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Editoriale.

  
Il poeta non scorda
il valore della parola

di Daniele Piccini
  


   Letture n.632 dicembre 2006 - Home Page

Il verso poetico ha il compito di ricordare alla comunità dialogante la potenza originaria della parola, capace di "dire l’essere"; ciò vale soprattutto nel contesto attuale, dove il linguaggio è usato per fini retorici, suasori o anche morbosi.

Vi è nella poesia uno stato sempre sorgente del linguaggio, che rilava le scorie del quotidiano e tiene lo strumento più umano di tutti – la lingua appunto – tesa nella sua espressività e pretesa di conoscenza. L’aspetto della sorgività si è anzi accentuato nella modernità, quando la poesia ha proseguito, attraversando i fuochi incrociati delle ideologie, il suo compito di farsi lievito nella farina del parlare comune, come una memoria della potenza originaria, tensiva, desiderante del linguaggio.

"La poesia ha proseguito,
attraversando i fuochi 
incrociati delle ideologie, 
il suo compito di farsi 
lievito nella farina del 
parlare comune, come una 
memoria della potenza 
originaria, tensiva, 
desiderante del linguaggio. "

Lo spazio pubblico, sociale della parola pronunciata dai poeti si è ristretto, per tante ragioni, ma intanto in alcune personalità centrali la parola, quasi liberata dal giogo e dall’obbligo di essere un abbellimento, un ornamento o un sigillo, è diventata in se stessa tutta la realtà. Insomma, non è stata più la parola a cercare di aderire a un reale dato e immobile, ma in qualche modo è la realtà a cercarsi attraverso la lingua.

Certo, in un campo frammentato come quello contemporaneo le divaricazioni nelle linee di ricerca sono innumerevoli (compreso un uso tutto sperimentale, magari ideologicamente mirato: ma anche lì si approda nei casi migliori a una reinvenzione linguistica), ma l’evidenza di una inservibilità a fine oratorio, declamatorio o esornativo emerge anche in esperienze molto distanti. La poesia disobbedisce, anche al programma e alla poetica di chi la scrive.

Leopardi, non a caso, è il poeta che più a fondo ha continuato a lavorare dentro la scrittura dei poeti novecenteschi italiani, insieme al grande sprone e alla contraddizione vivissima della Commedia: un poema realistico ma sull’oltremondo, sperimentale ma sacrale, onnivoro ma teleologicamente strutturato. Dante richiama anche alla materialità artigianale, alla sostanza tecnica di una parola che dopo il Romanticismo e tanto più nel progressivo affrancamento da ogni norma compositiva (metrica prima di tutto) è stata anche sentita come pura effusione, obbediente a un’ispirazione spirituale quasi prelinguistica (o, al contrario, come pura formalizzazione, ludus, esercizio). Ebbene Dante, che pure porta il verbo poetico a fronte della verità ultima e di per sé indicibile, è anche colui che richiama continuamente alla natura fabbrile del suo strumento: in Purgatorio XI (dove pure si tratta di umiltà), per definire lo specifico dell’arte poetica, parla di «gloria de la lingua» e nel celebre canto XXVI della stessa cantica lascia che Guinizzelli definisca Arnaut, con appellativo di non doma ammirazione, «il miglior fabbro del parlar materno» (formula di cui si impossesserà Eliot per rivolgerla al suo mentore Pound). Cioè: la poesia (basterebbe ricordare episodi salienti come l’incontro con Virgilio in Inferno I, quello con i poeti del Limbo in Inferno IV, l’episodio di Stazio a partire da Purgatorio XXI e i canti appunto XXIV e XXVI della seconda cantica, senza tralasciare il memorabile attacco di Paradiso XXV: «Se mai continga che ’l poema sacro / al quale ha posto mano e cielo e terra, / sì che m’ha fatto per molti anni macro…») si configura come il luogo di una sfida di pregnanza espressiva, in cui le parole dette "per rima" sono frutto di una distillazione che è insieme (indistinguibilmente) formale e sostanziale. E i poeti sono per Dante (si pensi anche alla palinodia su un uso gratuito e assoluto del "comico" in Inferno XXX e Purgatorio XXIII) partecipi di una "scola", di una eletta schiera in cui il linguaggio (per lui soprattutto quello "materno", cioè il volgare) si ripulisce dalle bassezze municipali, dalle scorie d’uso e di rustica espressività per tendersi nel suo massimo arco di senso e potenza. Del resto un verso come il memorando finale di Inferno V («E caddi come corpo morto cade») basterebbe a render ragione di un’arte che è estrema condensazione e intensificazione di suoni e sensi, inestricabilmente resi corpo nella parola.

Questa pietra non scalfibile, questa selce di suono e senso ripulita in un a latere della storia che l’esilio (reale o metaforico) rende ancor più tagliente, è stata per secoli la pietra di paragone dell’esistente (tralasciando, certo, le derive retoriche e manieristiche) nella storia italiana. Prima che Italia fosse, era la parola che la edificava (da Dante e Petrarca a Foscolo, Leopardi, Manzoni, fino alla generazione risorgimentale). E dopo che Italia unita è stata, il suo travaglio civile e politico è stato ancora detto e impugnato in parola (Montale, Pasolini, Luzi, Raboni, ecc.).

La poesia, diceva Fortini, non muta nulla, ma va scritta: il suo darsi nella storia può costituire una specie di fabbrica perenne, di interminabile edificazione di un luogo sempre a venire, opposto alla catena di ingiustizie mai finita e anche, bisogna dire, alla manipolazione della parola, alla sua adulterazione per fini retorici e sofistici (come nella più bassa politica e nelle sue appendici), suasori (la pubblicità), morbosi (comunicazione di massa), irrigiditi e morti (l’ideologia). La poesia è la parola sgorgante, appena nata, fresca, irriducibile a categorie già date, eppure scritta sopra un palinsesto: un onusto, ricchissimo foglio già segnato da innumerevoli scritture precedenti, che all’improvviso si assorbono e scompaiono nella prima parola nuova, necessaria, vergata dall’ultimo scrivente, che sente ancora – per una misericordia e un’abilità tecnica inscindibilmente unite – la lingua «come per se stessa mossa» (Dante), a beneficio di sé e di quella comunità (o comune) che nella sua parola si riconosce e raccoglie: sentendola valere per sé, come sgorgata dal suo stesso seno.

Daniele Piccini

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