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Quattro chiacchiere con...

   
Con Bandini la poesia torna al classicismo

di Pasquale Di Palmo


   Letture n.632 dicembre 2006 - Home Page L’autore vicentino rappresenta una delle voci più significative del nostro tempo, tesa a coniugare una ricerca formale orientata verso il recupero delle "lingue morte" con i temi più dibattuti e controversi della modernità.

Fernando Bandini è considerato uno dei più importanti poeti italiani. Dopo aver esordito con l’editore Neri Pozza, il poeta vicentino approda nello "Specchio" mondadoriano con Memoria del futuro (1969) e La mantide e la città (1979), cui seguono Santi di Dicembre (1994) e Meridiano di Greenwich (1998), pubblicati da Garzanti.

Fernando Bandini

  • Fin dall’inizio è molto presente il forte legame con Vicenza, città con cui lei sembra instaurare un controverso rapporto di amore-odio che attraversa tutta la sua produzione poetica. Il nome stesso della città viene emblematicamente deformato nel suo contrario: «Lassù / sono salito tante volte a guardare / Aznèciv, mia città / dal nome rovesciato».

«C’erano due miti che io avevo fissi nella mente, anche se appaiono così lontani tra loro: la Charleville di Rimbaud e la Trieste di Saba. La prima rappresentava la provincia angusta e filistea che io guardavo con lo sguardo insofferente ed eversivo dell’adolescenza; la seconda il concomitante amore del proprio luogo natale, la scoperta in esso delle tracce significative della propria esistenza, in grado di diventare metafore fruibili, e non meramente individuali, del mondo. Pensavo che un poeta per giustificare la sua volontà di dire debba mettere nel mittente dei suoi versi non soltanto il nome e il cognome ma anche il "luogo" da cui scrive. Non amo le poesie che sembrano scritte in un qualunque luogo del pianeta e si effondono in una sorta di global-esperanto. Vicenza era per me, come lo è stata per il Parise del Ragazzo morto e le comete, una sorta di Praga, città vera e insieme fantastica, fatta di botteghe e stradette e anche di magie, come nei versi di Holan e di Seifert. Quindi abitata dal Golem ma anche da qualche concreta passione politica. Poi tutto nel mondo si è trasformato, le specificità del locus sono state travolte dal nuovo omologante universo del consumismo e dei mass media, e Vicenza è diventata il suo nome all’incontrario Aznèciv, uno specchio del cuore e della memoria».

  • Lei ha ricevuto importanti riconoscimenti per la sua attività di poeta neolatino. Da cosa deriva il suo amore per la lingua di Orazio?

«Qui penso di dover spiegare cosa significhi per me il latino, il mio esercizio (per dirla appunto col Pascoli) di "poeta in lingua morta". Con l’implicazione pascoliana che ogni lingua della poesia è in qualche modo lingua morta perché viene messa sottovetro con canfora come fa l’entomologo con le farfalle che cattura. Da questo punto di vista anche la lingua dei poeti in dialetto è lingua morta e le parole che essi con tremore riscoprono sono quelle che nessuno o quasi pronuncia più, che usavano le madri e le nonne e che rivivono solo per merito della camera ad ossigeno della poesia. La lingua della poesia, d’altronde, non ha mai influito sul processo quotidiano e inarre-stabile degli sviluppi linguistici. È qualcosa a sé come gli "ordini seriali" di cui parla Bloch. Si alimenta indifferentemente al presente ma trae anche i suoi alimenti da remote derive dal passato. Nel nostro tempo la poesia vive l’in-più di una larga assenza di lettori, il poeta non solo "ha perduto l’aureola" ma vive una particolare condizione di solitudine, e invidia le possibilità di ascolto che hanno invece gli scrittori di romanzi. Quando Rimbaud esclama il faut être absolument moderne, non invita all’avanguardia e alla rottura con la tradizione; dice soltanto che per essere moderni bisogna rinunciare alla poesia. Ed è per questo che la sua decisione di rinunciare alla poesia diventa emblematica della crisi del poeta prigioniero nelle strettoie della modernità. Questo destino del poeta non muta, scriva esso in italiano o in sanscrito. Ma per me il latino significava qualcosa di più: era stata la lingua religiosa della mia infanzia, mi sembrava una via per ritrovare quegli "universali" ai quali la poesia dei nostri anni dolorosamente per necessità si negava, per ridisegnare, anche se con possibilità di ricezione quasi pari a zero, una visione paradigmatica dell’umano. Naturalmente sapevo di affrontare un rischio: quello di apparire un epigono di accademici esercizi di neolatino; con l’eventualità che questo giudizio venisse esteso (è accaduto) a tutta la mia produzione poetica, per cui un mio impietosissimo (e sordo) critico mi ha definito un cervello pieno di polvere».

  • La sua poesia, con il passare del tempo, si è sempre più orientata verso il recupero di un classicismo che non disdegna incursioni negli aspetti più dibattuti e controversi della realtà. Mi riferisco, oltre che alle composizioni in latino, alla collana di sonetti di Corona per un capodanno, inclusa nel suo ultimo libro, Meridiano di Greenwich.

«Lei è il primo, tra i miei recensori e lettori, a citare quella Corona di sonetti. Mi è sempre rincresciuto, perché la Corona aveva per me un valore programmatico, volevo con essa indicare una individualità coinvolta, come siamo tutti, nella storia; ma non giudicando la storia con astrazioni che si mutano in metafore (come succede mirabilmente in Auden), bensì partendo dalla mia (modesta di eventi) autobiografia, attraverso le svolte di un’esistenza. Nella Corona c’è la mia adolescenza, ci sono le mie letture di ragazzo (Blake e Conrad), vi si parla del mio invecchiare dentro una metamorfosi del mondo, del destino che mi ha legato alla piccola città e ai suoi "palazzi vetusti" ma dove arrivano chiari gli echi delle guerre e degli errori del secolo breve. Dire tutto questo col linguaggio tradito del Novecento era impossibile. Il Novecento – tranne qualche rilevante episodio – aborre dal "discorso". Per dire le cose che volevo, occorreva un linguaggio reinventato con quel tanto di distacco che lei definisce un recupero di classicismo, ma era solo la necessità che un ritorno a "universali" (appunto al discorso) avvenisse sulla base di un solido rigore formale. Solo questo rigore avrebbe potuto contenere i temi e gli oggetti del mio rapporto con la modernità. Come ho scritto in un’altra poesia dovevo "mettere ai versi il morso / di qualche rima, fare della norma / la sorella del cuore". Quindi non rinunciare al sentimento, alle increspature e ai trasalimenti dell’emozione. Così Brahms imbrigliava un mondo romantico, inquieto e mosso, in canoni e modi secolari, e già nella Mantide e la città avevo scritto: "Insegnami a far versi / Brahms alla tua maniera nella Quarta". Naturalmente la mia era, nel quadro dei lavori poetici in corso, una posizione estremamente solitaria, esposta a incomprensioni e fraintendimenti. I miei lettori più accorti sono stati quelli che mi hanno letto con la mente sgombra da pregiudizi».

Pasquale Di Palmo

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