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60 anni dalla parte dei lettori.

  
DAL DOPOGUERRA A OGGI
UNA GUIDA AFFIDABILE

  


   Letture n.617 maggio 2005 - Home Page

"Letture" festeggia il 60esimo anno di attività editoriale, un risultato di straordinaria longevità soprattutto per un periodico di informazione culturale. È sembrata, questa, l’occasione per ripercorrere la storia del mensile attraverso le testimonianze dei protagonisti del passato e per richiamare alla memoria il senso di un percorso voluto dagli ambienti ecclesiastici per confrontarsi apertamente con la cultura laica.

   

Una storia al servizio della cultura

FORMARE
LA COSCIENZA INSEGNANDO
A LEGGERE

di Giuliano Vigini

La storia di Letture affonda le radici in un periodico quindicinale d’inizio Novecento, il Bollettino delle biblioteche cattoliche, organo della Federazione italiana delle biblioteche cattoliche, fondato nel 1904 a Milano e attivo fino al 1913. Quest’esperienza continuava l’anno dopo (1914), nella stessa sede della Federazione (in via Speronari, 3) e con la stessa cadenza, con la Rivista di letture, diretta da don Giovanni Casati (1881-1957): dal 1920 al 1932, organo della Federazione italiana delle biblioteche circolanti (con sede sempre a Milano, ma in via Unione 7).

Le finalità della Rivista di letture erano praticamente le stesse del Bollettino che l’aveva preceduta: fornire elementi di giudizio letterario e di valutazione morale sulle novità librarie, settore per settore, che potessero orientare a una scelta qualificata e insieme oculata dei libri, sia per la lettura individuale sia per la formazione delle raccolte nelle biblioteche cattoliche.

La rivista cesserà le pubblicazioni nel 1945. Volendo però l’autorità diocesana milanese da cui dipendeva la rivista – vale a dire il card. Schuster – che questa iniziativa avesse un seguito, fu richiesto ai gesuiti di San Fedele di proseguirla e di farsene carico. Così nacque, nel gennaio 1946, Letture. La direzione della rivista era stata affidata a padre Giuseppe Valentini, tornato pochi mesi prima dall’Albania, dov’era stato a più riprese, diventando uno dei maggiori esperti di lingua e letteratura albanese. Padre Valentini – di cui chi scrive ricorda, tra le altre doti, l’affabilità e l’arguzia – aveva attorno a sé un buon gruppo di collaboratori, tra i quali vanno ricordati in particolare Cipriano Casella, Achille Colombo, Gaetano Bisol e Armando Guidetti. Le collaborazioni – di fatto limitate a brevi segnalazioni – assicuravano continuità alla rivista, proponendo autori del passato o scrittori del presente, sempre con lo scopo di informare e "orientare" sulle novità più significative (o moralmente più problematiche) nell’ambito della notevole produzione che usciva in quegli anni di rinnovato fervore culturale e civile. Basterebbe ricordare che, in quel periodo, per limitarci alla narrativa – ambito privilegiato dell’editoria – veniva rilanciata e rinnovata la celebre "Medusa", e che contemporaneamente nascevano collane come 
"I millenni" (1947) e "I coralli" (1947) di Einaudi; "Pegaso letterario" di Bompiani; la "Biblioteca moderna Mondadori" (1948).

Padre Valentini, il primo direttore di "Letture" e Léon Bloy.
Padre Valentini, il primo direttore di "Letture" e Léon Bloy.

1946: le buone "Letture"

La rivista si qualificava come «rassegna critica del libro», attenta anche alle letterature straniere, che attraverso l’incremento delle traduzioni stavano penetrando rapidamente nella cultura italiana. 
In questo contesto assumeva un peso rilevante la letteratura francese d’ispirazione cristiana. Il mondo cattolico italiano non solo l’accoglieva favorevolmente, ma ne faceva uno dei capisaldi della propria formazione culturale e religiosa. Di fatto, l’influsso degli scrittori francesi su più generazioni di sacerdoti, letterati e uomini politici italiani risulterà molto esteso e profondo, e se all’influenza nella sfera letteraria si aggiunge l’apporto non meno decisivo sul piano teologico e filosofico, appare ancor più chiaramente come la cultura cattolica italiana del dopoguerra abbia trovato nella ricchezza, nella novità e nell’intonazione profetica del cristianesimo d’oltralpe la sua primaria fonte d’ispirazione e rinnovamento. 
La strada maestra di questa fortuna francese passava soprattutto dal tentativo di recupero e rilancio di scrittori già affermati nei primi decenni del secolo, l’importanza dei quali veniva riconosciuta ora da un pubblico più ampio: erano Léon Bloy e Charles Péguy, Paul Claudel e Julien Green, ma soprattutto Georges Bernanos e François Mauriac. Il quadro che si presentava alla fine degli anni Quaranta era così quello di una letteratura francese che negli anni Cinquanta avrebbe allargato notevolmente la propria sfera di penetrazione e d’influenza.

