Fernando
Bandini è considerato uno dei più importanti poeti italiani. Dopo aver
esordito con l’editore Neri Pozza, il poeta vicentino approda nello
"Specchio" mondadoriano con Memoria del futuro (1969) e
La mantide e la città (1979), cui seguono Santi di Dicembre (1994)
e Meridiano di Greenwich (1998), pubblicati da Garzanti.

- Fin dall’inizio è molto presente il forte legame
con Vicenza, città con cui lei sembra instaurare un controverso
rapporto di amore-odio che attraversa tutta la sua produzione
poetica. Il nome stesso della città viene emblematicamente
deformato nel suo contrario: «Lassù / sono salito tante volte a
guardare / Aznèciv, mia città / dal nome rovesciato».
«C’erano due miti che io avevo fissi nella mente,
anche se appaiono così lontani tra loro: la Charleville di Rimbaud e la
Trieste di Saba. La prima rappresentava la provincia angusta e filistea
che io guardavo con lo sguardo insofferente ed eversivo dell’adolescenza;
la seconda il concomitante amore del proprio luogo natale, la scoperta
in esso delle tracce significative della propria esistenza, in grado di
diventare metafore fruibili, e non meramente individuali, del mondo.
Pensavo che un poeta per giustificare la sua volontà di dire debba
mettere nel mittente dei suoi versi non soltanto il nome e il cognome ma
anche il "luogo" da cui scrive. Non amo le poesie che sembrano
scritte in un qualunque luogo del pianeta e si effondono in una sorta di
global-esperanto. Vicenza era per me, come lo è stata per il Parise del
Ragazzo morto e le comete, una sorta di Praga, città vera e
insieme fantastica, fatta di botteghe e stradette e anche di magie, come
nei versi di Holan e di Seifert. Quindi abitata dal Golem ma anche da
qualche concreta passione politica. Poi tutto nel mondo si è
trasformato, le specificità del locus sono state travolte dal
nuovo omologante universo del consumismo e dei mass media, e Vicenza
è diventata il suo nome all’incontrario Aznèciv, uno
specchio del cuore e della memoria».
- Lei ha ricevuto importanti riconoscimenti per la
sua attività di poeta neolatino. Da cosa deriva il suo amore per la
lingua di Orazio?
«Qui penso di dover spiegare cosa significhi per me
il latino, il mio esercizio (per dirla appunto col Pascoli) di
"poeta in lingua morta". Con l’implicazione pascoliana che
ogni lingua della poesia è in qualche modo lingua morta perché viene
messa sottovetro con canfora come fa l’entomologo con le farfalle che
cattura. Da questo punto di vista anche la lingua dei poeti in dialetto
è lingua morta e le parole che essi con tremore riscoprono sono quelle
che nessuno o quasi pronuncia più, che usavano le madri e le nonne e
che rivivono solo per merito della camera ad ossigeno della poesia. La
lingua della poesia, d’altronde, non ha mai influito sul processo
quotidiano e inarre-stabile degli sviluppi linguistici. È qualcosa a
sé come gli "ordini seriali" di cui parla Bloch. Si alimenta
indifferentemente al presente ma trae anche i suoi alimenti da remote
derive dal passato. Nel nostro tempo la poesia vive l’in-più di una
larga assenza di lettori, il poeta non solo "ha perduto l’aureola"
ma vive una particolare condizione di solitudine, e invidia le
possibilità di ascolto che hanno invece gli scrittori di romanzi.
Quando Rimbaud esclama il faut être absolument moderne, non
invita all’avanguardia e alla rottura con la tradizione; dice soltanto
che per essere moderni bisogna rinunciare alla poesia. Ed è per questo
che la sua decisione di rinunciare alla poesia diventa emblematica della
crisi del poeta prigioniero nelle strettoie della modernità. Questo
destino del poeta non muta, scriva esso in italiano o in sanscrito. Ma
per me il latino significava qualcosa di più: era stata la lingua
religiosa della mia infanzia, mi sembrava una via per ritrovare quegli
"universali" ai quali la poesia dei nostri anni dolorosamente
per necessità si negava, per ridisegnare, anche se con possibilità di
ricezione quasi pari a zero, una visione paradigmatica dell’umano.
Naturalmente sapevo di affrontare un rischio: quello di apparire un
epigono di accademici esercizi di neolatino; con l’eventualità che
questo giudizio venisse esteso (è accaduto) a tutta la mia produzione
poetica, per cui un mio impietosissimo (e sordo) critico mi ha definito
un cervello pieno di polvere».
- La sua poesia, con il passare del tempo, si è
sempre più orientata verso il recupero di un classicismo che non
disdegna incursioni negli aspetti più dibattuti e controversi della
realtà. Mi riferisco, oltre che alle composizioni in latino, alla
collana di sonetti di Corona per un capodanno, inclusa nel
suo ultimo libro, Meridiano di Greenwich.
«Lei è il primo, tra i miei recensori e lettori, a
citare quella Corona di sonetti. Mi è sempre rincresciuto,
perché la Corona aveva per me un valore programmatico, volevo
con essa indicare una individualità coinvolta, come siamo tutti, nella
storia; ma non giudicando la storia con astrazioni che si mutano in
metafore (come succede mirabilmente in Auden), bensì partendo dalla mia
(modesta di eventi) autobiografia, attraverso le svolte di un’esistenza.
Nella Corona c’è la mia adolescenza, ci sono le mie letture di
ragazzo (Blake e Conrad), vi si parla del mio invecchiare dentro una
metamorfosi del mondo, del destino che mi ha legato alla piccola città
e ai suoi "palazzi vetusti" ma dove arrivano chiari gli echi
delle guerre e degli errori del secolo breve. Dire tutto questo col
linguaggio tradito del Novecento era impossibile. Il Novecento –
tranne qualche rilevante episodio – aborre dal "discorso".
Per dire le cose che volevo, occorreva un linguaggio reinventato con
quel tanto di distacco che lei definisce un recupero di classicismo, ma
era solo la necessità che un ritorno a "universali" (appunto
al discorso) avvenisse sulla base di un solido rigore formale. Solo
questo rigore avrebbe potuto contenere i temi e gli oggetti del mio
rapporto con la modernità. Come ho scritto in un’altra poesia dovevo
"mettere ai versi il morso / di qualche rima, fare della norma / la
sorella del cuore". Quindi non rinunciare al sentimento, alle
increspature e ai trasalimenti dell’emozione. Così Brahms imbrigliava
un mondo romantico, inquieto e mosso, in canoni e modi secolari, e già
nella Mantide e la città avevo scritto: "Insegnami a far
versi / Brahms alla tua maniera nella Quarta". Naturalmente la mia
era, nel quadro dei lavori poetici in corso, una posizione estremamente
solitaria, esposta a incomprensioni e fraintendimenti. I miei lettori
più accorti sono stati quelli che mi hanno letto con la mente sgombra
da pregiudizi».
Pasquale Di Palmo