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Perché la poesia non muore

  
IL VERSO DIMENTICATO
CONTINUA A INTERROGARCI

  


   Letture n.632 dicembre 2006 - Home Page Da decenni si vive una forte emarginazione della poesia italiana dai grandi circuiti della comunicazione. Eppure lo specifico poetico continua a esistere. Anzi, quasi per reazione, riesce a raggiungere vette significative. Sembra insomma che la poesia viva un'ambigua situazione, tra rimozione ed estrema vitalità. Perciò è lecito domandarsi, con alcuni protagonisti della scena italiana, quali siano i suoi spazi di manovra.
    
   
   

L'irriducibilità al linguaggio comune

QUALCOSA DI NUOVO E MAI SUPERATO

di Roberto Galaverni

Dove sta andando la poesia? Più che difficile forse è addirittura impossibile rispondere a una domanda di questa natura. La poesia, infatti, rappresenta qualcosa che non può essere in alcun modo previsto o, come avrebbe potuto dire Pasolini, che non può venire organizzato. Ciò significa che la poesia – e per poesia bisogna sempre intendere qualcosa di molto concreto e di particolare, di reale, vale a dire singoli libri e singole poesie, quei libri e quelle poesie – non discende linearmente, attraverso uno svolgimento regolare, dall’assetto del mondo così come lo conosciamo. Non è l’esito o la conseguenza di quel mondo, ma costituisce un elemento nuovo. Qualcosa che prima non c’era, qualcosa di diverso e d’inedito, d’irregolare e in sostanza d’imprevedibile. Così si può dire che la poesia sia lì, anzi, sarà lì soprattutto per sorprenderci. Dunque, non per confermare le nostre previsioni ma per modificarle e magari per sconfessarle.

Al riguardo c’è un’affermazione molto precisa di T.S. Eliot che da tempo ho preso come una sorta di bussola per il mio orientamento nelle questioni della poesia. Eliot parla appunto della poesia come cosa nuova. È un concetto semplicissimo, che riguarda in genere la creazione artistica in quanto tale. Ma è vero che spesso appare difficile da accettare, perché costringe a intendere la poesia come un evento linguistico e più ampiamente espressivo in cui le nostre coordinate conoscitive vengono rimesse sempre in gioco e ridefinite in modo appunto nuovo. Se la s’intende così, l’esperienza poetica, sia dalla parte del poeta sia da quella del lettore, comporta una componente d’investimento, di responsabilità e anche di rischio assolutamente maggiori che non nella prospettiva opposta. La poesia apparirà giustamente come un’esperienza decisiva proprio perché in essa ogni volta si decide qualcosa. Anche di molto piccolo e d’infinitesimale, se si vuole, ma pur sempre qualcosa.

Credo che tali caratteristiche, ma sarebbe meglio dire qualità e perfino virtù della poesia giustifichino la sua esistenza anche nel nostro tempo. Il nostro (ma già quanti, ormai, lo sono stati) è infatti un tempo in cui gli automatismi di ogni genere, anche e soprattutto linguistici, sembrano diventati pressoché inevitabili. Montale e Gadda, Calvino e Pasolini, Volponi, Zanzotto e altri con loro hanno insistito per tempo su questo. Slogan, pregiudizi, frasi fatte, luoghi comuni... Sembra diventato un luogo comune anch’esso: che la letteratura, e anzitutto quella forma intensificata di linguaggio che chiamiamo poesia, rappresenti un luogo di non passività della lingua; un luogo possibile, dunque, di coscienza e di autocoscienza, d’intelligenza e di comprensione, di umanità, vorrei dire, perché è vero che un impoverimento linguistico non è mai un fatto a sé stante, ma corrisponde sempre, ahimè, a una diminuzione – non saprei definirla diversamente – antropologica.

Da questo punto di vista, la non conformità intrinseca della poesia e della dimensione estetica costituiscono il loro vero elemento di forza e di vitalità, e dunque la loro stessa giustificazione d’esistenza. Se è così, si tratta dell’unico luogo comune a cui sono contento di credere.