Si andava intanto diffondendo sempre più anche la letteratura inglese e americana. Autori come Cronin, Hemingway, Steinbeck, Maugham, Bromfield, Buck ottenevano consensi sempre più larghi, in libreria come in biblioteca: consensi spesso sollecitati, per alcuni titoli, anche da film di grande successo. Ma erano anni di fervore ed entusiasmo su vari fronti narrativi: si pensi all’impatto avuto da È mezzanotte dottor Schweitzer (1954) di Gilbert Cesbron o, più tardi, dal Gattopardo (1958) di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, ma anche da tanti romanzi usciti in quegli anni: da Il prete bello (1954) di Goffredo Parise a Ragazzi di vita (1955) di Pier Paolo Pasolini a Quer pasticciaccio brutto de via Merulana (1957) di Carlo Emilio Gadda, oltre alle varie edizioni delle opere di Moravia pubblicate da Bompiani.

Letture vagliava questi autori e filoni emergenti senza mai abdicare alla propria funzione critico-letteraria e soprattutto di giudizio morale, tenuto conto che, proprio negli anni Cinquanta e per tutti gli anni Sessanta, la rivista era diventata un punto di riferimento primario per sacerdoti e laici, insegnanti e bibliotecari. Aumentava quindi la responsabilità nei loro confronti nel discernere opere moralmente sicure da consigliare ai fedeli e da destinare agli scaffali delle biblioteche parrocchiali, allora attive e luoghi vivi di animazione culturale. Si comprende in quest’ottica perché padre Bisol scrivesse, in un articolo del gennaio 1955 ("Educare alla lettura"), «che il libro, soprattutto il romanzo, spesso rappresenta un pericolo; dunque bisogna evitarlo». Da qui l’importanza della "Guida alla lettura" che veniva posta a chiusura di ogni fascicolo e nella quale erano indicati quelli che, anni più tardi, saranno chiamati il "livello di maturità" e il "livello di cultura" necessari per leggere con profitto i testi segnalati.

Paul Claudel, Giuseppe Tomasi di Lampedusa e Pier Paolo Pasolini.
Paul Claudel, Giuseppe Tomasi di Lampedusa e Pier Paolo Pasolini.

1956: arriva la svolta critica

Pur aumentando il numero dei collaboratori e dandosi anche un organigramma ufficiale (che compare in seconda di copertina a partire dal 1956), Letture si presentava con una fisionomia abbastanza statica: una rivista letteraria, costituita essenzialmente da recensioni. Cominciava tuttavia a crescere nel direttore e nei redattori l’esigenza di essere più presenti anche in settori diversi dalla letteratura, abbracciando altri ambiti, e nasceva quindi il bisogno di cambiare, dopo undici anni di vita senza sostanziali mutamenti di contenuto e di indirizzo, per fornire un servizio più articolato, al passo con i tempi. Così, nel dicembre 1956, la rivista annunciava una svolta molto significativa e direi anche determinante per il suo futuro: «Possiamo finalmente annunciare ai nostri lettori che, col prossimo numero, verrà loro offerta una rivista non solo rinnovata nella veste editoriale, ma ampliata e arricchita nel contenuto. Il numero quasi duplicato di pagine consentirà una più leggibile impostazione tipografica e una più nutrita rassegna della produzione editoriale, mentre le nuove rubriche illustrative dei più importanti settori dello spettacolo avranno lo scopo di iniziare a una comprensione più approfondita del linguaggio proprio di queste varie arti».

In realtà, a partire dal gennaio 1957, Letture mutava fisionomia. 
Non solo diventava «Rassegna critica del libro e dello spettacolo» – secondo i nuovi contenuti annunciati –; non solo cambiava formato e si rinnovava dal punto di vista grafico (e, dal 1960, inseriva i bellissimi ritratti di Mino Buttafava degli scrittori esaminati nei "profili"), ma imprimeva alla svolta un’accelerazione anche dal punto di vista dell’approfondimento informativo e critico. Si affacciavano nuove firme (come Lorenzo Del Zanna e Bernardino Cogo); si potenziava il settore del teatro e del cinema (Nazareno Taddei, Antonio Covi, Gottardo Blasich, Carlo Brusati, ecc.); c’erano avvicendamenti nella redazione (dall’ottobre 1963 Ferdinando Dal Maso sostituiva Gaetano Bisol come redattore capo). Non era più soltanto una rivista interessante per le recensioni librarie; diventava una rivista importante per i numerosi temi e le problematiche che affrontava: assecondata in questo dal pubblico, che seguiva con interesse la rivista e aumentava continuamente di numero (gli abbonati, a metà degli anni Sessanta, si potevano quantificare in circa settemila).

