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Quattro chiacchiere con...

   
La Sardegna si guadagna il suo Campiello

di Roberto Carnero


   Letture n.632 dicembre 2006 - Home Page Con Salvatore Niffoi, sardo di Orani, l’isola si aggiudica il prestigioso riconoscimento. Autore di sette romanzi, lo scrittore si è imposto ai lettori per la schiettezza del carattere e per l’originalità dei suoi libri.

Con grande sorpresa di tutti – poiché il favorito dai pronostici, all’interno della cinquina dei finalisti, era Pietrangelo Buttafuoco – è risultato Salvatore Niffoi, 56enne barbaricino, con il romanzo La vedova scalza (Adelphi), il super-vincitore della quarantaquattresima edizione del Premio letterario Campiello, assegnato nel settembre scorso a Venezia. A decretarlo sono stati i "trecento lettori" della giuria popolare, che lo hanno preferito, con 76 voti, tra i cinque libri scelti lo scorso giugno dalla giuria tecnica.

Il romanzo di Niffoi racconta una vicenda ambientata in Barbagia tra le due guerre, in un mondo arcaico e feroce, reso anche attraverso l’uso del dialetto. Un successo che lo scrittore, emozionatissimo al termine dello scrutinio che lo ha incoronato vincitore, ha detto di non essere in grado di spiegare: «La magia di un libro non può essere svelata. La letteratura consente un viaggio nella fantasia e nel mistero, la cui meta va scoperta strada facendo».

  • Niffoi, com’è approdato alla scrittura?

«Si scrive per necessità, per un’intima spinta a farlo. Accanto al mio lavoro di insegnante alle medie, la scrittura ha preso sempre più spazio nella mia vita. Ho scritto infatti già sette romanzi e sto lavorando all’ottavo. Prima pubblicavo con la piccola casa editrice sarda Il Maestrale, poi il passaggio ad Adelphi mi ha dato una maggiore visibilità, fino al successo di questo importante premio».

  • Qualcuno ha accostato il suo lavoro a quello di un altro celebre autore sardo, Gavino Ledda. Questo paragone, secondo lei, ha ragione di essere?

«Certo apprezzo Gavino Ledda, che è anche un caro amico, ma vorrei dire che non amo le accoppiate, soprattutto tra maschi. Battute a parte, voglio dire che ogni percorso di scrittura è un itinerario individuale. Ci possono essere delle affinità tra gli scrittori, ma forse sarebbe meglio sottolineare i punti di differenza e di originalità».

  • Lo stile dei suoi libri non è uno stile facile, immediato. È un’opzione voluta quella per una certa oscurità?

«Mi rendo conto che questo può allontanare qualche lettore, anche se il Super-Campiello sembra, per una volta, smentire questa convinzione. Credo però che la lingua sia come una donna, la quale per esercitare il proprio fascino ha bisogno di mantenere in sé una certa dose di mistero. È bello, quando si legge un libro, essere coinvolti nell’avventura di questa scoperta, come dicevo prima a livello della vicenda, ma anche sul piano dello stile. Con la lingua della narrativa, o della poesia, non dobbiamo fare, per così dire, catering, fast-food, altrimenti cadiamo in quella che Pasolini chiamava "omologazione". Questa attenzione vigile ha anche una valenza civile, politica, perché un popolo omologato si fa anche facilmente ingannare».

  • Le sta più a cuore il giudizio dei critici o quello dei lettori?

«Critici e lettori sono innanzitutto persone e a me, tramite i libri, interessa soprattutto incontrare degli individui. A volte i critici rischiano di farsi un po’ fuorviare dall’ideologia, e questo è un problema per la serena valutazione di un’opera».

Roberto Carnero

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