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Quattro chiacchiere con...

   
Quirino Principe:
usare la critica contro il potere

di Giulia Sirolli


   Letture n.621 novembre 2005 - Home Page Premiato per il suo profondo e costante contributo alla diffusione della cultura, il musicologo goriziano ripercorre la nascita della critica e ne sottolinea la preziosità del ruolo nell’attuale società.

È un fine conoscitore di Mahler e Strauss, ma forse è più noto al grande pubblico per aver curato l’edizione italiana del Signore degli anelli di Tolkien. Eppure Quirino Principe è eccellente musicologo, germanista, poeta e negli ultimi anni ha sviluppato una frequente attività teatrale, come drammaturgo, autore di testi per musica e attore. Nato a Gorizia, città di frontiera tra Austria, Italia e Slovenia, trova ideale terreno di studio nell’universo austrotedesco, col quale intrattiene un rapporto fatto di passione, accanimento e acribia estrema. Approfittiamo della consegna del Premio Imola - Le vie della critica 2005 per porgergli qualche domanda.

  • Da dove nasce la passione per la professione di critico?

«Non voglio fare una lezione di storia della critica o di Kulturgeschichte, ma certo si potrebbe dividere la storia del mondo in due metà con diversi criteri. Uno degli infiniti modi di dividere in due parti la storia della cultura è quello che usa Matthew Arnold in Cultura e Anarchia, cioè le età organiche e le età critiche o, come dice Elèmire Zolla in Che cos’è la tradizione, la civiltà del commento e la civiltà della critica. La civiltà del commento è quella nella quale, di fronte alla fruizione dell’opera, viene espresso un parere da parte di persone la cui autorevolezza dipende esclusivamente dalla loro intelligenza. I commenti che vengono fatti sulle opere letterarie si riducono nel mondo antico e nelle culture medievali cristiane a brevi frasi, spesso densissime di intelligenza. Basta percorrere la Divina Commedia e leggere i giudizi critici fulminanti di Dante su pittori come Cimabue e Giotto: "Credette Cimabue ne la pittura tener lo campo e ora ha Giotto il grido, sì che la fama di colui è scura".

Verso la fine del XVIII secolo succede qualcosa, dovuto probabilmente alla diversa organizzazione della società, ad Adam Smith, il quale ha insegnato che, concentrando gli sforzi, specializzandosi, si ottengono maggiori risultati. Quest’idea della specializzazione si fa strada anche nelle discipline della cultura. Si tratta di un fatto illuministico e utilitaristico. Ecco che nasce la critica come professione nel Paese dell’empiria e dell’utilitarismo, la Gran Bretagna, per poi farsi strada anche in Italia qualche decennio dopo. In questi luoghi vengono pubblicati dei giornali con pagine culturali in cui i personaggi danno il loro contributo alla rubrica critica. Verso la fine del Settecento per quanto riguarda la musica, la mia disciplina congeniale, nasce la Allgemeine Musikalische Zeitung, organizzata in modo mirabile, in cui tante persone, ciascuna con la sua specializzazione precisa, toccano i loro ambiti. La critica è quindi una novità legata all’era illuministica, all’era dei filosofi che vogliono trasformare il mondo e non soltanto comprenderlo».

  • Quando ha iniziato a fare il critico?

Quirino Principe.«All’epoca del servizio militare, mentre i miei compagni andavano in giro per Lecce durante la libera uscita, rimanendo solo in caserma, cominciai a scrivere dei giudizi sulla mia agenda, pensando che un giorno avrei raccolto queste cose. Oppure avevo una piccola radio segreta e di nascosto ascoltavo musica – concerti che allora erano trasmessi dal Terzo programma – e subito dopo scrivevo. Qualcosa di queste mie annotazioni l’ho utilizzata anche in anni successivi quando mi è capitato di scrivere dei libri».

  • Quale valore ha per lei oggi la critica?

«Sento l’impellente dovere di intervenire. È evidente che noi critici non possiamo dare dei giudizi assoluti, ma ci sono orientamenti sbagliati, quindi io voglio assolutamente intervenire, finché posso, per correggere un modo errato di orientare il lettore. Non solo un modo errato, ma anche per correggere le omissioni. Il vero nemico, se parliamo di musica e di critica musicale, ma anche se parliamo di letteratura, sono i poteri dello Stato. I legislatori non fanno altro che dare colpi di piccone contro tutto ciò che è qualità, rifiutando l’idea di superiorità e inferiorità, relativizzando le culture, i diversi gradi di cultura. Per me fare critica musicale significa fondamentalmente combattere i poteri dello Stato. In Italia si taglia l’erba sotto i piedi e si fa franare il terreno: si distrugge il pubblico. Si rende impossibile che domani ci sia un pubblico, si diminuisce il numero di ore di musica "forte", come la chiamo io. Per me un discorso sulla musica è un’arma, un’azione di combattimento, una forma di tattica e, alla lunga, anche di strategia. Ad esempio, sono il difensore numero uno del diritto dei giovani musicisti di suonare in casa».

  • Come fa ad aggiornarsi continuamente?

«Lei immagini una mia settimana; nell’arco di questa settimana dedico al sonno una media di cinque ore: per due notti non dormo, poi dormo due ore, due ore e mezza, per altre notti non dormo e poi ridormo per due ore circa e sto benissimo. Lavoro sempre, non faccio mai vacanza. Mi porto i libri in tram e ogni tanto vado nelle librerie Feltrinelli. Siccome la casa è strapiena di libri e non posso comprarne altri, vado con schede di tanti colori che annoto. Uso il computer, ma lavoro molto su schede cartacee. Nel giro di due ore mi sono visto l’essenziale, il necessario di una decina di libri. Faccio questo quasi tutti i giorni. Quando sono in treno poi sono armato di altri strumenti, piccoli menabò, libri con le pagine bianche rilegati a cui metto dei titoli fantasiosi: uno si chiama Eos, in greco "aurora", cioè l’aurora delle idee. Quello è il laboratorio in cui metto a fuoco le cose che ho imparato, le medito, a volte me le critico, ritorno sui miei passi. Metto sempre una data in queste mie riflessioni in modo da costituire un itinerario storico personale».

  • Progetti futuri? So che le piace molto anche recitare.

«Da qualche anno faccio l’attore con mia grande delizia e sto passando una specie di quindicesima giovinezza. Recentemente ho interpretato Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare su un mio testo sostitutivo del dramma per le musiche di Mendelssohn; ho fatto Rosamunde di Schubert sempre su un mio testo e adesso farò Façade di Walton. Ho già presentato due miei melologhi e ho tanti progetti con cantanti e attrici. L’anno scorso è uscito un mio volume, la Storia del teatro d’opera tedesco. Gli anni dal 1830 al 1918. Lo intendo come un secondo volume e devo scrivere il primo e il terzo per completare la trilogia, un progetto piuttosto consistente. Sto preparando un mio secondo libro di poesie e sto organizzando anche un libro che raccoglie miei enigmi radiofonici. Poi c’è un’opera, che io concepisco di almeno tremila pagine, che dovrebbe essere la conclusione della mia attività di autore, una monografia sul compositore che amo di più: Robert Schumann. La musica di Schumann somiglia alla città in cui sono nato. Somiglia al profumo dei tigli di una certa via di Gorizia dove abitava una tale di cui ero innamorato, somiglia al giorno in cui è morta mia madre quando avevo 14 anni, somiglia a tante cose che mi è capitato di fare e di pensare in vita mia, praticamente posso dire che io sono una microscopica parte dell’archetipo umano di cui quell’uomo è stata la più alta realizzazione».

Giulia Sirolli

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