Corrado Augias e Mauro Pesce,
Inchiesta su Gesù,
Mondadori, 2006, pagg. 263, euro 17,00.
«Non crediate che io
sia venuto a portare la pace sulla terra: non sono venuto a portare la
pace, ma la spada...» (Mt 10, 34). Naturalmente non ci sono spade
sguainate, nella saletta dell’archivio di Letture dove il
comitato scientifico discute il "libro del mese" Inchiesta
su Gesù, presenti il coautore Mauro Pesce e, in veste di
"interlocutori esperti", don Alberto Cozzi, docente di
Teologia sistematica presso la Facoltà Teologica dell’Italia
settentrionale, e un giovane neolicenziato in materia, Vincenzo Vitale.
Ma il dibattito è vivace, acceso, forse più del consueto.
Non c’è da
meravigliarsi: duemila anni dopo, la provocazione di Gesù, «E voi, chi
dite che io sia?», ancora coinvolge e divide appassionatamente. Lo sa
bene Pesce, professore all’Università di Bologna: dopo tanti anni di
feconda ricerca sul cristianesimo delle origini nota solo agli
specialisti, nel 2004 ottenne un successo sorprendente facendo conoscere
a un pubblico di inaspettata vastità i molti Gesù dei Vangeli apocrifi
(Le parole dimenticate di Gesù, Fondazione Lorenzo Valla -
Mondadori). Ancor meglio lo sa Corrado Augias, abilissimo a cogliere la «curiosità
ansiosa» (Parazzoli) verso questi argomenti, che il fenomeno Dan Brown
non ha certo esaurito, anzi.
Si può ironizzare, come fa Alessandro Zaccuri, sul fatto che un
intellettuale quale è Augias, prestigioso alfiere del giornalismo
cólto, "scopra" Gesù solo adesso; e che le sue domande a
Pesce, in questo libro-intervista, manifestino una conoscenza pregressa
tutto sommato superficiale, su questioni tanto importanti per la nostra
storia. Peraltro, la diffusa ignoranza in materia è stata lungamente
favorita dal pregiudizio che ha escluso i temi religiosi, in primis cristiani,
dal patrimonio minimo di competenze richieste alla persona
"istruita".
Non è quindi il caso di assecondare pensieri troppo maliziosi sulle
intenzioni di Augias: il suo interesse sarà forse frutto di
sensibilità giornalistica, piuttosto che di intima urgenza spirituale,
ma è autentico e coltivato con onestà intellettuale e con l’abilità
di mediatore culturale che tutti gli riconoscono. Perché proprio questo
è l’obiettivo che sta più a cuore a Pesce, e che Aldo Giobbio
riconosce quale merito principale del libro: trovare il modo di
comunicare i risultati della scienza storica (ma anche degli altri
possibili approcci, dall’antropologia alla psicoanalisi) riguardo ai
temi religiosi, rendendo così un indispensabile servizio alla
convivenza e alla tolleranza, in un mondo moderno che ne ha e ne
esprime, anche se non sempre in forma limpida, un crescente bisogno. La
sottolineatura dell’ebraicità di Gesù, per esempio, è persino
banale e certamente scontata per chiunque conosca i documenti che il
magistero cattolico ha prodotto dal Concilio Vaticano II a oggi; eppure,
tanto scontata non è per i più, vista la reazione stupita di molti
lettori, forse quei molti che non si sarebbero mai accostati a questi
argomenti, se non li avesse attirati il nome di Augias e l’efficace
formato comunicativo dell’intervista.