Goffredo Parise e Alberto Moravia.
Goffredo Parise e Alberto Moravia.

Uno dei segni che erano cambiate molte cose era anche nel fatto che Letture si stava aprendo sempre più anche a collaboratori esterni alla Compagnia di Gesù e, in qualche caso, anche a laici. Avendo avuto la fortuna e il raro privilegio (avendo solo diciotto anni) di scrivere e collaborare alla redazione fin dal mese di aprile del 1965 – per la mediazione di un saggio che avevo inviato alla rivista e che a padre Guido Sommavilla che l’aveva esaminato era parso interessante – posso dire di essere diretto testimone di quei cambiamenti. Ricordo in quegli anni Gastone Toschi, che collaborava già da tempo, soprattutto come esperto di teatro; Aldo Bernardini e Sergio Raffaelli (oggi professore di Storia della lingua italiana all’Università di Roma), che curavano con Luigi Bini e Nazareno Taddei la sezione del cinema; Lina Angioletti e, più tardi, Antonia Mazza per la letteratura. Erano anni in cui eravamo tutti molto affiatati con l’équipe dei gesuiti che più assiduamente collaboravano: a cominciare dal caporedattore, padre Gabriele Casolari, a me carissimo, che dall’ottobre 1965 era subentrato a padre Dal Maso (che morirà tragicamente la vigilia di Natale di quell’anno in un incidente stradale, mentre tornava da Bassano del Grappa), passando tra tante altre colonne della rivista, come i compianti Alessandro Scurani e Gaetano Bisol, oltre ai padri già nominati. Né bisogna dimenticare in questo gruppo l’attiva partecipazione della tipografia "storica" di Letture (e di altre riviste dei gesuiti di San Fedele) rappresentata da Erminio e Franco Colombo, che avevano instaurato con il gruppo redazionale una collaborazione che andava ben al di là del rapporto di lavoro.

Michelangelo Antonioni e padre Guido Sommavilla.
Michelangelo Antonioni e padre Guido Sommavilla.

1966: sollecitare le coscienze

Con l’abolizione dell’Indice dei libri proibiti (1966) – che non aveva più forza di legge ecclesiastica, con relative censure, ma restava "moralmente impegnativo" per i cristiani – Letture entrava in una fase nuova, pur continuando a svolgere il proprio ruolo di sollecitare la matura coscienza dei fedeli nell’accostare le opere che risultavano più problematiche per la fede o per i costumi. L’accento si spostava però più sul discorso letterario e artistico e, lungo questa linea, si accentuava in modo peculiare nel corso degli anni Settanta la funzione della ricerca e dell’analisi critica, evidenziata, dal 1972, anche nel sottotitolo: «Libro e spettacolo/mensile di studi e rassegne». Acquistavano sempre più peso il profilo introduttivo, il teatro e il cinema, ma si infittiva anche il numero delle segnalazioni.

Con la morte, avvenuta il 16 novembre 1979, di padre Valentini – direttore di Letture fin dalla fondazione – si chiudeva un’epoca.
La rivista lo ricordava, oltreché con il toccante ritratto di padre Sommavilla, anche con un personale omaggio di un amico di lunga data di padre Valentini e della rivista in genere: Riccardo Bacchelli. Gli subentrava come direttore responsabile padre Scurani.

Da sinistra a destra: padre Alessandro Scurani, padre Gaetano Bisol e padre Gabriele Casolari.
Da sinistra a destra: padre Alessandro Scurani,
padre Gaetano Bisol e padre Gabriele Casolari.

1994: cultura in presa diretta

Nel corso degli anni Ottanta – dopo il boom dei due decenni precedenti, in particolare degli anni Settanta, dovuto soprattutto all’attenzione dei parroci, allo sviluppo delle biblioteche parrocchiali, alla diffusione dei cineforum e a una più generale sensibilità per gli autori e le tematiche affrontate dalla rivista – iniziava il lento declino. Bisogna anche dire che le risorse umane disponibili all’interno della Compagnia si erano andate assottigliando e, di fatto, la rivista si reggeva sempre sull’infaticabile lavoro portato avanti dai gesuiti della prima ora. Ma, nel mutare dei tempi, servivano dei rinforzi, che – perdurando la crisi di vocazioni e forse interessando anche meno ai nuovi venuti questo tipo di ministero – invece non arriveranno.

