Madre di Dio

 

N. 6 giugno 2008

 «Maria, grande Maria»
    Sergio Gaspari

 San Paolo e Maria

"Benedetto il frutto del tuo seno"
    mons. Antonio Riboldi

L’esemplarità di Maria, nel cammino della vita
    
Giuseppe Daminelli

Accanto alla vostra croce c’è sempre Maria
    
Remigio Fusi

Maria, porta della Chiesa
  
 Jean-Paul Hernandez

Un ponte mariano tra Fatima e Mosca
    Carlo Mafera

Maria secondo Zola
    
Alberto Rum

Fatti e persone
    
a cura di Stefano Andreatta

Rilievi su alcune feste mariane
    
Sergio Gaspari

Liberatrice degli schiavi
    
Domenico Marcucci 

Una cristologia senza mariologia?
    Stefano De Fiores

Con l’Africa dentro il cuore
    
Maria Di Lorenzo

In Libreria

Nella Famiglia Paolina
   
Eliseo Sgarbossa

Santuari mariani Extraeuropei
  

Madre di Dio n. 6 giugno 2008 - Copertina

 

 

 

 

 ARTE - La basilica Eufrasiana

 
di JEAN-PAUL HERNANDEZ sj

Maria, porta della Chiesa
   

Gli splendidi mosaici del VI secolo della basilica Eufrasiana di Parenzo (Porec, Istria) visualizzano un programma teologico preciso: Maria è la porta scelta da Dio per entrare nel suo tempio, che è l’umanità, e farne un’umanità rinnovata, la Chiesa.
  

Una tappa importante nella storia dell’iconografia mariana è costituita dai mosaici del VI secolo conservati a Parenzo (Porec), in Istria. Essi sono l’espressione teologica del vescovo Eufrasio, figura emergente nella città conquistata dai bizantini nel 539. A imitazione delle grandi basiliche giustinianee che sorgono allora a Ravenna e a Bisanzio, Eufrasio inizia verso il 550 la costruzione di una basilica sulle fondamenta dell’antica chiesa costantiniana.

Il suo programma iconografico conferisce un posto preponderante alla figura di Maria. Nel centro del mosaico che copre tutto il catino dell’abside, la Madonna è seduta sul trono imperiale e tiene il bambino sulle ginocchia. Affiancata da angeli e santi, ella domina l’intera basilica. Il registro intermedio dell’abside, tra le finestre, presenta invece due scene laterali: l’Annunciazione (a sinistra) e la Visitazione (a destra).

Visitazione, mosaico sul lato destro del catino absidale della basilica Eufrasiana.
Visitazione, mosaico sul lato destro del catino absidale della basilica Eufrasiana.

La messa come esperienza di maternità divina

Maria è dunque la persona principale che incontriamo entrando in quest’abside. Si potrebbe dire a ragione: Maria "è" quest’abside, questa concavità, dove "ad-viene" il Cristo-eucaristia. Se sul livello superiore, nell’oro dell’eternità, incontriamo Maria come Madre e Regina, su quello intermedio la incontriamo in una storia. O meglio, in un breve segmento della sua storia, che va dall’Annunciazione alla Visitazione. Celebrare nell’abside è dunque situarsi fra queste due scene. La liturgia è allora quella corsa di Maria da Nazareth ad Ain-Karim, da quando «l’angelo la lasciò» (Lc 1,38) all’incontro con Elisabetta (Lc 1,40). La messa è così significata come un’esperienza di maternità divina. La comunità che ascolta la parola del messaggero (liturgia della Parola) e si lascia fecondare dallo Spirito (preghiera eucaristica) riceve in grembo (nell’abside) la presenza di Dio ed è inviata ("missa") a portarla a coloro che la sanno riconoscere.

Alcuni studiosi sostengono che Eufrasio avesse a cuore soprattutto la rappresentazione in immagini del titolo mariano di Theotokos (Madre di Dio). Ufficializzato un secolo prima nel concilio di Efeso (431), esso non era ancora accettato in alcune parti dell’impero. La scelta delle due scene del registro intermedio si spiegherebbe allora anche come citazione scritturistica in appoggio al dogma mariano. Annunciazione e Visitazione sono in effetti le scene bibliche in cui si radica il titolo di Theotokos.

