Quante immagini; quanti
affetti; quanti pensieri; quante impervie, spesso celate, verità (atroci
o fulgide, insignificanti o decisive, così ambigue da sottrarsi, spesso,
alla tutela di chi le ha pronunciate), quanti precipizi di senso si
nascondono dietro ogni parola? E che cosa vedrà il lettore di tutto
questo magma scuro e ribollente? Poco o niente, s’immagina, poiché ogni
parola testimonia, staccandosi da chi parla, di ciò che appartiene alle
istituzioni grammaticali e letterarie che ogni epoca, anche la più
insofferente e rivoluzionaria, imperiosamente reclama per sé.
Eppure proprio su questo terreno, con il gesto di chi presume di esser
giunto alla fine dei tempi, di aver conosciuto gli esiti estremi della
storia, il Novecento più arduo e duro, più irriducibile, ha lanciato la
sua sfida: comporre qualcosa che gettasse luce sull’incondito, sul
magmatico, sul barbarico, su tutto ciò che non può essere – prima
ancora che detto – visto; che si sottrae a ogni condivisione, a ogni
percepibile, relata conoscenza. Ma poiché l’indicibile non può – per
sua natura – essere detto; e poiché quelle cose che pullulano, premono,
urtano dietro ogni parola non possono essere rese visibili, la sfida ha
dovuto presto, e forzatamente, tradursi in viscerale sentimento, in oscura
percezione: tragedia di una parola che dice sempre altro da sé, che si
snatura quasi per ordine di un ironico fato. Una parola capace di
sottrarsi alla logica di ogni dire e di ogni forma, di ogni riconoscibile
pensiero, al fine, unico e inappellabile, di salvare il nucleo
(rigorosamente impronunciabile) della nostra, ahimè troppo nostra, troppo
separata, visione. Con le conclusioni che conosciamo: parola slegata da
ogni altra parola; verso tagliato da ogni altro verso; sintassi svincolata
da ogni categoria o funzione logica.

Questo Novecento intransitivo e intransigente, buio e arcaico, lanciato
verso una Lingua che precede ogni grammatica, irrazionale e mistico nella
pretesa di trovare non più lettori ma adepti, fideisti compagni di una
religione del Nulla, ma di un Nulla gravido di peso, di potenza
inespressa, di impressionante totalità originaria – questo Novecento
che abbiamo amato e detestato, che ci ha reso più acuti ma anche più
solitari, più sofferenti, più infelici (cui corrisponde, parodico
contrappasso della folle dismisura, del tracotante eccesso, la pratica
sempre più diffusa di una poesia piatta, slavata, insignificante) che
cosa ci ha lasciato, infine, in eredità? Una nostalgia di luoghi
felici, di forme condivisibili, di pensieri lucenti e vitali: un’esperienza,
paradossalmente, che appartiene, proprio come la sua parola (Johannes
Hofer, Dissertatio medica de nostalgia, 22 giugno 1688), alla
modernità, e implica un senso straziante di solitudine, di inappartenenza,
di lontananza, che probabilmente nessuno, nei secoli precedenti, aveva mai
vissuto con una tale, dolorosa intensità. Da quanto tempo, ormai,
sogniamo una parola che si dia nell’immediatezza, nella potenza – nuda
e semplice – di una statua antica? Poiché ogni componimento, breve o
lungo che esso sia, è innanzi tutto una sintesi di pensiero e immagine,
una forma che s’impone per sé, nella sua essenziale unità di suono e
di senso, di profondità e di bellezza.