Così, nel 1994, Letture veniva ceduta al Gruppo Periodici della San Paolo, che la rinnovava nei contenuti, nella formula, nel formato e nella grafica. Si inaugurava con la nuova gestione – prima sotto la direzione di don Giusto Truglia, poi di don Antonio Rizzolo – un nuovo corso, caratterizzato dall’abbondanza, dalla tempestività e dal taglio più giornalistico dell’informazione e della critica. Presentazioni più brevi, ma servizi e rubriche più numerose e più varie, in presa diretta con lo scenario attuale dell’editoria e del consumo culturale in senso lato, della lettura e dello spettacolo. Una rivista di servizio, che copre di fatto tanti interessi e che dovrebbe essere sempre più utilizzata come strumento di orientamento nel mare magnum della produzione attuale.

Resta a mio avviso il problema – che non dipende dalla rivista, ma dal contesto culturale ed ecclesiale di oggi – di riuscire a far diventare Letture, come lo era un tempo, una guida utile al servizio dell’animazione parrocchiale. Ma, per ottenere questo risultato, bisogna prima che il libro torni ad avere la funzione e lo spazio che gli spetta, accanto naturalmente ai nuovi mezzi della comunicazione sociale, altrettanto importanti nella formazione personale e nella comunicazione della fede. Probabilmente occorrono iniziative culturali di ampio respiro nazionale, ma anche iniziative mirate sul piano diocesano, in cui anche Letture potrebbe giocare un suo importante ruolo.

Giuliano Vigini

Riccardo Bacchelli e l'attuale direttore don Antonio Rizzolo.
Riccardo Bacchelli e l’attuale direttore don Antonio Rizzolo.
   

QUANDO IMPARAMMO A "NON AVERE PAURA"
di Gabriele Casolari, S.I.

2005: Letture sta vivendo il 60° dalla sua rifondazione, una longevità non frequente per periodici di cultura. Il Catalogo religioso 1946 dei padri gesuiti riporta come avviata l’8 dicembre 1945 in Milano una nuova Comunità della Compagnia di Gesù: essa ha appena riavuto dal card. Schuster la sua antica chiesa di San Fedele (mezzo distrutta dalla guerra), col duplice impegno della parrocchia e della Rivista di letture. Quest’ultima era già una coraggiosa iniziativa diocesana, sostenuta da don Casati, coadiuvato da quel don Orsenigo, che, fatto poi vescovo da Papa Pio XI, fu Nunzio Apostolico nella Berlino di Hitler.

E proprio quest’anno, in data 24 gennaio 2005, memoria di san Francesco di Sales patrono dei giornalisti, Giovanni Paolo II ha emanato un importante documento sul Rapido Sviluppo (RS) delle nuove tecnologie dei media. Non sembri strano o puramente occasionale questo accostamento. Non lo è almeno per me. Il documento pontificio mi ha sorpreso per una duplice, autorevole lucidità. Anzitutto l’alta ispirazione teologica di fondo: comunicazione per eccellenza, anzi «grande codice di comunicazione» (RS n. 4) è la Sacra Scrittura; e «perfezione di questa comunicazione è il Verbo fatto carne» (RS n. 5). Poi, mediata da realistiche considerazioni, una specie di conclusiva "deduzione": l’invito a tutti gli operatori della comunicazione: «Non abbiate paura delle nuove tecnologie dei media: esse sono tra le cose meravigliose che Dio ci ha messo a disposizione» (RS n.14).

Le parole del Pontefice mi hanno subito evocato – si parva licet componere magnis – quello che fu principio ispiratore, fondante, poi man mano aggiornato con l’evolvere della cultura laica, della rivista Letture e della équipe che la rifondò. Non sono certo la persona più idonea a illustrare quello che fu il primo ventennio: non facevo parte della équipe a quel punto del passato... millennio. Ricordo però bene che, ancora giovani studenti gesuiti nella facoltà di Filosofia, si veniva sensibilizzati e preparati a un nuovo approccio critico, nei confronti delle espressioni – letterarie e per immagini – della cultura "profana", non senza qualche prudenziale riserva dei formatori.

