Dove sta
andando la poesia? Più che difficile forse è addirittura impossibile
rispondere a una domanda di questa natura. La poesia, infatti, rappresenta
qualcosa che non può essere in alcun modo previsto o, come avrebbe potuto
dire Pasolini, che non può venire organizzato. Ciò significa che la
poesia – e per poesia bisogna sempre intendere qualcosa di molto
concreto e di particolare, di reale, vale a dire singoli libri e singole
poesie, quei libri e quelle poesie – non discende
linearmente, attraverso uno svolgimento regolare, dall’assetto del mondo
così come lo conosciamo. Non è l’esito o la conseguenza di quel mondo,
ma costituisce un elemento nuovo. Qualcosa che prima non c’era, qualcosa
di diverso e d’inedito, d’irregolare e in sostanza d’imprevedibile.
Così si può dire che la poesia sia lì, anzi, sarà lì soprattutto per
sorprenderci. Dunque, non per confermare le nostre previsioni ma per
modificarle e magari per sconfessarle.

Al riguardo c’è un’affermazione molto precisa di
T.S. Eliot che da tempo ho preso come una sorta di bussola per il mio
orientamento nelle questioni della poesia. Eliot parla appunto della
poesia come cosa nuova. È un concetto semplicissimo, che riguarda
in genere la creazione artistica in quanto tale. Ma è vero che spesso
appare difficile da accettare, perché costringe a intendere la poesia
come un evento linguistico e più ampiamente espressivo in cui le nostre
coordinate conoscitive vengono rimesse sempre in gioco e ridefinite in
modo appunto nuovo. Se la s’intende così, l’esperienza poetica, sia
dalla parte del poeta sia da quella del lettore, comporta una componente d’investimento,
di responsabilità e anche di rischio assolutamente maggiori che non nella
prospettiva opposta. La poesia apparirà giustamente come un’esperienza
decisiva proprio perché in essa ogni volta si decide qualcosa. Anche di
molto piccolo e d’infinitesimale, se si vuole, ma pur sempre qualcosa.
Credo che tali caratteristiche, ma sarebbe meglio dire
qualità e perfino virtù della poesia giustifichino la sua esistenza
anche nel nostro tempo. Il nostro (ma già quanti, ormai, lo sono stati)
è infatti un tempo in cui gli automatismi di ogni genere, anche e
soprattutto linguistici, sembrano diventati pressoché inevitabili.
Montale e Gadda, Calvino e Pasolini, Volponi, Zanzotto e altri con loro
hanno insistito per tempo su questo. Slogan, pregiudizi, frasi fatte,
luoghi comuni... Sembra diventato un luogo comune anch’esso: che la
letteratura, e anzitutto quella forma intensificata di linguaggio che
chiamiamo poesia, rappresenti un luogo di non passività della lingua; un
luogo possibile, dunque, di coscienza e di autocoscienza, d’intelligenza
e di comprensione, di umanità, vorrei dire, perché è vero che un
impoverimento linguistico non è mai un fatto a sé stante, ma corrisponde
sempre, ahimè, a una diminuzione – non saprei definirla diversamente
– antropologica.
Da questo punto di vista, la non conformità intrinseca
della poesia e della dimensione estetica costituiscono il loro vero
elemento di forza e di vitalità, e dunque la loro stessa giustificazione
d’esistenza. Se è così, si tratta dell’unico luogo comune a cui sono
contento di credere.
Ora, alcuni segnali sembrano indicare che proprio in
questi ultimissimi anni nel nostro Paese esista un discreto fervore
attorno alle cose della poesia: festival, incontri e letture pubbliche (da
Dante ai contemporanei), siti Internet, riviste, antologie, tanti giovani
che scrivono e che intendono la poesia come qualcosa di non accessorio. E
questo è tutto sommato un bene. Insomma, meglio così che il contrario.
Al di là della qualità effettiva della poesia che si scrive oggi in
Italia, che è una questione diversa, mi pare che tutto questo, questo
insieme di iniziative e di intenzioni, dico, indichi per lo meno una
richiesta, e allora una necessità, un’attesa di qualcosa che
evidentemente non trova risposta da altre parti.

Può darsi che proprio l’esasperazione della velocità
e della funzionalità comunicativa che appartiene alla nostra epoca, per
molti versi positiva e benvenuta, abbia come rovescio il riconoscimento
della lingua della poesia come qualcosa di diverso, come un’espressione
che possiede uno spessore e un’intensità maggiori. Da questo punto di
vista, l’anacronismo della poesia potrebbe essere il più valido
lasciapassare per la sua vita presente e futura. Chissà...
Rimane comunque vero, come dicevo prima, che la poesia
è sempre una realtà assolutamente particolare, tant’è che ogni volta
che se ne parla in termini generali inevitabilmente si finisce per
allontanarsene. Al riguardo, non so dire con precisione quanto questi anni
siano un periodo propizio per la nostra poesia, vale a dire se da parte di
qualcuno si siano scritte e ancora si stiano scrivendo poesie di
particolare qualità. Non lo so. Davvero. Certo, esistono alcune raccolte
poetiche o, più spesso, singole poesie di sicuro valore che possono
essere prese come riferimento. Nel complesso, tuttavia, si può forse dire
che gli ultimissimi decenni del secolo scorso e ancora questo inizio di
millennio costituiscano un periodo di transito, di passaggio a qualcosa (o
a qualcuno) che ancora non è arrivato o che ancora non ci riesce di
vedere (al sottoscritto, almeno).
L’eredità poetica del Novecento italiano, del resto,
è grandissima, una delle maggiori tra le letterature occidentali, e grava
sulle spalle di chi è arrivato dopo. Da tempo lo si ripete: la poesia sta
vivendo un periodo per molti versi epigonale, perché un po’ tutte le
strade espressive non solo sembrano (sembrano, ripe-to) essere state già
tentate ma anche esaurite dai maestri del secolo scorso. Assolutezza e
verticalismo lirico, narratività e registri discorsivi, formalizzazione
o, viceversa, tensioni informali, dimensione privata e vocazione pubblica
e civile, tutto quanto, insomma. Anche le realizzazioni poetiche della
generazione dei poeti nati negli anni Settanta, tanto presto antologizzata
in numerosi volumi collettivi, non esce, anzi, per molti versi riconferma
con più forza questa idea di epigonismo.
Ma è vero che questa situazione ha anche il proprio
rovescio e presenta degli elementi positivi. Il primo dei quali è che
questo stesso legame col passato, di cui si è detto, può costituire
anche una forza. Nei nostri poeti più consapevoli, infatti, si trova un
riferimento alla cosiddetta tradizione poetica, non soltanto italiana, che
rappresenta in ogni caso un elemento propulsivo e di nutrimento, una
componente imprescindibile dello spessore e della vitalità della parola
poetica. Cosa che mi pare non accada, se non forse in modo molto più
debole, per i nostri narratori coevi. Certo ogni poeta si sceglie dove e
come vuole la propria tradizione, ma fortunatamente la parola poetica non
vive mai in modo gratuito o improvvisato. Da questo punto di vista la
poesia non mente, perché non può essere mai, anche in questo momento,
anche nella poesia che si sta facendo qui ed ora, qualcosa di
esclusivamente singolare o di superficiale, ma esiste ogni volta proprio
nel punto di intersezione, contrasto o accordo che sia, tra l’individualità
e qualcosa di diverso che l’attraversa e che, senza negarla, anche la
supera.
Roberto Galaverni
Segue: Un impasto di suoni che sale dal profondo