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Perché la poesia non muore

  
IL VERSO DIMENTICATO
CONTINUA A INTERROGARCI

  
  


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Le forme del contemporaneo

VERA NOSTALGIA PER LA PAROLA MAI DETTA

di Giancarlo Pontiggia

Quante immagini; quanti affetti; quanti pensieri; quante impervie, spesso celate, verità (atroci o fulgide, insignificanti o decisive, così ambigue da sottrarsi, spesso, alla tutela di chi le ha pronunciate), quanti precipizi di senso si nascondono dietro ogni parola? E che cosa vedrà il lettore di tutto questo magma scuro e ribollente? Poco o niente, s’immagina, poiché ogni parola testimonia, staccandosi da chi parla, di ciò che appartiene alle istituzioni grammaticali e letterarie che ogni epoca, anche la più insofferente e rivoluzionaria, imperiosamente reclama per sé.

Eppure proprio su questo terreno, con il gesto di chi presume di esser giunto alla fine dei tempi, di aver conosciuto gli esiti estremi della storia, il Novecento più arduo e duro, più irriducibile, ha lanciato la sua sfida: comporre qualcosa che gettasse luce sull’incondito, sul magmatico, sul barbarico, su tutto ciò che non può essere – prima ancora che detto – visto; che si sottrae a ogni condivisione, a ogni percepibile, relata conoscenza. Ma poiché l’indicibile non può – per sua natura – essere detto; e poiché quelle cose che pullulano, premono, urtano dietro ogni parola non possono essere rese visibili, la sfida ha dovuto presto, e forzatamente, tradursi in viscerale sentimento, in oscura percezione: tragedia di una parola che dice sempre altro da sé, che si snatura quasi per ordine di un ironico fato. Una parola capace di sottrarsi alla logica di ogni dire e di ogni forma, di ogni riconoscibile pensiero, al fine, unico e inappellabile, di salvare il nucleo (rigorosamente impronunciabile) della nostra, ahimè troppo nostra, troppo separata, visione. Con le conclusioni che conosciamo: parola slegata da ogni altra parola; verso tagliato da ogni altro verso; sintassi svincolata da ogni categoria o funzione logica.

Questo Novecento intransitivo e intransigente, buio e arcaico, lanciato verso una Lingua che precede ogni grammatica, irrazionale e mistico nella pretesa di trovare non più lettori ma adepti, fideisti compagni di una religione del Nulla, ma di un Nulla gravido di peso, di potenza inespressa, di impressionante totalità originaria – questo Novecento che abbiamo amato e detestato, che ci ha reso più acuti ma anche più solitari, più sofferenti, più infelici (cui corrisponde, parodico contrappasso della folle dismisura, del tracotante eccesso, la pratica sempre più diffusa di una poesia piatta, slavata, insignificante) che cosa ci ha lasciato, infine, in eredità? Una nostalgia di luoghi felici, di forme condivisibili, di pensieri lucenti e vitali: un’esperienza, paradossalmente, che appartiene, proprio come la sua parola (Johannes Hofer, Dissertatio medica de nostalgia, 22 giugno 1688), alla modernità, e implica un senso straziante di solitudine, di inappartenenza, di lontananza, che probabilmente nessuno, nei secoli precedenti, aveva mai vissuto con una tale, dolorosa intensità. Da quanto tempo, ormai, sogniamo una parola che si dia nell’immediatezza, nella potenza – nuda e semplice – di una statua antica? Poiché ogni componimento, breve o lungo che esso sia, è innanzi tutto una sintesi di pensiero e immagine, una forma che s’impone per sé, nella sua essenziale unità di suono e di senso, di profondità e di bellezza.

