Oggi è
quasi scomparsa persino l’idea del "corrispondente di
guerra": nell’epoca delle guerre preventive e dei bombardamenti
chirurgici, gli unici giornalisti tollerati, e, anzi, addirittura
incoraggiati, sono quelli che con una parola tanto brutta quanto sincera
vengono chiamati embedded, ma che, forse, sarebbe meglio definire
portavoce. Il loro lavoro, infatti, si riduce a riferire quello
che viene detto alle conferenze stampa organizzate dai governi o dagli
stessi comandi militari, senza alcun riguardo né interesse per la
realtà dei fatti, cosa che invece interessa moltissimo una delle poche
eccezioni alla regola del conformismo imperante: Robert Fisk,
attualmente corrispondente da Beirut per il quotidiano The
Independent e, secondo il New York Times, l’inviato più
famoso del mondo. Poiché, essere giornalisti, per Fisk, significa
essere i primi testimoni imparziali della storia, egli affianca alla
carriera di inviato quella di scrittore, e come tale si presenta anche
al pubblico italiano con un’opera monumentale appena pubblicata da il
Saggiatore, Cronache Mediorientali, (pagg. 1.182, euro 35,00).

- Nel libro racconta di come il mestiere di
giornalista abbia cominciato ad appassionarla all’età di dodici
anni, quando vide il film di Alfred Hitchcock Il prigioniero di
Amsterdam, pieno di belle donne, avventura e passione. Nel
sottotitolo del suo libro, si parla invece di "invasioni,
tragedie e tradimenti".
« Beh, diciamo che c’è una certa differenza tra il
cinema e la realtà. Ma la guerra è un’esperienza molto forte, e,
come dico nel libro, che inizia con mio padre che, quando ero bambino,
mi portava ogni anno sui campi di battaglia, temo che molti colleghi
siano morti proprio perché si sono avvicinati ai campi di battaglia con
leggerezza, come se andassero al cinema o come se cercassero di rivivere
quello che avevano letto in un libro. Ma la guerra non è letteratura».
- Eppure, di citazioni letterarie, nel suo libro ce
ne sono molte: per documentarsi, legge spesso i classici,
soprattutto Guerra e pace, «per non dimenticare come si
possa descrivere un conflitto con sensibilità, eleganza e orrore».
E alla fine, ricorre a T.S. Eliot per ricordarci come il mondo sia
cambiato dopo il 1945
.
«Effettivamente,
la letteratura può aiutare molto a capire e spiegare un mondo che, come
dice Eliot a proposito della corruzione dilagante nella politica, è
molto cambiato, e in peggio, dal 1945. Vi faccio un esempio: dopo la
Seconda guerra mondiale abbiamo creato un sistema di leggi
internazionali per tutelare la difesa dei diritti umani ed evitare altre
guerre inumane, e ora, dopo l’11 settembre, lo abbiamo stracciato.
Bush continua a raccontare la bugia che dopo l’11 settembre il mondo
è cambiato per sempre. Il mio mondo non è cambiato dopo quella data, e
nemmeno il vostro dovrebbe cambiare, cosa che invece succederà se
crederemo a Bush; il mondo allora cambierà davvero e questa sarà la
più grande vittoria di Al Qaeda».
- A proposito dell’11 settembre, sempre più
persone abbracciano la cosiddetta teoria del
complotto. Lei pensa che ci abbiano detto
tutta la verità?
«Assolutamente no, la versione ufficiale è piena di
buchi e di contraddizioni; il che non significa che io creda all’ipotesi
della demolizione degli edifici tramite esplosioni... Qualcosa non è
chiaro, ma non so cosa, e, dato che non vivo in America, non posso
saperlo. Se fossi negli Usa, mi dedicherei però certamente a indagare
su questo mistero».
- Tornando alla letteratura, un grande poeta, W.B.
Yeats, parlando della guerra civile irlandese, disse che «tutto era
completamente cambiato / una bellezza terribile era nata». Non
possiamo dire lo stesso della guerra in Medio Oriente, vero?
«No, certamente: in Medio Oriente, è più adatta la
battuta finale di Cuore di tenebra, di Conrad: «L’orrore, l’orrore!».
Al Qaeda, effettivamente, ha cambiato tutto, ma quello che stava
lamentando Yeats era il tramonto della classe dirigente protestante in
Irlanda, mentre noi oggi abbiamo negli Usa esattamente il contrario, con
una classe dirigente protestante ancora più forte, soprattutto a
partire da Teddy Roosevelt. Sono nato nel 1946, un anno dopo la fine
della Seconda guerra mondiale, e sono cresciuto con l’idea che la
Convenzione di Ginevra fosse sacra e intoccabile, molto più importante
di qualsiasi insegnamento religioso, perché era basata sull’esperienza
concreta del dopoguerra e sulla volontà di evitarne gli errori. Ora
sono assolutamente inorridito da come essa sia stata via via ignorata e
maltrattata: basta vedere il trattamento dei prigionieri di guerra: se
non li consideri tali, come per esempio succede oggi a Guantanamo, tanto
vale che stracci e butti via tutta l’intera Convenzione».
- Anche se pare che gli americani abbiano cominciato
già nel 1945 a ignorare il diritto internazionale sul trattamento
dei prigionieri di guerra, come ha dimostrato lo storico James Baque,
pubblicato in Italia da Mursia
…
«Anche in Corea e Vietnam
abbiamo commesso, come tutti, dei crimini di guerra, che purtroppo sono
inevitabili in qualsiasi guerra. Ma coloro che hanno commesso crimini di
guerra sono stati spesso processati e condannati con i loro comandanti,
come è successo a Norimberga. Ad Abu Ghraib, invece, i comandanti sono
stati ritenuti non responsabili. Ecco dov’è finito il senso morale di
una nazione: completamente ribaltato!»
- La scorsa estate leggevo sull’Independent i
suoi reportage da Beirut sull’invasione israeliana del Libano,
notando come fossero lontani da quelli di tutti gli altri giornali,
che peraltro si affidavano soprattutto alle notizie di agenzia.
Perché anche i giornalisti hanno rinunciato a fare il loro lavoro
di indagine e testimonianza?
«Beh, in realtà non ero l’unico, anche se il mio
giornale è stato sicuramente uno dei più schierati e battaglieri. È
molto facile fare il giornalista, se ti inserisci nel sistema. Le faccio
un esempio: ho qui con me un ritaglio del Los Angeles Times che
ho conservato quando stavo finendo la prima edizione americana del mio
libro. È un articolo del 6 novembre 2005, e riguarda Al Zarkawi.
Guardiamo le fonti citate nell’articolo: "Le autorità americane
dicono… Fonti governative dicono… Fonti ufficiali affermano… Le
autorità Usa credono... Fonti ufficiali confermano... e via per un’altra
ventina di citazioni, senza il minimo accenno ad altre fonti. Se, da
giornalista, scrivi così, non avrai mai il minimo problema. Del resto,
basta guardare una conferenza stampa del presidente Usa per capire
tutto: mentre dal fondo c’è chi si sbraccia per fare una domanda, il
presidente darà retta, con tono gentile e chiamando ciascuno per nome,
soltanto ai giornalisti accondiscendenti, che non gli faranno domande
scomode; si tratta di una relazione osmotica e parassitaria tra i
giornalisti e il presidente degli Stati Uniti. E questo non è
assolutamente giornalismo.
Luca Gallesi