Colpisce nel mosaico della Visitazione la messa in evidenza dei seni delle due donne e del loro grembo materno. È l’incontro fra due madri. Nell’episodio della Visitazione compare l’espressione «Madre del Signore» (Lc 1,43), dove «Signore», secondo la tradizione ebraica, sta per «Dio». Ma il programma iconografico di Parenzo sembra suggerire che attraverso Maria tutta la Chiesa partecipa a quest’avventura di maternità divina. «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?», chiede Gesù a coloro che lo richiamano alla sua madre biologica (Mc 3,33). E risponde: «Mia madre e miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica» (Lc 8,21). Gregorio di Nazianzo (329-390) dirà all’assemblea: «Verginizzate per diventare madri di Cristo».

Che tutta la Chiesa partecipi al mistero di Maria ce lo suggerisce anche la cornice rossa che scandisce l’abside in diversi spazi iconografici. Costellata di perle e gemme, questa cornice simboleggia la Gerusalemme celeste, le cui porte sono perle e le cui mura sono pietre preziose (cf Apocalisse 21). La tradizione ebraica gioca sull’assonanza fra "pietra" (aben) e "figlio" (b’n) per descrivere la città santa come l’insieme dei figli di Dio (cf Isaia 54,12-13). Perciò anche il Nuovo Testamento potrà parlare delle «pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale» (1Pt 2,5). L’abside di Parenzo, cioè la maternità di Maria, ovvero la Chiesa, è questo inizio della Gerusalemme celeste.

Ancora più esplicita in questo senso è la prima delle scene: l’Annunciazione. Essa merita uno studio dettagliato.

La scena dell’Annunciazione

Come nella corrispettiva scena della Visitazione, lo sfondo dell’Annunciazione non è l’oro del cielo, ma sono i colori della terra. L’episodio è ben "piantato" sul terreno. L’incarnazione è "storia della nostra terra". Anche l’azzurro con cui i mosaicisti rappresentano il cielo lo rende un cielo terrestre (cf Gen 1). È in questo spazio pienamente terrestre che entra il messaggero divino: Gabriele.

Il nostro mosaico rappresenta l’angelo come una figura possente. Il suo nome significa infatti "forza di Dio" o "Dio è forte". Questa modo di rappresentare Gabriele diventa canonico in questo inizio del Medioevo, come testimonia un avorio del secolo VII conservato a Milano e quasi identico nello schema iconografico alla nostra immagine.

A Parenzo il movimento dell’ala sinistra, del piede destro e del vestito di Gabriele indicano che l’immagine coglie il momento dell’arrivo dell’angelo, il saluto iniziale: «Rallegrati, piena di grazia, il Signore è con te!» (Lc 1,28).

Gabriele è rivestito dalla clamide che portano viandanti e messaggeri nella Grecia classica. Anche il suo discreto diadema con le cinte richiama da lontano l’iconografia di Mercurio, portavoce degli dèi. Ma è il suo bastone che lo qualifica come messaggero del Padre. Questo baculus viatorius era infatti il distintivo del portavoce imperiale. In una funzione analoga al caduceo di Mercurio, questo oggetto doveva richiamare sia la lunga strada fatta dal messaggero sia l’autorità conferitagli. Il bastone è in qualche modo un "pezzo probante" del luogo autorevole da cui viene il messaggero. Perciò nel nostro mosaico esso è reso con tessere dorate. Il bastone è presenza del cielo. Ma del vero cielo: quello divino.

Altri studiosi sottolineano nell’iconografia di Gabriele il legame fra il suo bastone e la bacchetta degli ostiari. Tale bacchetta culmina con una piccola sfera (simbolo del cielo) sopra una piccola base orizzontale quadrata (simbolo della terra). Questa sembra essere la bacchetta rappresentata nel nostro mosaico, così come nell’avorio di Milano sopra citato e in altre testimonianze di poco posteriori. Nella Chiesa dei primi secoli gli ostiari sono gli assistenti alle cerimonie e custodiscono i luoghi sacri. Questo "ruolo liturgico" di Gabriele descrive allora Maria come "luogo sacro" e la sua maternità come la «liturgia che non avrà mai fine».

Gabriele mostra due dita della mano destra. Nella Roma antica è il gesto dell’oratore o dell’avvocato che prende la parola. Nella nostra immagine si tratta della Parola per eccellenza. "Detta" dal messaggero divino, essa "prende carne" in Maria. Questa mano, cioè questa Parola, è il vero centro della scena. Il vuoto che la circonda la mette ulteriormente in evidenza e ne fa un ponte fra la creatura celeste e Maria, fra cielo e terra. Ma le due dita di Gabriele sono leggermente separate ed esprimono così la cifra "due". È un’allusione alle due nature del Verbo incarnato: vero Dio e vero uomo.

Catino absidale della basilica Eufrasiana: al centro, Maria seduta sul trono imperiale.
Catino absidale della basilica Eufrasiana: al centro, Maria seduta sul trono imperiale.

