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Il verso poetico ha il compito
di ricordare alla comunità dialogante la potenza originaria della
parola, capace di "dire l’essere"; ciò vale soprattutto nel
contesto attuale, dove il linguaggio è usato per fini retorici, suasori
o anche morbosi.
Vi
è nella poesia uno stato sempre sorgente del linguaggio, che rilava le
scorie del quotidiano e tiene lo strumento più umano di tutti – la
lingua appunto – tesa nella sua espressività e pretesa di conoscenza. L’aspetto
della sorgività si è anzi accentuato nella modernità, quando la poesia
ha proseguito, attraversando i fuochi incrociati delle ideologie, il suo
compito di farsi lievito nella farina del parlare comune, come una memoria
della potenza originaria, tensiva, desiderante del linguaggio.
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"La
poesia ha proseguito,
attraversando i fuochi
incrociati delle ideologie,
il suo compito di farsi
lievito nella farina del
parlare comune, come una
memoria della potenza
originaria, tensiva,
desiderante del linguaggio. " |
Lo spazio pubblico, sociale della parola pronunciata dai poeti si è
ristretto, per tante ragioni, ma intanto in alcune personalità centrali
la parola, quasi liberata dal giogo e dall’obbligo di essere un
abbellimento, un ornamento o un sigillo, è diventata in se stessa tutta
la realtà. Insomma, non è stata più la parola a cercare di aderire
a un reale dato e immobile, ma in qualche modo è la realtà a cercarsi
attraverso la lingua.
Certo, in un campo frammentato come quello contemporaneo le
divaricazioni nelle linee di ricerca sono innumerevoli (compreso un uso
tutto sperimentale, magari ideologicamente mirato: ma anche lì si approda
nei casi migliori a una reinvenzione linguistica), ma l’evidenza di una
inservibilità a fine oratorio, declamatorio o esornativo emerge anche in
esperienze molto distanti. La poesia disobbedisce, anche al programma e
alla poetica di chi la scrive.
Leopardi, non a caso, è il poeta che più a fondo ha continuato a
lavorare dentro la scrittura dei poeti novecenteschi italiani, insieme al
grande sprone e alla contraddizione vivissima della Commedia: un
poema realistico ma sull’oltremondo, sperimentale ma sacrale, onnivoro
ma teleologicamente strutturato. Dante richiama anche alla materialità
artigianale, alla sostanza tecnica di una parola che dopo il Romanticismo
e tanto più nel progressivo affrancamento da ogni norma compositiva
(metrica prima di tutto) è stata anche sentita come pura effusione,
obbediente a un’ispirazione spirituale quasi prelinguistica (o, al
contrario, come pura formalizzazione, ludus, esercizio). Ebbene
Dante, che pure porta il verbo poetico a fronte della verità ultima e di
per sé indicibile, è anche colui che richiama continuamente alla natura
fabbrile del suo strumento: in Purgatorio XI (dove pure si tratta
di umiltà), per definire lo specifico dell’arte poetica, parla di «gloria
de la lingua» e nel celebre canto XXVI della stessa cantica lascia che
Guinizzelli definisca Arnaut, con appellativo di non doma ammirazione, «il
miglior fabbro del parlar materno» (formula di cui si impossesserà Eliot
per rivolgerla al suo mentore Pound). Cioè: la poesia (basterebbe
ricordare episodi salienti come l’incontro con Virgilio in Inferno I,
quello con i poeti del Limbo in Inferno IV, l’episodio di Stazio
a partire da Purgatorio XXI e i canti appunto XXIV e XXVI della
seconda cantica, senza tralasciare il memorabile attacco di Paradiso XXV:
«Se mai continga che ’l poema sacro / al quale ha posto mano e cielo e
terra, / sì che m’ha fatto per molti anni macro…») si configura come
il luogo di una sfida di pregnanza espressiva, in cui le parole dette
"per rima" sono frutto di una distillazione che è insieme (indistinguibilmente)
formale e sostanziale. E i poeti sono per Dante (si pensi anche alla
palinodia su un uso gratuito e assoluto del "comico" in Inferno
XXX e Purgatorio XXIII) partecipi di una "scola", di
una eletta schiera in cui il linguaggio (per lui soprattutto quello
"materno", cioè il volgare) si ripulisce dalle bassezze
municipali, dalle scorie d’uso e di rustica espressività per tendersi
nel suo massimo arco di senso e potenza. Del resto un verso come il
memorando finale di Inferno V («E caddi come corpo morto cade»)
basterebbe a render ragione di un’arte che è estrema condensazione e
intensificazione di suoni e sensi, inestricabilmente resi corpo nella
parola.
Questa pietra non scalfibile, questa selce di suono e senso ripulita in
un a latere della storia che l’esilio (reale o metaforico) rende
ancor più tagliente, è stata per secoli la pietra di paragone dell’esistente
(tralasciando, certo, le derive retoriche e manieristiche) nella storia
italiana. Prima che Italia fosse, era la parola che la edificava
(da Dante e Petrarca a Foscolo, Leopardi, Manzoni, fino alla generazione
risorgimentale). E dopo che Italia unita è stata, il suo travaglio civile
e politico è stato ancora detto e impugnato in parola (Montale, Pasolini,
Luzi, Raboni, ecc.).
La poesia, diceva Fortini, non muta nulla, ma va scritta: il suo darsi
nella storia può costituire una specie di fabbrica perenne, di
interminabile edificazione di un luogo sempre a venire, opposto alla
catena di ingiustizie mai finita e anche, bisogna dire, alla manipolazione
della parola, alla sua adulterazione per fini retorici e sofistici (come
nella più bassa politica e nelle sue appendici), suasori (la
pubblicità), morbosi (comunicazione di massa), irrigiditi e morti (l’ideologia).
La poesia è la parola sgorgante, appena nata, fresca, irriducibile a
categorie già date, eppure scritta sopra un palinsesto: un onusto,
ricchissimo foglio già segnato da innumerevoli scritture precedenti, che
all’improvviso si assorbono e scompaiono nella prima parola nuova,
necessaria, vergata dall’ultimo scrivente, che sente ancora – per una
misericordia e un’abilità tecnica inscindibilmente unite – la lingua «come
per se stessa mossa» (Dante), a beneficio di sé e di quella comunità (o
comune) che nella sua parola si riconosce e raccoglie: sentendola valere
per sé, come sgorgata dal suo stesso seno.
Daniele Piccini
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