Periodici San Paolo - Home Page

Perché la poesia non muore

  
IL VERSO DIMENTICATO
CONTINUA A INTERROGARCI

  


   Letture n.632 dicembre 2006 - Home Page

   

Il moto del poeta verso se stesso

UN IMPASTO DI SUONI
CHE SALE DAL PROFONDO

di Franco Loi

Sul finire della Commedia c’è un celebre verso, «all’alta fantasia qui mancò possa» che, in qualche modo, ha attinenza con l’impossibilità di parlare della poesia. Certo, Dante si riferisce alla divinità, ma, per analogia, ha valore anche per la realtà tutta. Giacché i nostri rapporti con l’essenza delle cose sono altrettanto indicibili, e la poesia è appunto espressione intuitiva di questi nostri rapporti. Del resto, l’autore della Commedia ci ha dato un accenno del suo essere poeta e del suo fare poetico in quegli straordinari versi che dicono: «I’ mi son un che quando / amor mi spira, noto, e a quel modo / ch’ei ditta dentro vo significando», che proviamo letteralmente a parafrasare: «Io sono uno a me stesso, e quando l’amore soffia, ascolto e prendo nota, e non come voglio io ma come lui detta dentro vado riempiendo di segni di lingua e di cultura». Siamo di fronte a una fenomenologia per cui il nostro Io abituale diventa complemento oggetto di qualcosa o Qualcun altro. La Cvetaeva scrive: «Qualcosa o Qualcuno che dentro di me vuole disperatamente essere». E questo emergere accade quando l’amore ci sommuove.

E qui entriamo nel merito formale della poesia. Non come vogliamo noi, non come i canoni prestabiliscono, non come le scuole e le mode vorrebbero insegnare, ma «a quel modo / ch’ei ditta dentro» noi ci esprimiamo. Quindi, secondo Dante e secondo l’esperienza di molti grandi poeti, il fare della poesia è sostanzialmente e formalmente indipendente dalla volontà dell’Io. Questo non significa che la volontà dell’Io sia del tutto assente nel movimento d’amore o che la cultura non sia necessaria, ma semplicemente che il movimento d’amore coinvolge in modo totale l’essere ben oltre la sua consapevolezza e le sue intenzioni, e che la sua cultura è semmai strumento di libertà rispetto al fare, ma né lo condiziona né lo determina. Per la stessa ragione Omero dice: «Cantami o Dea», canta tu, ignota divinità, e Virgilio invoca: «O Musa, dimmi».

È molto interessante quanto Paul Claudel esemplifica in un breve apologo in cui riprende un’antica distinzione tra animus e anima: «Anima è ignorante e sciocca, non è mai andata a scuola, mentre Animus conosce un’infinità di cose, ha letto un sacco di libri... Un giorno in cui Animus è rientrato all’improvviso, ha sentito Anima che cantava tutta soletta, da dietro la porta chiusa, una curiosa canzone, qualcosa che egli non conosceva... Allora Animus ha cercato di farla cantare ancora... Ma l’Anima tace appena Animus la guarda...». E forse vale la pena di citare anche quanto Teresa d’Avila scrive nel suo Castello interiore: «Osservate quest’anima che Dio ha reso del tutto priva d’intelletto per imprimere meglio in lei la vera sapienza».

Jung aveva osservato: «La mia esperienza psicologica mi ha ripetutamente dimostrato che certe manifestazioni provengono da una psiche più completa di quella cosciente». Dunque, l’atto poetico è un tentativo di rappresentare, cioè rendere, attraverso una forma presente l’esperienza. In altro modo si può dire che il nostro Essere tenta di dirci qualcosa in un modo del tutto autonomo da qualsiasi nostro condizionamento.

Tuttavia dobbiamo notare che in poesia la forma non è scindibile dai significati. La parola è fatta di suoni e si accompagna alle emozioni (da e-motus), per cui un verso è anche un insieme di suoni e di movimenti. Quindi il dire della poesia ci parla anche attraverso la musica. Non si può scindere la parola dai suoi suoni.

Ancora la Cvetaeva osserva: «Sento, non le parole, ma una specie di muta melodia dentro la testa, una specie di linea sonora». E Yeats dice: «In poesia i suoni sono spesso più importanti dei contenuti apparenti». Del resto, sappiamo che ascoltando una musica, anche non sapendo nulla di musica e non conoscendo le intenzioni del compositore, tutto il nostro essere viene coinvolto e viene mosso a pensieri, sensazioni, sentimenti del tutto inconsci. La stessa cosa accade anche con la poesia.

