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Recensioni.Il libro del mese.

   
«E voi, chi dite che io sia?»

di Marina Verzoletto


   Letture n.632 dicembre 2006 - Home Page

Corrado Augias e Mauro Pesce,
Inchiesta su Gesù,
Mondadori, 2006, pagg. 263, euro 17,00.
  

«Non crediate che io sia venuto a portare la pace sulla terra: non sono venuto a portare la pace, ma la spada...» (Mt 10, 34). Naturalmente non ci sono spade sguainate, nella saletta dell’archivio di Letture dove il comitato scientifico discute il "libro del mese" Inchiesta su Gesù, presenti il coautore Mauro Pesce e, in veste di "interlocutori esperti", don Alberto Cozzi, docente di Teologia sistematica presso la Facoltà Teologica dell’Italia settentrionale, e un giovane neolicenziato in materia, Vincenzo Vitale. Ma il dibattito è vivace, acceso, forse più del consueto.

Non c’è da meravigliarsi: duemila anni dopo, la provocazione di Gesù, «E voi, chi dite che io sia?», ancora coinvolge e divide appassionatamente. Lo sa bene Pesce, professore all’Università di Bologna: dopo tanti anni di feconda ricerca sul cristianesimo delle origini nota solo agli specialisti, nel 2004 ottenne un successo sorprendente facendo conoscere a un pubblico di inaspettata vastità i molti Gesù dei Vangeli apocrifi (Le parole dimenticate di Gesù, Fondazione Lorenzo Valla - Mondadori). Ancor meglio lo sa Corrado Augias, abilissimo a cogliere la «curiosità ansiosa» (Parazzoli) verso questi argomenti, che il fenomeno Dan Brown non ha certo esaurito, anzi.

Si può ironizzare, come fa Alessandro Zaccuri, sul fatto che un intellettuale quale è Augias, prestigioso alfiere del giornalismo cólto, "scopra" Gesù solo adesso; e che le sue domande a Pesce, in questo libro-intervista, manifestino una conoscenza pregressa tutto sommato superficiale, su questioni tanto importanti per la nostra storia. Peraltro, la diffusa ignoranza in materia è stata lungamente favorita dal pregiudizio che ha escluso i temi religiosi, in primis cristiani, dal patrimonio minimo di competenze richieste alla persona "istruita".

Non è quindi il caso di assecondare pensieri troppo maliziosi sulle intenzioni di Augias: il suo interesse sarà forse frutto di sensibilità giornalistica, piuttosto che di intima urgenza spirituale, ma è autentico e coltivato con onestà intellettuale e con l’abilità di mediatore culturale che tutti gli riconoscono. Perché proprio questo è l’obiettivo che sta più a cuore a Pesce, e che Aldo Giobbio riconosce quale merito principale del libro: trovare il modo di comunicare i risultati della scienza storica (ma anche degli altri possibili approcci, dall’antropologia alla psicoanalisi) riguardo ai temi religiosi, rendendo così un indispensabile servizio alla convivenza e alla tolleranza, in un mondo moderno che ne ha e ne esprime, anche se non sempre in forma limpida, un crescente bisogno. La sottolineatura dell’ebraicità di Gesù, per esempio, è persino banale e certamente scontata per chiunque conosca i documenti che il magistero cattolico ha prodotto dal Concilio Vaticano II a oggi; eppure, tanto scontata non è per i più, vista la reazione stupita di molti lettori, forse quei molti che non si sarebbero mai accostati a questi argomenti, se non li avesse attirati il nome di Augias e l’efficace formato comunicativo dell’intervista.

