Madre di Dio

 

N. 2 febbraio 2009

 «Una data memorabile»
    Sergio Gaspari

 Sobrietà
    
Battista Galvagno

Il canto del mondo nuovo
    Giovanni Ciravegna

"Vergine delle vergini..."
    Giuseppe Guerrini

Generati nella Chiesa da Maria
    
Giuseppe Daminelli

L’Eucaristia e Maria
    
Salvatore M. Perrella

Ed è beneficiaria di tre beatitudini
    Stefano De Fiores

«Dare dignità al culto»

«Non si può condannarli all’oblio»

Preludio della Pasqua
    
Sergio Gaspari

Singolare e solenne saluto
    
Alberto Rum

Fatti e persone
    
a cura di Stefano Andreatta

«Nel dolore ci sei madre»
  
 Giuseppe Pelizza

Romano detto "Il Melode"
  
 Eliseo Sgarbossa

I beniamini della Madonna
    Domenico Marcucci

Un grande e insondabile mistero
    
Maria Di Lorenzo

«Segno della bellezza»
    a cura della redazione

Opinioni

Scaffale

Nella Famiglia Paolina
   
Giovanni Perego

Santuari mariani Extraeuropei
  

Madre di Dio n. 2 febbraio 2009 - Copertina

 

 

 

 

 Conversazione

 
di GIUSEPPE PELIZZA sdb

«Nel dolore ci sei madre»
   

«Con lo smarrimento di Gesù nel Tempio, anticipo dei giorni della passione, Maria avverte quanto l’amore sia inseparabile dalla sofferenza».
  

L'amore ha in sé il desiderio dell’eternità. Custodisce nella sua dinamica l’energia che lo porta al di là della nostra condizione umana. Eppure, nonostante l’intensità con cui si propone a noi, conosce sempre l’insufficienza e il limite. Le difficoltà, la sofferenza, i lutti e perfino i cambiamenti e i ritmi dell’amore stesso sono inevitabili anche per chi ama col desiderio più tenero. Pur nella sua massima intensità, l’amore conduce sovente chi ama a ripiegarsi su se stesso, ed allora questi si accorge che, per quanto desideri essere una cosa sola con l’amato, ne è ancora distinto e separato. Ogni gesto d’amore che noi compiamo su questa terra, anche se già realizza ciò che contiene, in realtà promette ciò che solo Dio può dare. Chi è catturato dall’amore avverte questo struggimento in ogni istante: l’assenza dell’amato e il desiderio della sua indubitabile presenza.

È il dolore dell’amore che ha turbato Maria, quando ha avvertito in sé la sofferenza per la separazione di Gesù nei tre giorni in cui lo perdette a Gerusalemme.

Il vero amore non scorre mai tranquillo. Nemmeno l’amore più spirituale è esente da aridità, sterilità e dalla sensazione che si è perduta la presenza di chi si ama.

In quell’ansia di Maria che torna a Gerusalemme, nel Tempio, per cercare suo Figlio, abbiamo la manifestazione piena della sua sollecitudine di madre. «Angosciati, ti cercavamo», sono le parole che Maria rivolge a nome nostro a Gesù, quando nella notte del dolore o della solitudine lui sembra riposare su orizzonti lontani.

Mater dolorosa (fine sec. XV), Sacro Monte di Varallo (Vercelli).
Mater dolorosa (fine sec. XV), Sacro Monte di Varallo (Vercelli – foto Andorno).

Con lo smarrimento di Gesù al Tempio, anticipo dei tre giorni della passione, Maria avverte quanto l’amore sia inseparabile dal dolore. Lo aveva presentito a Betlemme, quando visse l’amarezza dell’esclusione riportata da Luca con quelle scarne parole che contengono tutto il rifiuto dell’uomo: «Non c’era posto per loro» (Lc 2,7). Lo aveva provato nell’improvvisa fuga in Egitto. Ora lo vive con un’intensità nuova, più profonda e drammatica.

Prima erano gli uomini la causa della sua tribolazione. Ora è quel Figlio che lei strenuamente ha difeso e per cui lei vive.

Se, precedentemente, Dio era entrato nella sua vita in modo imprevedibile, ora diventa incomprensibile. Dinanzi a questa oscurità, l’angoscia della ricerca non viene attenuata, ma si alimenta di nuovi interrogativi e si distende sui confini del sopportabile.

«Perché ci hai fatto questo?», non è solo la domanda di Maria; nelle sue parole ci sono le nostre parole, i nostri silenzi, i nostri interrogativi a Dio quando ci visita nella notte della sofferenza. Allora, la nostra domanda non è più nostra, ma diviene quella di Maria: «Figlio, perché?». Conosciamo tutti la risposta di Gesù: «Non sapevate che io...», risposta incomprensibile. Per Maria, come per noi quando nel dolore ci rivolgiamo a Dio e non sentiamo risposta.

Se in quegli istanti, che paiono essere riempiti solo dall’assenza di Dio, ci sentiamo abbandonati anche da chi abbiamo cercato di amare, allora guardiamo a Maria e come lei portiamoci accanto a Gesù e senza proferire parole stringiamoci a lui, come ha fatto lei quando lo riabbracciò dopo averlo ritrovato nel Tempio. Ed in silenzio, allontaniamoci con lui, dal luogo delle domande senza risposta, tenendolo per mano, come ha fatto lei, la Madre, tenerezza nel dolore.

Solo col tempo comprenderemo che quei tre giorni di lontananza nel Tempio non erano altro che l’anticipo della passione. Allora, potremo capire che il silenzio di Dio nella nostra sofferenza è la sua solidarietà per costruire per noi, a nostro favore, un amore che non conosca più l’angoscia dell’assenza e del dolore.

Giuseppe Pelizza