Ora, alcuni segnali sembrano indicare che proprio in questi ultimissimi anni nel nostro Paese esista un discreto fervore attorno alle cose della poesia: festival, incontri e letture pubbliche (da Dante ai contemporanei), siti Internet, riviste, antologie, tanti giovani che scrivono e che intendono la poesia come qualcosa di non accessorio. E questo è tutto sommato un bene. Insomma, meglio così che il contrario. Al di là della qualità effettiva della poesia che si scrive oggi in Italia, che è una questione diversa, mi pare che tutto questo, questo insieme di iniziative e di intenzioni, dico, indichi per lo meno una richiesta, e allora una necessità, un’attesa di qualcosa che evidentemente non trova risposta da altre parti.

Può darsi che proprio l’esasperazione della velocità e della funzionalità comunicativa che appartiene alla nostra epoca, per molti versi positiva e benvenuta, abbia come rovescio il riconoscimento della lingua della poesia come qualcosa di diverso, come un’espressione che possiede uno spessore e un’intensità maggiori. Da questo punto di vista, l’anacronismo della poesia potrebbe essere il più valido lasciapassare per la sua vita presente e futura. Chissà...

Rimane comunque vero, come dicevo prima, che la poesia è sempre una realtà assolutamente particolare, tant’è che ogni volta che se ne parla in termini generali inevitabilmente si finisce per allontanarsene. Al riguardo, non so dire con precisione quanto questi anni siano un periodo propizio per la nostra poesia, vale a dire se da parte di qualcuno si siano scritte e ancora si stiano scrivendo poesie di particolare qualità. Non lo so. Davvero. Certo, esistono alcune raccolte poetiche o, più spesso, singole poesie di sicuro valore che possono essere prese come riferimento. Nel complesso, tuttavia, si può forse dire che gli ultimissimi decenni del secolo scorso e ancora questo inizio di millennio costituiscano un periodo di transito, di passaggio a qualcosa (o a qualcuno) che ancora non è arrivato o che ancora non ci riesce di vedere (al sottoscritto, almeno).

L’eredità poetica del Novecento italiano, del resto, è grandissima, una delle maggiori tra le letterature occidentali, e grava sulle spalle di chi è arrivato dopo. Da tempo lo si ripete: la poesia sta vivendo un periodo per molti versi epigonale, perché un po’ tutte le strade espressive non solo sembrano (sembrano, ripe-to) essere state già tentate ma anche esaurite dai maestri del secolo scorso. Assolutezza e verticalismo lirico, narratività e registri discorsivi, formalizzazione o, viceversa, tensioni informali, dimensione privata e vocazione pubblica e civile, tutto quanto, insomma. Anche le realizzazioni poetiche della generazione dei poeti nati negli anni Settanta, tanto presto antologizzata in numerosi volumi collettivi, non esce, anzi, per molti versi riconferma con più forza questa idea di epigonismo.

Ma è vero che questa situazione ha anche il proprio rovescio e presenta degli elementi positivi. Il primo dei quali è che questo stesso legame col passato, di cui si è detto, può costituire anche una forza. Nei nostri poeti più consapevoli, infatti, si trova un riferimento alla cosiddetta tradizione poetica, non soltanto italiana, che rappresenta in ogni caso un elemento propulsivo e di nutrimento, una componente imprescindibile dello spessore e della vitalità della parola poetica. Cosa che mi pare non accada, se non forse in modo molto più debole, per i nostri narratori coevi. Certo ogni poeta si sceglie dove e come vuole la propria tradizione, ma fortunatamente la parola poetica non vive mai in modo gratuito o improvvisato. Da questo punto di vista la poesia non mente, perché non può essere mai, anche in questo momento, anche nella poesia che si sta facendo qui ed ora, qualcosa di esclusivamente singolare o di superficiale, ma esiste ogni volta proprio nel punto di intersezione, contrasto o accordo che sia, tra l’individualità e qualcosa di diverso che l’attraversa e che, senza negarla, anche la supera.

Roberto Galaverni

Segue: Un impasto di suoni che sale dal profondo

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