; e disse loro: «Mettete fine ai vostri lamenti, mi farò vostra avvocata presso mio Figlio... Non più tristezza! Ho partorito la gioia. La Piena di grazia ha un figlio misericordioso e ne ho fatto esperienza. Pur essendo Fuoco, ha abitato nel mio grembo senza bruciarmi. Frenate le lacrime, e accoglietemi mediatrice presso l’autore della gioia: io, la Piena di grazia, vado da lui».

Maria si avvicinò alla mangiatoia, chinò la testa e supplicò il Figlio così: «Poiché mi hai esaltata, o Figlio, ascolta: la povera umanità cui appartengo ora ti supplica attraverso di me... La colpa di tutto è del serpente che li ha denudati dell’onore; perciò mi chiedono di proteggerli invocandomi "O Piena di grazia!"».

Appena l’Immacolata ebbe così pregato, il Dio che giaceva nella mangiatoia le disse: «O Madre, è grazie a te e attraverso di te che li salvo. Se non avessi voluto salvarli, non sarei venuto ad abitare in te, né avrei fatto splendere da te la mia luce. È per l’umanità cui appartieni che ora abito nella mangiatoia, e di mia volontà mi nutro al tuo seno; è per loro che mi porti tra le braccia, invisibile ai cherubini, ma contemplato e accarezzato da te come figlio, o Piena di grazia.

Sono avvolto da fasce per rivestire coloro che coprirono con tuniche di pelli la loro nudità; e amo una grotta a motivo di quelli che hanno disprezzato le gioie del paradiso amando la corruzione. Hanno trasgredito l’ordine della vita: perciò sono disceso, perché abbiano la vita.

Sono vinto dall’amore per l’uomo, e ti farò conoscere ciò che voglio fare. Colui che tieni con le tue dolci mani tra poco lo vedrai con le mani inchiodate, perché amo la stirpe umana. A colui che tu allatti altri daranno fiele; colui che teneramente baci sarà tradito e coperto di sputi; colui che hai generato e chiami Vita lo dovrai vedere appeso a una croce. Piangerai la mia morte, ma risorto mi abbraccerai, o Piena di grazia» [...].

Eliseo Sgarbossa