Sul finire della Commedia
c’è un celebre verso, «all’alta fantasia qui mancò possa» che,
in qualche modo, ha attinenza con l’impossibilità di parlare della
poesia. Certo, Dante si riferisce alla divinità, ma, per analogia, ha
valore anche per la realtà tutta. Giacché i nostri rapporti con l’essenza
delle cose sono altrettanto indicibili, e la poesia è appunto espressione
intuitiva di questi nostri rapporti. Del resto, l’autore della Commedia
ci ha dato un accenno del suo essere poeta e del suo fare poetico in
quegli straordinari versi che dicono: «I’ mi son un che quando / amor
mi spira, noto, e a quel modo / ch’ei ditta dentro vo significando»,
che proviamo letteralmente a parafrasare: «Io sono uno a me stesso, e
quando l’amore soffia, ascolto e prendo nota, e non come voglio io ma
come lui detta dentro vado riempiendo di segni di lingua e di cultura».
Siamo di fronte a una fenomenologia per cui il nostro Io abituale diventa
complemento oggetto di qualcosa o Qualcun altro. La Cvetaeva scrive: «Qualcosa
o Qualcuno che dentro di me vuole disperatamente essere». E questo
emergere accade quando l’amore ci sommuove.

E qui entriamo nel merito formale della poesia. Non come vogliamo noi,
non come i canoni prestabiliscono, non come le scuole e le mode vorrebbero
insegnare, ma «a quel modo / ch’ei ditta dentro» noi ci esprimiamo.
Quindi, secondo Dante e secondo l’esperienza di molti grandi poeti, il
fare della poesia è sostanzialmente e formalmente indipendente dalla
volontà dell’Io. Questo non significa che la volontà dell’Io sia del
tutto assente nel movimento d’amore o che la cultura non sia necessaria,
ma semplicemente che il movimento d’amore coinvolge in modo totale l’essere
ben oltre la sua consapevolezza e le sue intenzioni, e che la sua cultura
è semmai strumento di libertà rispetto al fare, ma né lo condiziona né
lo determina. Per la stessa ragione Omero dice: «Cantami o Dea», canta
tu, ignota divinità, e Virgilio invoca: «O Musa, dimmi».
È molto interessante quanto Paul Claudel esemplifica in un breve
apologo in cui riprende un’antica distinzione tra animus e anima:
«Anima è ignorante e sciocca, non è mai andata a scuola, mentre Animus
conosce un’infinità di cose, ha letto un sacco di libri... Un giorno in
cui Animus è rientrato all’improvviso, ha sentito Anima che cantava
tutta soletta, da dietro la porta chiusa, una curiosa canzone, qualcosa
che egli non conosceva... Allora Animus ha cercato di farla cantare
ancora... Ma l’Anima tace appena Animus la guarda...». E forse vale la
pena di citare anche quanto Teresa d’Avila scrive nel suo Castello
interiore: «Osservate quest’anima che Dio ha reso del tutto priva d’intelletto
per imprimere meglio in lei la vera sapienza».
Jung aveva osservato: «La mia esperienza psicologica mi ha
ripetutamente dimostrato che certe manifestazioni provengono da una psiche
più completa di quella cosciente». Dunque, l’atto poetico è un
tentativo di rappresentare, cioè rendere, attraverso una forma presente l’esperienza.
In altro modo si può dire che il nostro Essere tenta di dirci qualcosa in
un modo del tutto autonomo da qualsiasi nostro condizionamento.
Tuttavia dobbiamo notare che in poesia la forma non è scindibile dai
significati. La parola è fatta di suoni e si accompagna alle emozioni (da
e-motus), per cui un verso è anche un insieme di suoni e di
movimenti. Quindi il dire della poesia ci parla anche attraverso la
musica. Non si può scindere la parola dai suoi suoni.
Ancora la Cvetaeva osserva: «Sento, non le parole, ma una specie di
muta melodia dentro la testa, una specie di linea sonora». E Yeats dice: «In
poesia i suoni sono spesso più importanti dei contenuti apparenti». Del
resto, sappiamo che ascoltando una musica, anche non sapendo nulla di
musica e non conoscendo le intenzioni del compositore, tutto il nostro
essere viene coinvolto e viene mosso a pensieri, sensazioni, sentimenti
del tutto inconsci. La stessa cosa accade anche con la poesia.