La parola muove il poeta verso se stesso e produce lo stesso effetto anche su chi ascolta. Ed è qui, e soltanto qui, che trova luogo una funzione della poesia. Non si tratta di estetica, né di etica, né di ideologie. Scrive Goethe: «Era scritta per me la scrittura / che non manifestava ad ognuno il senso sacro.../ Mi rapì misteriosamente la forma». Quel "misteriosamente" indica l’impossibilità di descrivere compiutamente, analiticamente, quale processo si svolge nell’ascolto della poesia. Ma penso che, sia nel fare che nell’ascolto, avvenga qualcosa che richiama l’Io a se stesso e alla propria esperienza. Sia il dire che il modo del dire suscitano una nuova consapevolezza sia di sé che del proprio percorso esistenziale.

Tanti anni fa, in occasione di una lettura di poesia al Monte Stella, un operaio mi disse alla fine del recital: «Permetti che ti abbracci, perché tu hai detto quelle cose che anch’io ho vissuto senza saperlo e le ho sempre avute dentro senza saperle dire».

E qui accenniamo a un altro aspetto del fare poetico, la sua sacralità. Già Francesco Petrarca aveva scritto al fratello: «La poesia in quanto poesia è sempre sacra scrittura». Se consideriamo il suo etimo sak, che ha significato di lontananza, e anche di aderire e avvincere, non possiamo non convenire sul movimento di avvicinamento e di adesione a cui dà impulso la parola poetica. E ancora Goethe fa dire al coro del Faust: «Sacra poesia ascendi al cielo! / E sia come stella splendida / la tua luce che vola / lontana e più lontana...», mentre Giuseppe Ungaretti scrive nel 1932: «La poesia è come una preghiera». Ed è comprensibile se, per quanto abbiamo detto e per quanto dice splendidamente Marcel Proust: «Vinteuil perveniva con tutta la potenza del suo sforzo creatore a quelle profondità dove, qualunque domanda le si faccia, è col suo accento che essa risponde», il fare della poesia ha il potere, se non di coprire, di fare da ponte verso quella lontananza che divide l’uomo da se stesso e dalla realtà.

Non a caso tutti i grandi libri religiosi sono scritti in versi. Ha scritto il padre gesuita Souilhé nel 1922: «Nella dottrina di Plotino il mezzo che ha l’anima per raggiungere l’obiettivo supremo del suo desiderio è quello di rientrare in sé e di ritrovare nel raccoglimento il dio interiore di cui porta traccia». Ed è proprio questo l’effetto principale del movimento poetico: porre attenzione a sé, alla propria esperienza, al senso profondo dei propri rapporti con gli altri, con la natura, col mondo. Ma, se il poeta propone un avvicinamento, il mistico propone invece un "apparentamento". Rimane perciò una differenza fondamentale tra mistica e poesia.

Una prima risposta l’avremo rilevando che il mistico quando entra nella sfera del profondo, entrando in contatto col Sé, tende a farsene impossessare, a rendere stabile questo suo rapporto; al poeta invece è sufficiente il momento dell’abbandono e della visione, l’esperienza ignota e i movimenti, emozioni, che quest’abbandono suscita in lui. Ne deriva un secondo aspetto: il mistico si raccoglie nella contemplazione, entra stabilmente nella condizione estatica, vi si raccoglie con la mente e con la volontà, il silenzio diventa la qualità primaria della sua esperienza; il poeta invece non riesce a concentrare la sua volontà sulla sostanza, ma soltanto sulla forma, non riesce neppure a concentrarsi con la mente, gli sfugge l’essenziale della contemplazione. Infine, mentre il mistico si raccoglie muto – e sarebbe meglio dire: si fa accogliere dalla voce e dalla visione – il poeta sente il bisogno di parlare, subisce il fascino della parola. Qualcuno ha detto: «Il mistico tace, il poeta parla». Il poeta inglese Conventry Patmore ha scritto: «Il poeta occupa nella gerarchia degli esseri una posizione singolare, a metà tra il santo e l’asina di Balaam».

Non dobbiamo quindi confondere la figura letteraria del poeta, cioè quella rilevata dall’osservanza dei canoni, della sua figura reale. Si può diversificare senza scrivere poesia. Molti degli equivoci attorno alla poesia nascono dunque dalla confusione che si fa tra il poeta e il facitore di versi. Scrive Jaroslav Seifert: «La poesia è con noi sin dall’inizio / come l’amore / come la fame, come la sete, come la guerra», volendo forse dire che è una necessità dell’uomo e non una sua abilità letteraria.

Franco Loi

Segue: Vera nostalgia per la parola mai detta

   Letture n.632 dicembre 2006 - Home Page