Una delle
più notevoli specificità della storia dell’italiano può essere
riconosciuta proprio nel percorso che ha condotto alla sua
codificazione: più di ogni altra lingua europea, infatti, l’italiano
si è stabilizzato grazie all’influenza esercitata dai modelli
letterari. Il processo si è realizzato per la concomitanza di due
fatti: lo sviluppo precoce di una letteratura di altissimo livello, e la
mancanza duratura di un centro politico capace di imporsi all’intera
nazione. All’origine della codificazione dell’italiano vi è dunque
la concomitanza di un elemento di forza (letteraria) e di un elemento di
debolezza (politica). Forte fu il prestigio del modello letterario
costituito dagli scrittori. Debole, anzi inesistente, fu la presenza
dello Stato. Bruno Migliorini, il fondatore della "Storia della
lingua italiana" in quanto disciplina accademica, formulò a questo
proposito (guardando, per confronto, alla situazione del francese), un
paradosso che spiega molto bene la specificità italiana: «Se volessimo
formulare paradossalmente questa differenza fra le condizioni della
Francia e quelle dell’Italia, diremmo che in Francia l’unità
politica ha promosso l’unità linguistica, mentre in Italia l’unità
linguistica ha promosso l’unità politica».
Il confronto con la Francia è il più naturale, ma se
si guarda alla codificazione della nostra grammatica risulta istruttivo
anche il confronto con la Spagna. La prima grammatica italiana, la
cosiddetta Grammatichetta vaticana del secolo XV, è la prima
grammatica organica di una lingua romanza, però non vuole stabilire le
regole per una comunità di utenti che dovrà rispettarle. Si tratta
piuttosto di un tentativo di ricerca delle regole, per verificare
se esse esistano. Siamo insomma di fronte a un controllo sperimentale
della struttura formale del fiorentino quattrocentesco, in seguito alle
discussioni tra gli Umanisti.
Ben diversa è la prima grammatica a stampa di una
lingua europea, la Gramatica castellana di Antonio de Nebrija,
pubblicata nel 1492, anno denso di avvenimenti di rilievo, dalla
scoperta dell’America alla presa di Granada. Nella grammatica di
Nebrija ci sono citazioni letterarie, beninteso, ma l’interesse per la
letteratura non è manco lontanamente paragonabile all’esclusivismo
letterario italiano. La prima grammatica italiana a stampa, quella del
Fortunio (1516), si rivolge Agli studiosi della regolata volgar
lingua. La grammatica di Bembo (1525) è dedicata a un personaggio
autorevole: «al cardinale de’ Medici che poi è stato creato a sommo
pontefice et detto Papa Clemente settimo», ma a Bembo non passa manco
per la testa di sfruttare l’ecumenismo della Chiesa romana come canale
privilegiato per la diffusione della lingua italiana. La Chiesa aveva il
suo latino internazionale, capillarmente diffuso dovunque ci fossero
persone colte, e Bembo era in primo luogo un grande latinista, che aveva
detto la sua anche in tale settore del sapere. Dunque Bembo parlava a
una Repubblica di letterati, esattamente come aveva fatto Fortunio.

Un ritratto di Pietro Bembo.
In Spagna le cose stanno diversamente. Nebrija dedica
il suo libro alla regina e parla della «lengua compañera del imperio»:
il potere politico è ben presente alla sua attenzione. E poi, quale dei
grammatici italiani avrebbe mai concluso la propria opera (ciò che fu
invece naturale per Nebrija) con un capitolo di istruzioni speciali per
gli stranieri? Nella dedicatoria alla regina Isabella, Nebrija aveva
ricordato che, tra coloro i quali avrebbero potuto avvalersi della sua
grammatica per imparare il castigliano, non c’erano solo i nuovi
popoli barbari da soggiogare e cristianizzare, ma anche biscaglini,
navarresi, francesi, e infine persino gli italiani: anche molti
italiani, infatti, erano nella condizione di avere «algun trato i
conversacion en España i necessidad de nuestra lengua».
Mai pensieri del genere sfiorarono la mente dei primi
grammatici della lingua italiana. Anzi, per secoli si continuarono a
pubblicare grammatiche nelle quali il problema nazionale non veniva
fuori, né poteva, stante l’inesistenza della nazione. Per trovare in
Italia sogni di gloria linguistica e di impero nazionale in qualche modo
legati alle aspirazioni politiche, dobbiamo aprire grammatiche ben più
recenti, del Novecento, come quella di Trabalza-Allodoli (1934). I
grammatici "nazionalisti", dunque, si trovano solo nel
ventennio fascista, con scarsissime anticipazioni.
La stagione del fascismo coincide con la repressione
dei dialetti e delle minoranze linguistiche, repressione che può essere
paragonata a un breve soffio di vento, nella secolare storia della
lingua italiana, la quale non è affatto storia di "lingue
tagliate", come qualcuno ha voluto far credere: è anzi la storia
di un pacifico consenso da parte delle élite intellettuali di tutta l’Italia.
La storia dell’italiano è dunque ben diversa dalla storia del
francese o dello spagnolo. Non ci sono vittime alle sue spalle, non ci
sono oppressi, a meno di inventarli. Ci fu, invece, un consenso delle
regioni, o meglio degli Stati che componevano la variegata geopolitica
preunitaria.
Se si vuole trovare qualche cosa che abbia influito
sulla norma, dunque, si deve seguire per mille rivoli il dibattito
letterario sulla "questione della lingua". Se invece si cerca
una dimensione propriamente politica, si deve spostare l’attenzione
dopo il 1861. In tal caso, però, bisogna tener presente che ci si sta
occupando di una piccola parte della storia millenaria dell’italiano,
la quale era già ben matura prima dell’esistenza dello Stato
unitario. Purtroppo, dietro alla "forte" lingua italiana
letterata adottata cara alle classi dirigenti, c’era un popolo
dialettofono. I dati statistici relativi agli italofoni, calcolati a suo
tempo da De Mauro, mostrano una nazione socialmente spaccata,
disomogenea, quasi inesistente. La nostra sensibilità sociale moderna
ci fa avvertire tutta la drammaticità della situazione: una nazione
italiana priva di lingua popolare. Non dobbiamo tuttavia dimenticare che
l’italiano fu una lingua dotata di prestigio altissimo soprattutto
quando non fu una lingua parlata, e invece, per curioso paradosso, andò
via via perdendo di importanza e di prestigio internazionale man mano
che si andò diffondendo tra il suo popolo. Anzi, proprio le modalità
della sua codificazione determinarono, a questo punto, la maggior
debolezza. L’iperletterarietà, che per secoli era stata un pregio, il
crisma della sua natura colta e delle sue ammirate qualità artistiche e
poetiche, si trasformò in un difetto. Tanto più può apparire tale
oggi, in un’epoca in cui in tutti i Paesi d’Europa si manifesta la
crisi nelle competenze relative alla lingua scritta e la preferenza per
l’informalità linguistica.
Claudio Marazzini