Per certi aspetti paragonabile, come suggerisce Zaccuri, a Ipotesi su Gesù, ma ovviamente molto più aggiornato del datato best seller di Messori, Inchiesta su Gesù non è un libro per i credenti devoti, ma rifugge anche da un certo atteggiamento virulentemente antiecclesiale che ancora affligge una parte della società e della cultura italiana: atteggiamento antiecclesiale che, suggerisce Giobbio, ha una matrice antioccidentale, previa un’indebita identificazione tra Chiesa e Occidente. L’attenzione esplicita di Pesce, affinché il testo non fosse in alcun modo sospettabile di offendere o confutare la fede cristiana, non impedisce comunque al direttore di Letture, Antonio Rizzolo, di rilevare nell’impostazione data da Augias, con le sue domande e con le sue introduzioni a ciascun capitolo, il permanere, forse inconsapevole, di un pregiudizio antireligioso di matrice illuminista. È il pregiudizio che, per esempio, porta Augias a definire la resurrezione «il più poderoso edificio di speranza che gli uomini abbiano mai costruito»: sottintendendo, quindi, che come fatto storico la resurrezione di Gesù sia da escludere, per principio, in quanto impossibile miracolo.

I dubbi di Rizzolo sono confermati dall’inopinata comparsa del Codice da Vinci nella bibliografia. In modo certamente più raffinato e perciò più insidioso, l’Inchiesta di Augias gli sembra ripetere la tesi cara a Dan Brown, secondo la quale la verità sul Gesù storico sarebbe stata tradita e occultata dalla Chiesa. Questa impressione è vivacemente respinta da Pesce; resta però in discussione se il libro colga o meno l’obiettivo che si è posto, la mediazione culturale di un complesso dibattito storico ed esegetico. Secondo Rizzolo, l’obiettivo è mancato proprio a causa del vizio ideologico di fondo. Al lettore non vengono forniti gli strumenti bibliografici utili a comprendere e discutere criticamente le tesi cruciali. Un cattolico praticante e impegnato difficilmente si riconoscerà nell’assunto implicito e abbandonerà la lettura, perdendo anche l’opportunità di nuove conoscenze che pure ne potrebbe trarre. Viceversa, la maggior parte dei lettori, più che essere spinti ad approfondire questioni di grande impegno critico, verranno gratificati nella loro convinzione che si possa apprezzare Gesù rifiutando la Chiesa (e i suoi scomodi precetti).

Alberto Cozzi trova comunque positivo l’olismo delle fonti praticato da Pesce, che lascia emergere la ricchezza di immagini del Gesù storico. In particolare la citata "ebraicità" di Gesù è motivo di estremo interesse, anche se non è detto che debba essere letta nella stessa chiave proposta da Pesce e Augias, di una discontinuità tra Gesù, ebreo e non cristiano, e la successiva Chiesa cristiana. La discontinuità può essere individuata in Gesù stesso, nella resurrezione; e i discepoli possono aver rielaborato l’incontro con Gesù risorto all’interno del loro retaggio giudaico, riprendendolo alla luce della resurrezione e, reciprocamente, per capire la resurrezione stessa.

L’analisi di Cozzi su questo punto esemplifica il suo rilievo di fondo: non viene messa a fuoco la teologia fondamentale, che è semplicemente presupposta. E quando si imposta un libro su questi temi attraverso domande a storici specialisti, per quanto seri, senza verificare i presupposti, il risultato può essere ambivalente e indebolire l’efficacia della mediazione culturale, fatto salvo l’arricchimento che tante suggestioni documentali lasciano comunque anche al lettore non competente. Resta vero, peraltro, che la divulgazione storica non pare facilmente compatibile con la teologia fondamentale, mentre fanno audience le domande di Augias su dettagli non essenziali e un po’ morbosi, come la verginità di Maria o i «fratelli di Gesù».

Resta, soprattutto, la dialettica di fondo tra una prospettiva, quella di Pesce, secondo la quale la ricerca storica non può avere presupposti di fede, e un’altra, quella di Cozzi, secondo la quale la fede, pur non potendo presupporre se stessa, ha una domanda storica su Gesù, perché in lui la verità di Dio avviene nella storia. Lo storico sospende la fede; ma questa, prima di essere un dato presente o meno nel ricercatore, è presente e agisce dentro i testi su cui verte la ricerca.

Marina Verzoletto

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