La parola muove il poeta verso se stesso e produce lo stesso effetto
anche su chi ascolta. Ed è qui, e soltanto qui, che trova luogo una
funzione della poesia. Non si tratta di estetica, né di etica, né di
ideologie. Scrive Goethe: «Era scritta per me la scrittura / che non
manifestava ad ognuno il senso sacro.../ Mi rapì misteriosamente la forma».
Quel "misteriosamente" indica l’impossibilità di descrivere
compiutamente, analiticamente, quale processo si svolge nell’ascolto
della poesia. Ma penso che, sia nel fare che nell’ascolto, avvenga
qualcosa che richiama l’Io a se stesso e alla propria esperienza. Sia il
dire che il modo del dire suscitano una nuova consapevolezza sia di sé
che del proprio percorso esistenziale.
Tanti anni fa, in occasione di una lettura di poesia al Monte Stella,
un operaio mi disse alla fine del recital: «Permetti che ti
abbracci, perché tu hai detto quelle cose che anch’io ho vissuto senza
saperlo e le ho sempre avute dentro senza saperle dire».
E qui accenniamo a un altro aspetto del fare poetico, la sua
sacralità. Già Francesco Petrarca aveva scritto al fratello: «La poesia
in quanto poesia è sempre sacra scrittura». Se consideriamo il suo etimo
sak, che ha significato di lontananza, e anche di aderire e
avvincere, non possiamo non convenire sul movimento di avvicinamento e di
adesione a cui dà impulso la parola poetica. E ancora Goethe fa dire al
coro del Faust: «Sacra poesia ascendi al cielo! / E sia come
stella splendida / la tua luce che vola / lontana e più lontana...»,
mentre Giuseppe Ungaretti scrive nel 1932: «La poesia è come una
preghiera». Ed è comprensibile se, per quanto abbiamo detto e per quanto
dice splendidamente Marcel Proust: «Vinteuil perveniva con tutta la
potenza del suo sforzo creatore a quelle profondità dove, qualunque
domanda le si faccia, è col suo accento che essa risponde», il fare
della poesia ha il potere, se non di coprire, di fare da ponte verso
quella lontananza che divide l’uomo da se stesso e dalla realtà.
Non a caso tutti i grandi libri religiosi sono scritti in versi. Ha
scritto il padre gesuita Souilhé nel 1922: «Nella dottrina di Plotino il
mezzo che ha l’anima per raggiungere l’obiettivo supremo del suo
desiderio è quello di rientrare in sé e di ritrovare nel raccoglimento
il dio interiore di cui porta traccia». Ed è proprio questo l’effetto
principale del movimento poetico: porre attenzione a sé, alla propria
esperienza, al senso profondo dei propri rapporti con gli altri, con la
natura, col mondo. Ma, se il poeta propone un avvicinamento, il mistico
propone invece un "apparentamento". Rimane perciò una
differenza fondamentale tra mistica e poesia.
Una prima risposta l’avremo rilevando che il mistico quando entra
nella sfera del profondo, entrando in contatto col Sé, tende a farsene
impossessare, a rendere stabile questo suo rapporto; al poeta invece è
sufficiente il momento dell’abbandono e della visione, l’esperienza
ignota e i movimenti, emozioni, che quest’abbandono suscita in lui. Ne
deriva un secondo aspetto: il mistico si raccoglie nella contemplazione,
entra stabilmente nella condizione estatica, vi si raccoglie con la mente
e con la volontà, il silenzio diventa la qualità primaria della sua
esperienza; il poeta invece non riesce a concentrare la sua volontà sulla
sostanza, ma soltanto sulla forma, non riesce neppure a concentrarsi con
la mente, gli sfugge l’essenziale della contemplazione. Infine, mentre
il mistico si raccoglie muto – e sarebbe meglio dire: si fa accogliere
dalla voce e dalla visione – il poeta sente il bisogno di parlare,
subisce il fascino della parola. Qualcuno ha detto: «Il mistico tace, il
poeta parla». Il poeta inglese Conventry Patmore ha scritto: «Il poeta
occupa nella gerarchia degli esseri una posizione singolare, a metà tra
il santo e l’asina di Balaam».
Non dobbiamo quindi confondere la figura letteraria del poeta, cioè
quella rilevata dall’osservanza dei canoni, della sua figura reale. Si
può diversificare senza scrivere poesia. Molti degli equivoci attorno
alla poesia nascono dunque dalla confusione che si fa tra il poeta e il
facitore di versi. Scrive Jaroslav Seifert: «La poesia è con noi sin
dall’inizio / come l’amore / come la fame, come la sete, come la
guerra», volendo forse dire che è una necessità dell’uomo e non una
sua abilità letteraria.
Franco Loi