Per certi aspetti paragonabile, come suggerisce Zaccuri, a Ipotesi
su Gesù, ma ovviamente molto più aggiornato del datato best seller
di Messori, Inchiesta su Gesù non è un libro per i credenti
devoti, ma rifugge anche da un certo atteggiamento virulentemente
antiecclesiale che ancora affligge una parte della società e della
cultura italiana: atteggiamento antiecclesiale che, suggerisce Giobbio,
ha una matrice antioccidentale, previa un’indebita identificazione tra
Chiesa e Occidente. L’attenzione esplicita di Pesce, affinché il
testo non fosse in alcun modo sospettabile di offendere o confutare la
fede cristiana, non impedisce comunque al direttore di Letture,
Antonio Rizzolo, di rilevare nell’impostazione data da Augias, con le
sue domande e con le sue introduzioni a ciascun capitolo, il permanere,
forse inconsapevole, di un pregiudizio antireligioso di matrice
illuminista. È il pregiudizio che, per esempio, porta Augias a definire
la resurrezione «il più poderoso edificio di speranza che gli uomini
abbiano mai costruito»: sottintendendo, quindi, che come fatto storico
la resurrezione di Gesù sia da escludere, per principio, in quanto
impossibile miracolo.
I dubbi di Rizzolo sono confermati dall’inopinata comparsa del Codice
da Vinci nella bibliografia. In modo certamente più raffinato e
perciò più insidioso, l’Inchiesta di Augias gli sembra
ripetere la tesi cara a Dan Brown, secondo la quale la verità sul Gesù
storico sarebbe stata tradita e occultata dalla Chiesa. Questa
impressione è vivacemente respinta da Pesce; resta però in discussione
se il libro colga o meno l’obiettivo che si è posto, la mediazione
culturale di un complesso dibattito storico ed esegetico. Secondo
Rizzolo, l’obiettivo è mancato proprio a causa del vizio ideologico
di fondo. Al lettore non vengono forniti gli strumenti bibliografici
utili a comprendere e discutere criticamente le tesi cruciali. Un
cattolico praticante e impegnato difficilmente si riconoscerà nell’assunto
implicito e abbandonerà la lettura, perdendo anche l’opportunità di
nuove conoscenze che pure ne potrebbe trarre. Viceversa, la maggior
parte dei lettori, più che essere spinti ad approfondire questioni di
grande impegno critico, verranno gratificati nella loro convinzione che
si possa apprezzare Gesù rifiutando la Chiesa (e i suoi scomodi
precetti).
Alberto Cozzi trova comunque positivo l’olismo delle fonti
praticato da Pesce, che lascia emergere la ricchezza di immagini del
Gesù storico. In particolare la citata "ebraicità" di Gesù
è motivo di estremo interesse, anche se non è detto che debba essere
letta nella stessa chiave proposta da Pesce e Augias, di una
discontinuità tra Gesù, ebreo e non cristiano, e la successiva Chiesa
cristiana. La discontinuità può essere individuata in Gesù stesso,
nella resurrezione; e i discepoli possono aver rielaborato l’incontro
con Gesù risorto all’interno del loro retaggio giudaico,
riprendendolo alla luce della resurrezione e, reciprocamente, per capire
la resurrezione stessa.
L’analisi di Cozzi su questo punto esemplifica il suo rilievo di
fondo: non viene messa a fuoco la teologia fondamentale, che è
semplicemente presupposta. E quando si imposta un libro su questi temi
attraverso domande a storici specialisti, per quanto seri, senza
verificare i presupposti, il risultato può essere ambivalente e
indebolire l’efficacia della mediazione culturale, fatto salvo l’arricchimento
che tante suggestioni documentali lasciano comunque anche al lettore non
competente. Resta vero, peraltro, che la divulgazione storica non pare
facilmente compatibile con la teologia fondamentale, mentre fanno audience
le domande di Augias su dettagli non essenziali e un po’ morbosi,
come la verginità di Maria o i «fratelli di Gesù».
Resta, soprattutto, la dialettica di fondo tra una prospettiva,
quella di Pesce, secondo la quale la ricerca storica non può avere
presupposti di fede, e un’altra, quella di Cozzi, secondo la quale la
fede, pur non potendo presupporre se stessa, ha una domanda storica su
Gesù, perché in lui la verità di Dio avviene nella storia. Lo storico
sospende la fede; ma questa, prima di essere un dato presente o meno nel
ricercatore, è presente e agisce dentro i testi su cui verte la
ricerca.
Marina Verzoletto