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Quattro chiacchiere con...

   
Robert Fisk: io corrispondente,
storico, scrittore

di Luca Gallesi


   Letture n.632 dicembre 2006 - Home Page «I giornalisti devono cercare di essere testimoni imparziali della realtà, e non portavoce delle versioni ufficiali». È il richiamo al dovere del noto corrispondente di guerra. Che per capire il mondo si affida anche alla letteratura.

Oggi è quasi scomparsa persino l’idea del "corrispondente di guerra": nell’epoca delle guerre preventive e dei bombardamenti chirurgici, gli unici giornalisti tollerati, e, anzi, addirittura incoraggiati, sono quelli che con una parola tanto brutta quanto sincera vengono chiamati embedded, ma che, forse, sarebbe meglio definire portavoce. Il loro lavoro, infatti, si riduce a riferire quello che viene detto alle conferenze stampa organizzate dai governi o dagli stessi comandi militari, senza alcun riguardo né interesse per la realtà dei fatti, cosa che invece interessa moltissimo una delle poche eccezioni alla regola del conformismo imperante: Robert Fisk, attualmente corrispondente da Beirut per il quotidiano The Independent e, secondo il New York Times, l’inviato più famoso del mondo. Poiché, essere giornalisti, per Fisk, significa essere i primi testimoni imparziali della storia, egli affianca alla carriera di inviato quella di scrittore, e come tale si presenta anche al pubblico italiano con un’opera monumentale appena pubblicata da il Saggiatore, Cronache Mediorientali, (pagg. 1.182, euro 35,00).

  • Nel libro racconta di come il mestiere di giornalista abbia cominciato ad appassionarla all’età di dodici anni, quando vide il film di Alfred Hitchcock Il prigioniero di Amsterdam, pieno di belle donne, avventura e passione. Nel sottotitolo del suo libro, si parla invece di "invasioni, tragedie e tradimenti".

« Beh, diciamo che c’è una certa differenza tra il cinema e la realtà. Ma la guerra è un’esperienza molto forte, e, come dico nel libro, che inizia con mio padre che, quando ero bambino, mi portava ogni anno sui campi di battaglia, temo che molti colleghi siano morti proprio perché si sono avvicinati ai campi di battaglia con leggerezza, come se andassero al cinema o come se cercassero di rivivere quello che avevano letto in un libro. Ma la guerra non è letteratura».

  • Eppure, di citazioni letterarie, nel suo libro ce ne sono molte: per documentarsi, legge spesso i classici, soprattutto Guerra e pace, «per non dimenticare come si possa descrivere un conflitto con sensibilità, eleganza e orrore». E alla fine, ricorre a T.S. Eliot per ricordarci come il mondo sia cambiato dopo il 1945.

«Effettivamente, la letteratura può aiutare molto a capire e spiegare un mondo che, come dice Eliot a proposito della corruzione dilagante nella politica, è molto cambiato, e in peggio, dal 1945. Vi faccio un esempio: dopo la Seconda guerra mondiale abbiamo creato un sistema di leggi internazionali per tutelare la difesa dei diritti umani ed evitare altre guerre inumane, e ora, dopo l’11 settembre, lo abbiamo stracciato. Bush continua a raccontare la bugia che dopo l’11 settembre il mondo è cambiato per sempre. Il mio mondo non è cambiato dopo quella data, e nemmeno il vostro dovrebbe cambiare, cosa che invece succederà se crederemo a Bush; il mondo allora cambierà davvero e questa sarà la più grande vittoria di Al Qaeda».

  • A proposito dell’11 settembre, sempre più persone abbracciano la cosiddetta teoria del complotto. Lei pensa che ci abbiano detto tutta la verità?

«Assolutamente no, la versione ufficiale è piena di buchi e di contraddizioni; il che non significa che io creda all’ipotesi della demolizione degli edifici tramite esplosioni... Qualcosa non è chiaro, ma non so cosa, e, dato che non vivo in America, non posso saperlo. Se fossi negli Usa, mi dedicherei però certamente a indagare su questo mistero».

  • Tornando alla letteratura, un grande poeta, W.B. Yeats, parlando della guerra civile irlandese, disse che «tutto era completamente cambiato / una bellezza terribile era nata». Non possiamo dire lo stesso della guerra in Medio Oriente, vero?

«No, certamente: in Medio Oriente, è più adatta la battuta finale di Cuore di tenebra, di Conrad: «L’orrore, l’orrore!». Al Qaeda, effettivamente, ha cambiato tutto, ma quello che stava lamentando Yeats era il tramonto della classe dirigente protestante in Irlanda, mentre noi oggi abbiamo negli Usa esattamente il contrario, con una classe dirigente protestante ancora più forte, soprattutto a partire da Teddy Roosevelt. Sono nato nel 1946, un anno dopo la fine della Seconda guerra mondiale, e sono cresciuto con l’idea che la Convenzione di Ginevra fosse sacra e intoccabile, molto più importante di qualsiasi insegnamento religioso, perché era basata sull’esperienza concreta del dopoguerra e sulla volontà di evitarne gli errori. Ora sono assolutamente inorridito da come essa sia stata via via ignorata e maltrattata: basta vedere il trattamento dei prigionieri di guerra: se non li consideri tali, come per esempio succede oggi a Guantanamo, tanto vale che stracci e butti via tutta l’intera Convenzione».

  • Anche se pare che gli americani abbiano cominciato già nel 1945 a ignorare il diritto internazionale sul trattamento dei prigionieri di guerra, come ha dimostrato lo storico James Baque, pubblicato in Italia da Mursia

«Anche in Corea e Vietnam abbiamo commesso, come tutti, dei crimini di guerra, che purtroppo sono inevitabili in qualsiasi guerra. Ma coloro che hanno commesso crimini di guerra sono stati spesso processati e condannati con i loro comandanti, come è successo a Norimberga. Ad Abu Ghraib, invece, i comandanti sono stati ritenuti non responsabili. Ecco dov’è finito il senso morale di una nazione: completamente ribaltato!»

  • La scorsa estate leggevo sull’Independent i suoi reportage da Beirut sull’invasione israeliana del Libano, notando come fossero lontani da quelli di tutti gli altri giornali, che peraltro si affidavano soprattutto alle notizie di agenzia. Perché anche i giornalisti hanno rinunciato a fare il loro lavoro di indagine e testimonianza?

«Beh, in realtà non ero l’unico, anche se il mio giornale è stato sicuramente uno dei più schierati e battaglieri. È molto facile fare il giornalista, se ti inserisci nel sistema. Le faccio un esempio: ho qui con me un ritaglio del Los Angeles Times che ho conservato quando stavo finendo la prima edizione americana del mio libro. È un articolo del 6 novembre 2005, e riguarda Al Zarkawi. Guardiamo le fonti citate nell’articolo: "Le autorità americane dicono… Fonti governative dicono… Fonti ufficiali affermano… Le autorità Usa credono... Fonti ufficiali confermano... e via per un’altra ventina di citazioni, senza il minimo accenno ad altre fonti. Se, da giornalista, scrivi così, non avrai mai il minimo problema. Del resto, basta guardare una conferenza stampa del presidente Usa per capire tutto: mentre dal fondo c’è chi si sbraccia per fare una domanda, il presidente darà retta, con tono gentile e chiamando ciascuno per nome, soltanto ai giornalisti accondiscendenti, che non gli faranno domande scomode; si tratta di una relazione osmotica e parassitaria tra i giornalisti e il presidente degli Stati Uniti. E questo non è assolutamente giornalismo.

Luca Gallesi

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