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Lingua e...

   
L’italiano frutto storico
di forze e debolezze

di Claudio Marazzini


   Letture n.632 dicembre 2006 - Home Page Indagando su quali basi l’italiano è diventato l’idioma nazionale, si colgono due fattori decisivi: lo sviluppo di una letteratura di altissimo livello e la mancanza di un centro politico capace di imporsi all’intera nazione.

Una delle più notevoli specificità della storia dell’italiano può essere riconosciuta proprio nel percorso che ha condotto alla sua codificazione: più di ogni altra lingua europea, infatti, l’italiano si è stabilizzato grazie all’influenza esercitata dai modelli letterari. Il processo si è realizzato per la concomitanza di due fatti: lo sviluppo precoce di una letteratura di altissimo livello, e la mancanza duratura di un centro politico capace di imporsi all’intera nazione. All’origine della codificazione dell’italiano vi è dunque la concomitanza di un elemento di forza (letteraria) e di un elemento di debolezza (politica). Forte fu il prestigio del modello letterario costituito dagli scrittori. Debole, anzi inesistente, fu la presenza dello Stato. Bruno Migliorini, il fondatore della "Storia della lingua italiana" in quanto disciplina accademica, formulò a questo proposito (guardando, per confronto, alla situazione del francese), un paradosso che spiega molto bene la specificità italiana: «Se volessimo formulare paradossalmente questa differenza fra le condizioni della Francia e quelle dell’Italia, diremmo che in Francia l’unità politica ha promosso l’unità linguistica, mentre in Italia l’unità linguistica ha promosso l’unità politica».

Il confronto con la Francia è il più naturale, ma se si guarda alla codificazione della nostra grammatica risulta istruttivo anche il confronto con la Spagna. La prima grammatica italiana, la cosiddetta Grammatichetta vaticana del secolo XV, è la prima grammatica organica di una lingua romanza, però non vuole stabilire le regole per una comunità di utenti che dovrà rispettarle. Si tratta piuttosto di un tentativo di ricerca delle regole, per verificare se esse esistano. Siamo insomma di fronte a un controllo sperimentale della struttura formale del fiorentino quattrocentesco, in seguito alle discussioni tra gli Umanisti.

Ben diversa è la prima grammatica a stampa di una lingua europea, la Gramatica castellana di Antonio de Nebrija, pubblicata nel 1492, anno denso di avvenimenti di rilievo, dalla scoperta dell’America alla presa di Granada. Nella grammatica di Nebrija ci sono citazioni letterarie, beninteso, ma l’interesse per la letteratura non è manco lontanamente paragonabile all’esclusivismo letterario italiano. La prima grammatica italiana a stampa, quella del Fortunio (1516), si rivolge Agli studiosi della regolata volgar lingua. La grammatica di Bembo (1525) è dedicata a un personaggio autorevole: «al cardinale de’ Medici che poi è stato creato a sommo pontefice et detto Papa Clemente settimo», ma a Bembo non passa manco per la testa di sfruttare l’ecumenismo della Chiesa romana come canale privilegiato per la diffusione della lingua italiana. La Chiesa aveva il suo latino internazionale, capillarmente diffuso dovunque ci fossero persone colte, e Bembo era in primo luogo un grande latinista, che aveva detto la sua anche in tale settore del sapere. Dunque Bembo parlava a una Repubblica di letterati, esattamente come aveva fatto Fortunio.

Un ritratto di Pietro Bembo.
Un ritratto di Pietro Bembo.

In Spagna le cose stanno diversamente. Nebrija dedica il suo libro alla regina e parla della «lengua compañera del imperio»: il potere politico è ben presente alla sua attenzione. E poi, quale dei grammatici italiani avrebbe mai concluso la propria opera (ciò che fu invece naturale per Nebrija) con un capitolo di istruzioni speciali per gli stranieri? Nella dedicatoria alla regina Isabella, Nebrija aveva ricordato che, tra coloro i quali avrebbero potuto avvalersi della sua grammatica per imparare il castigliano, non c’erano solo i nuovi popoli barbari da soggiogare e cristianizzare, ma anche biscaglini, navarresi, francesi, e infine persino gli italiani: anche molti italiani, infatti, erano nella condizione di avere «algun trato i conversacion en España i necessidad de nuestra lengua».

Mai pensieri del genere sfiorarono la mente dei primi grammatici della lingua italiana. Anzi, per secoli si continuarono a pubblicare grammatiche nelle quali il problema nazionale non veniva fuori, né poteva, stante l’inesistenza della nazione. Per trovare in Italia sogni di gloria linguistica e di impero nazionale in qualche modo legati alle aspirazioni politiche, dobbiamo aprire grammatiche ben più recenti, del Novecento, come quella di Trabalza-Allodoli (1934). I grammatici "nazionalisti", dunque, si trovano solo nel ventennio fascista, con scarsissime anticipazioni.

La stagione del fascismo coincide con la repressione dei dialetti e delle minoranze linguistiche, repressione che può essere paragonata a un breve soffio di vento, nella secolare storia della lingua italiana, la quale non è affatto storia di "lingue tagliate", come qualcuno ha voluto far credere: è anzi la storia di un pacifico consenso da parte delle élite intellettuali di tutta l’Italia. La storia dell’italiano è dunque ben diversa dalla storia del francese o dello spagnolo. Non ci sono vittime alle sue spalle, non ci sono oppressi, a meno di inventarli. Ci fu, invece, un consenso delle regioni, o meglio degli Stati che componevano la variegata geopolitica preunitaria.

Se si vuole trovare qualche cosa che abbia influito sulla norma, dunque, si deve seguire per mille rivoli il dibattito letterario sulla "questione della lingua". Se invece si cerca una dimensione propriamente politica, si deve spostare l’attenzione dopo il 1861. In tal caso, però, bisogna tener presente che ci si sta occupando di una piccola parte della storia millenaria dell’italiano, la quale era già ben matura prima dell’esistenza dello Stato unitario. Purtroppo, dietro alla "forte" lingua italiana letterata adottata cara alle classi dirigenti, c’era un popolo dialettofono. I dati statistici relativi agli italofoni, calcolati a suo tempo da De Mauro, mostrano una nazione socialmente spaccata, disomogenea, quasi inesistente. La nostra sensibilità sociale moderna ci fa avvertire tutta la drammaticità della situazione: una nazione italiana priva di lingua popolare. Non dobbiamo tuttavia dimenticare che l’italiano fu una lingua dotata di prestigio altissimo soprattutto quando non fu una lingua parlata, e invece, per curioso paradosso, andò via via perdendo di importanza e di prestigio internazionale man mano che si andò diffondendo tra il suo popolo. Anzi, proprio le modalità della sua codificazione determinarono, a questo punto, la maggior debolezza. L’iperletterarietà, che per secoli era stata un pregio, il crisma della sua natura colta e delle sue ammirate qualità artistiche e poetiche, si trasformò in un difetto. Tanto più può apparire tale oggi, in un’epoca in cui in tutti i Paesi d’Europa si manifesta la crisi nelle competenze relative alla lingua scritta e la preferenza per l’informalità linguistica.

Claudio Marazzini

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