E tuttavia, a chi guardi allo stato della poesia contemporanea da una
prospettiva non ideologica, e dalla giusta distanza che sempre esige ogni
opera dello spirito umano, dovrà ben riconoscere che esistono varie forme
della modernità, alcune buone, altre cattive. Cattiva, in primis, sarà
ad esempio ogni pretesa di far versi che non sono versi, che non sono,
voglio dire, percepibili come tali (e lo stesso si dovrebbe dire di tanta
musica atonale, intellettualistica, progettuale): l’orecchio, il ritmo,
in poesia, sono importanti quanto l’immaginazione e il pensiero. Cattiva
sarà la pretesa di erigere opere solitarie e provocatorie, illeggibili e
irrelate, quasi fossero scritte a dispetto dei lettori: se scrivi, e tanto
più se pretendi di esporre in pubblico quanto hai scritto, sarà pure per
qualcuno; oppure abbi il buon gusto di tacere. Cattiva sarà anche l’opzione
sperimentale e linguistica tout court, come se a scrivere fosse l’Entità
linguistica quasi «per se stessa mossa»: lo si accetterebbe solo in
presenza di un "dittatore" divino; il guaio è che a sostenerlo
sono sempre laici di pensiero debole. Cattiva sarà poi ogni impresa
nichilistica, poiché si scrive per la bellezza e per il bene dei lettori,
per la loro salvezza e il loro conforto, non per inquietarli e volgerli al
pensiero del Grande Nulla. Cattiva sarà infine l’idea, così diffusa
oggi, che la poesia in sé non esiste, ma che esiste solo il variegato
fare poetico: proposizione da cui deriva l’impossibilità di ogni
giudizio critico, la confusione babelica dei linguaggi. Se ancora ci è
dato scrivere, semmai, nonostante la polverizzazione dei linguaggi, è
proprio perché la poesia ci precede, perché esiste una tradizione con
cui misurarsi.

La lezione più forte e significativa della modernità, quella che ha
le sue origini nella poesia romantica tedesca, e il suo sviluppo nella
grande stagione del simbolismo europeo, sarà invece da riconoscere
proprio in quella volontà – così struggente, malinconica – di
penetrare la dimensione scura, rovinosa, sfuggente dell’esistenza; e
dunque, per conseguenza, nella conquista di una lingua più rapida ed
essenziale, a volte liquida e immediata, a volte dura ed enigmatica.
Penso, per restare all’Italia, agli esiti straordinari, onomatopeici,
densi e ventosi, onirici e fruscianti, della poesia pascoliana, da cui
deriva il meglio del nostro Novecento: a quella energia evocativa e
analogica di certe liriche come L’assiuolo, La tessitrice o Alexandros.
Anche il ricorso a una lingua più dimessa e prosastica ha dato frutti,
soprattutto intorno alla metà del secolo, di argentea bellezza, purché
tuttavia sintassi e lessico fossero capaci d’inalvearsi in un’idea di
forma limpida e riconoscibile, quale vediamo nelle cose migliori di poeti
come Luzi, Betocchi, Bertolucci, Caproni, Sereni, Erba, Ramat.
Far proprie le scoperte, linguistiche e formali, della modernità, la
sua energia impetuosa, soggettiva, il suo rinnovato, bruciante sentimento
del tempo, ma restituendole al perimetro di una forma, all’oggettiva,
ferrea volontà di uno stile non arbitrario e desultorio, non sarà questa
la sfida – vera – del nuovo secolo, al di là delle facili, ormai
troppo facili scorciatoie rimbaudiane dell’illuminazione o delle tristi
rese all’opacità prosastica e ritmica di una lingua qualunque? Per
questo diffidiamo, in generale, dei sempre più diffusi tentativi di far
ritorno alle forme chiuse della tradizione; così come ci appaiono
lontani, paleolitici, patetici in fondo, sia coloro che vorrebbero
imprigionarci nell’imperativo del nuovo a tutti i costi (un
imperativo del mercato, per altro, come dimostrano da decenni le
esposizioni delle gallerie d’arte) sia coloro che vorrebbero imporci il
grigiore di una lingua stinta e priva di memorabilità.
Ritorniamo piuttosto a chiederci come se fosse la prima volta: ma
perché si scrive? Perché si legge? Che cosa vogliamo, al di là degli
ideologismi e degli intellettualismi dell’ultimo secolo, da un poeta? L’attuale
fortuna delle pubbliche letture dantesche testimonia che il bisogno di
poesia non si è mai spento: la vera questione è che gran parte della
poesia degli ultimi decenni è illeggibile; puro, astratto, cerebrale
idioletto che i poeti smerciano fra di loro nella rovina di ogni codice e
nella sparizione di un oggettivo universo critico. Ma quante generazioni
occorreranno ancora perché ci si accorga di una verità così semplice,
immediata, elementare?
Giancarlo Pontiggia