La Ianua Coeli

Sulla destra dell’immagine, Maria è seduta su un trono, come già agli albori dell’iconografia cristiana. Ella stessa è la cathedra Christi. Perciò nel nostro mosaico il trono, concavità aperta in direzione dell’angelo, non fa altro che rinforzare il movimento di accoglienza di Maria stessa. Esso richiama così l’abside nel quale è situato il mosaico.

Il gesto della mano destra della Vergine, la leggera ritrosia del suo busto e l’inclinazione del suo capo traducono genialmente il versetto che segue il saluto: «A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto» (Lc 1,29). Il diventare carne della Parola passa attraverso il turbamento e la domanda sul senso. In questo Maria è "porta" esemplare per ogni ingresso di Dio nella storia e "porta" di ogni preghiera. Le sopracciglia alzate e lo sguardo che incrocia quello dell’angelo esprimono al tempo stesso la sorpresa e un’attenzione estrema.

Le spalle e il busto di Maria sono ricoperti da un velo trasparente che simboleggia la verginità, ma che corrisponde anche al movimento dello Spirito che «scende» e «copre»: «Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo» (Lc 1,35).

Con la sua mano sinistra situata esattamente sul suo grembo, Maria tesse un filo rosso, simbolo presente anche a Santa Maria Maggiore (Roma). Secondo il Protovangelo di Giacomo (cap. 10), si tratta del filo con cui Maria tesse il velo del tempio, che sarà squarciato con la morte di Gesù. Nel suo grembo, Maria tesse già il corpo del suo Figlio, che sarà lacerato sulla croce. È interessante notare che il recipiente da cui proviene il filo rosso è situato per terra, nel punto più basso dell’immagine: come a dire che è dalla terra (in ebraico adamah) che Maria tesse il nuovo corpo, il corpo del nuovo Adamo. Il recipiente è inoltre in sovrapposizione lineare con la mano dell’angelo e la punta della sua bacchetta: in Maria, il cielo e l’adamah costituiscono le due nature della stessa persona.

Per chi guarda questo mosaico dalla navata centrale (l’assemblea durante la celebrazione eucaristica) colpisce il luccichio dell’oro sia nell’aureola di Maria che nelle due frange che scendono lungo il suo vestito. Questo effetto luminoso crea un rapporto diretto fra queste parti e l’altro elemento reso in tessere dorate: il bastone di Gabriele. La Buona Notizia della fedeltà di Dio, la cui forza è rappresentata dal bastone, afferra e attraversa il corpo e la vita di Maria. La sua testa allora è già nella sfera divina e il suo abito, il suo habitus, il suo modo di vivere, brilla di luce divina.

All’oro dell’aureola corrisponde l’oro del piedistallo. Per chi ascolta e compie la Parola, il luogo dove si trova diventa un luogo sacro. Nel gioco di rimbalzi nel quale entra l’osservatore che segue il luccichio dell’oro, l’ultima tappa sono i capitelli rappresentati dietro Maria. Dietro la santità di Maria segue la santità della Chiesa.

Dietro Maria, verso la destra dell’immagine, si sviluppa una chiesa, interrotta dalla cornice del mosaico ma che potrebbe idealmente proseguire e riempire tutta l’abside. Si tratta della basilica Eufrasiana di Parenzo, cioè del luogo dove ci troviamo. Come a dire: nel luogo dove ci troviamo, avviene il proseguimento di ciò che ha avuto inizio nell’Annunciazione. Maria coincide con la porta di questa chiesa. Ella è la Ianua coeli, nel senso di «porta attraverso la quale il cielo entra nella terra». Nell’Annunciazione Maria è la Chiesa nascente e al tempo stesso la sua porta d’ingresso. Inizio (radice) e porta della Chiesa, come canterà l’inno medievale mariano Salve radix, salve porta. Più tardi sant’Ignazio di Loyola, riprendendo un’espressione di Ludolfo di Sassonia, chiamerà Maria «parte» e «porta» del miracolo che avviene in ogni eucaristia.

Il nostro mosaico descrive dunque Maria al tempo stesso come abside e come porta. O meglio, come vera abside. Nella concezione architettonica paleocristiana e medievale l’abside è la porta orientale del tempio, quella che il Messia sceglierà per entrare a Gerusalemme e trasformarla in nuova Gerusalemme. Maria è allora la porta scelta da Dio per entrare nel suo tempio che è l’umanità e farne un’umanità rinnovata che è la Chiesa.

Jean-Paul Hernandez