L'eccellente
impressione destata qualche anno fa da Javier Cercas con Soldati a
Salamina trova conferma in questo nuovo romanzo; al punto che se non
fosse ancora per una certa debolezza nei dialoghi potremmo parlarne come
di uno degli scrittori spagnoli viventi di forte spessore. Cercas
inventa storie non banali, ne costruisce l’intreccio con sapienza, non
cerca il facile effetto (cioè le battute "cinematografiche"
che affliggono molta narrativa odierna). E soprattutto sa
confrontarsi con la Storia, un prezioso serbatoio dalla quale estrae i
temi di riflessione: in questo caso il senso di colpa.
In La velocità della luce la Storia alla quale
guarda è la guerra in
Vietnam,
incarnata nella figura del reduce Rodney Falk, insegnante in una piccola
università del Midwest. In quell’ateneo americano, Urbana, va a
lavorare un neolaureato catalano con ambizioni letterarie (un "io
narrante" nel quale Cercas ha messo molto di sé). All’università
Rodney viene tenuto un po’ a margine: è considerato un tipo bizzarro,
una specie di vecchio hippy con lampi di genio, anche se prima
della "sporca guerra" era un uomo assolutamente comune. Lo
spagnolo – che deve condividere con lui l’ufficio – stringe con
lui un rapporto di amicizia.
Un giorno Falk scompare. L’amico si mette sulle sue
tracce finendo per incontrarne il padre, il quale gli regala le lettere
che Rodney aveva inviato alla famiglia dal Vietnam. Sono lettere che da
un certo momento in poi prendono una piega strana; i genitori erano
arrivati a pensare «che non fosse il loro figlio a scrivere, ma qualcun
altro che ne usurpava nome e calligrafia». Rodney e l’amico scrittore
si ritrovano molti anni dopo proprio in Spagna, e l’incontro porta a
una rivelazione sconvolgente sui trascorsi del primo in Vietnam. Quegli
orrori metteranno in risonanza nello scrittore catalano, ora baciato dal
successo, qualcosa che riguarda la sua stessa vita.
Giuseppe Piacentino