Con
grande sorpresa di tutti – poiché il favorito dai pronostici, all’interno
della cinquina dei finalisti, era Pietrangelo Buttafuoco – è
risultato Salvatore Niffoi, 56enne barbaricino, con il romanzo La
vedova scalza (Adelphi), il super-vincitore della
quarantaquattresima edizione del Premio letterario Campiello, assegnato
nel settembre scorso a Venezia. A decretarlo sono stati i "trecento
lettori" della giuria popolare, che lo hanno preferito, con 76
voti, tra i cinque libri scelti lo scorso giugno dalla giuria tecnica.
Il
romanzo di Niffoi racconta una vicenda ambientata in Barbagia tra le due
guerre, in un mondo arcaico e feroce, reso anche attraverso l’uso del
dialetto. Un successo che lo scrittore, emozionatissimo al termine dello
scrutinio che lo ha incoronato vincitore, ha detto di non essere in
grado di spiegare: «La magia di un libro non può essere svelata. La
letteratura consente un viaggio nella fantasia e nel mistero, la cui
meta va scoperta strada facendo».
- Niffoi, com’è approdato alla scrittura?
«Si scrive per necessità, per un’intima spinta a
farlo. Accanto al mio lavoro di insegnante alle medie, la scrittura ha
preso sempre più spazio nella mia vita. Ho scritto infatti già sette
romanzi e sto lavorando all’ottavo. Prima pubblicavo con la piccola
casa editrice sarda Il Maestrale, poi il passaggio ad Adelphi mi ha dato
una maggiore visibilità, fino al successo di questo importante premio».
- Qualcuno ha accostato il suo lavoro a quello di un
altro celebre autore sardo, Gavino Ledda. Questo paragone, secondo
lei, ha ragione di essere?
«Certo apprezzo Gavino Ledda, che è anche un caro
amico, ma vorrei dire che non amo le accoppiate, soprattutto tra maschi.
Battute a parte, voglio dire che ogni percorso di scrittura è un
itinerario individuale. Ci possono essere delle affinità tra gli
scrittori, ma forse sarebbe meglio sottolineare i punti di differenza e
di originalità».
- Lo stile dei suoi libri non è uno stile facile,
immediato. È un’opzione voluta quella per una certa oscurità?
«Mi rendo conto che questo può allontanare qualche
lettore, anche se il Super-Campiello sembra, per una volta, smentire
questa convinzione. Credo però che la lingua sia come una donna, la
quale per esercitare il proprio fascino ha bisogno di mantenere in sé
una certa dose di mistero. È bello, quando si legge un libro, essere
coinvolti nell’avventura di questa scoperta, come dicevo prima a
livello della vicenda, ma anche sul piano dello stile. Con la lingua
della narrativa, o della poesia, non dobbiamo fare, per così dire, catering,
fast-food, altrimenti cadiamo in quella che Pasolini chiamava
"omologazione". Questa attenzione vigile ha anche una valenza
civile, politica, perché un popolo omologato si fa anche facilmente
ingannare».
- Le sta più a cuore il giudizio dei critici o
quello dei lettori?
«Critici e lettori sono innanzitutto persone e a me,
tramite i libri, interessa soprattutto incontrare degli individui. A
volte i critici rischiano di farsi un po’ fuorviare dall’ideologia,
e questo è un problema per la serena valutazione di un’opera».
Roberto Carnero