E tuttavia, a chi guardi allo stato della poesia contemporanea da una prospettiva non ideologica, e dalla giusta distanza che sempre esige ogni opera dello spirito umano, dovrà ben riconoscere che esistono varie forme della modernità, alcune buone, altre cattive. Cattiva, in primis, sarà ad esempio ogni pretesa di far versi che non sono versi, che non sono, voglio dire, percepibili come tali (e lo stesso si dovrebbe dire di tanta musica atonale, intellettualistica, progettuale): l’orecchio, il ritmo, in poesia, sono importanti quanto l’immaginazione e il pensiero. Cattiva sarà la pretesa di erigere opere solitarie e provocatorie, illeggibili e irrelate, quasi fossero scritte a dispetto dei lettori: se scrivi, e tanto più se pretendi di esporre in pubblico quanto hai scritto, sarà pure per qualcuno; oppure abbi il buon gusto di tacere. Cattiva sarà anche l’opzione sperimentale e linguistica tout court, come se a scrivere fosse l’Entità linguistica quasi «per se stessa mossa»: lo si accetterebbe solo in presenza di un "dittatore" divino; il guaio è che a sostenerlo sono sempre laici di pensiero debole. Cattiva sarà poi ogni impresa nichilistica, poiché si scrive per la bellezza e per il bene dei lettori, per la loro salvezza e il loro conforto, non per inquietarli e volgerli al pensiero del Grande Nulla. Cattiva sarà infine l’idea, così diffusa oggi, che la poesia in sé non esiste, ma che esiste solo il variegato fare poetico: proposizione da cui deriva l’impossibilità di ogni giudizio critico, la confusione babelica dei linguaggi. Se ancora ci è dato scrivere, semmai, nonostante la polverizzazione dei linguaggi, è proprio perché la poesia ci precede, perché esiste una tradizione con cui misurarsi.

La lezione più forte e significativa della modernità, quella che ha le sue origini nella poesia romantica tedesca, e il suo sviluppo nella grande stagione del simbolismo europeo, sarà invece da riconoscere proprio in quella volontà – così struggente, malinconica – di penetrare la dimensione scura, rovinosa, sfuggente dell’esistenza; e dunque, per conseguenza, nella conquista di una lingua più rapida ed essenziale, a volte liquida e immediata, a volte dura ed enigmatica. Penso, per restare all’Italia, agli esiti straordinari, onomatopeici, densi e ventosi, onirici e fruscianti, della poesia pascoliana, da cui deriva il meglio del nostro Novecento: a quella energia evocativa e analogica di certe liriche come L’assiuolo, La tessitrice o Alexandros. Anche il ricorso a una lingua più dimessa e prosastica ha dato frutti, soprattutto intorno alla metà del secolo, di argentea bellezza, purché tuttavia sintassi e lessico fossero capaci d’inalvearsi in un’idea di forma limpida e riconoscibile, quale vediamo nelle cose migliori di poeti come Luzi, Betocchi, Bertolucci, Caproni, Sereni, Erba, Ramat.

Far proprie le scoperte, linguistiche e formali, della modernità, la sua energia impetuosa, soggettiva, il suo rinnovato, bruciante sentimento del tempo, ma restituendole al perimetro di una forma, all’oggettiva, ferrea volontà di uno stile non arbitrario e desultorio, non sarà questa la sfida – vera – del nuovo secolo, al di là delle facili, ormai troppo facili scorciatoie rimbaudiane dell’illuminazione o delle tristi rese all’opacità prosastica e ritmica di una lingua qualunque? Per questo diffidiamo, in generale, dei sempre più diffusi tentativi di far ritorno alle forme chiuse della tradizione; così come ci appaiono lontani, paleolitici, patetici in fondo, sia coloro che vorrebbero imprigionarci nell’imperativo del nuovo a tutti i costi (un imperativo del mercato, per altro, come dimostrano da decenni le esposizioni delle gallerie d’arte) sia coloro che vorrebbero imporci il grigiore di una lingua stinta e priva di memorabilità.

Ritorniamo piuttosto a chiederci come se fosse la prima volta: ma perché si scrive? Perché si legge? Che cosa vogliamo, al di là degli ideologismi e degli intellettualismi dell’ultimo secolo, da un poeta? L’attuale fortuna delle pubbliche letture dantesche testimonia che il bisogno di poesia non si è mai spento: la vera questione è che gran parte della poesia degli ultimi decenni è illeggibile; puro, astratto, cerebrale idioletto che i poeti smerciano fra di loro nella rovina di ogni codice e nella sparizione di un oggettivo universo critico. Ma quante generazioni occorreranno ancora perché ci si accorga di una verità così semplice, immediata, elementare?

Giancarlo Pontiggia

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