Esistono
molti studi che affrontano il tema riguardante le affinità tra la
poetica di Montale e quella della cosiddetta "linea ligure"
che espresse singolari figure di poeti, critici e narratori, soprattutto
all’inizio del Novecento. Tra questi ricordiamo l’«estroso
fanciullo» Camillo Sbarbaro, il cui debito montaliano è stato
ampiamente riconosciuto dallo stesso interessato, o la figura appartata
di Mario Novaro, poeta e animatore della Riviera Ligure. Roberto
Mosena, in questo suo documentato studio, si sofferma in
particolare sul
rapporto, meno evidente sul piano delle convergenze di carattere
stilistico, tra l’opera montaliana e quella di due autori
"marginali" come Ceccardo Roccatagliata Ceccardi e Giovanni
Boine.
Lo studioso, partendo dall’influenza che ebbero
questi due autori sull’opera di Montale, analizza il particolare
contesto storico e letterario in cui il poeta degli Ossi di seppia si
trovò a operare, con un’attenzione mirata al tema del paesaggio
ligure, così presente nei suoi versi: «[...] prima che Montale arrivi
a scrivere del suo paesaggio e compia poi uno straordinario cammino
poetico doveva fare i conti con questo: alimentarsi dallo scagno, dal
paesaggio ligure, respirare l’aria che avevano respirato o avrebbero
respirato con lui altri poeti e soprattutto, una volta cresciuto,
leggere i testi dei liguri, frequentarne qualcuno, insomma ricevere dal
mondo in cui viveva, immobile e tormentato dallo scirocco, un’impronta
alla quale rimase fedele e riconoscente».
Nonostante declini l’etichetta di "montalista",
Mosena ci conduce con garbo attraverso questo complesso itinerario
esegetico, contrassegnato dalle corrispondenze dell’opera di Montale
con quella del maudit Roccatagliata Ceccardi, ancora pervasa da
reminiscenze carducciane, o di Boine che, con Plausi e botte,
sembra inaugurare una nuova stagione della sensibilità critica.
Pasquale Di Palmo