Questo nuovo approccio, a celebrazione del decennio 1946-56 era stato codificato dal primo direttore di Letture, padre Giuseppe Valentini, e poi sottoscritto da venti "sacerdoti scrittori" tra cui Mazzolari, Barra, Spiazzi, Balducci. Ma anche altri fatti espressero e confermarono questo orientamento. L’atteggiamento di valutazioni impostate su censure e divieti più o meno "difensivi" era vecchio di quattro secoli. Sia pure con fondati motivi, l’austero papa Carafa, Paolo IV, aveva voluto un Index Librorum Prohibitorum (1559). Per iniziativa di Letture, il quattrocentenario fu celebrato proponendo a Pio XII un memoriale per la sua riforma: era un gesto coraggioso e, insieme, animato da consapevole e oculata moderazione. E Pio XII, in un’udienza proprio ai redattori di Letture apriva orizzonti di «insospettata libertà» (commentava Diego Fabbri su Fiera Letteraria), il Papa rammentava a tutti che, nelle espressioni della cultura e nel giudicarne, «l’interessato è sempre l’uomo». Proprio questa attenzione all’uomo esprimeva la Carta di padre Valentini: «Quando eserciterò la funzione di critico – recitava con lapidaria chiarezza – cercherò anzitutto se e che cosa ci sia di buono nel testo»; e seguivano concrete precisazioni.

Ma questi fatti, pur eloquenti, più che imporsi come appunto un codice, erano diventati il clima, l’atmosfera. Questa respirai, come naturale, quando, divenuto sacerdote, fui aggregato alla redazione; questo l’orientamento che mi ha guidato e che ho coltivato lungo vent’anni; sia pure assolvendo prevalentemente compiti di "manovalanza": programmare e confezionare il mensile.

Ben diversi per generazione, predisposizione e temperamento, come emergeva negli schietti scambi delle consulte mensili, mantenevamo la stessa rotta: un’attenzione leale, libera da prevenzioni e da complessi verso tante forme di rappresentazioni o comunicazioni discutibili e – sia detto – ammettendo ogni nostro limite di capacità ed eventuale errore. Ma sembrava doveroso cercare di mettere in luce eventuali valori (compresi quelli estetici), di allenare il lettore o spettatore a non fermarsi alla pura rappresentazione del male, ma a leggervi la dimensione spesso tragica di tante situazioni umane. Riconoscendo che giudizi categorici già confezionati possono essere di comodo, o addirittura controproducenti, si preferì il mirare a promuovere la capacità critica d’ognuno. Senza rinunciare a esporsi, a fornire un parere o giudizio. Senza sconti. Come sapeva fare, con la sua lontana preparazione di studioso di letteratura e di storia, padre Scurani, che di Letture fu colonna portante, come, nei settori del teatro e del cinema i padri Blasich e Bini. Padre Sommavilla, laboriosissimo e fecondo di contributi, esplorava le "incognite religiose" non solo in Tolkien, ma in autori complessi come Kafka e Thomas Mann.

Ogni redattore di Letture, ben al di là di quanto risulti, ha vissuto l’importanza "pastorale" di essere interlocutore, sacerdote-interlocutore, con autori o editori. Questi, a loro volta, e non solo perché «anche male, purché se ne parli», hanno mostrato di gradire "questo" dialogo; e dialogo lo chiamò una volta Michelangelo Antonioni. Personalmente mi sembra di poter esprimere, in aggiunta, una costatazione (probabilmente condivisibile dai colleghi): quello spirito e approccio nuovo, e l’averlo per tanto tempo esercitato, ha contribuito non poco a plasmarmi, come uomo ma anche come sacerdote, passato poi ad attività pastorale intra moenia, cioè più esclusivamente a servizio della vita ecclesiale delle comunità (ma l’espressione è solo diversificante, non discriminante).

Per tutto questo, ha fatto bene padre Scurani a tenere aperta, a celebrazione del cinquantenario della rivista, la rubrica "Dall’archivio di Letture": è documentazione di esperienze vissute da ogni redattore; ma è solo un assaggio! Quante se ne saranno ripetute negli ultimi dieci anni, ad opera della grande struttura ispirata a e voluta da don Alberione! Sono convinto che fu risoluzione azzeccata – quando le circostanze lo imposero – la consegna di Letture, strumento di dialogo con la cultura profana, alla Periodici San Paolo, "nativamente" proiettata a questa coraggiosa missione. 
Era ancora sedicenne Giacomo Alberione, la notte del 31 dicembre 1900, quando – come racconta nella autobiografia che i suoi Figli vollero da lui – fu ispirato a preparare «nuovi apostoli che risanassero le leggi, la scuola, la letteratura, la stampa, i costumi», auspicando «che fossero usati bene i nuovi mezzi di apostolato» (ripreso da Civiltà Cattolica, 17 maggio 2003, pag. 324). In questo, vero antesignano del «Non abbiate paura» di papa Wojtyla.

Quanto cammino, da ormai più di un secolo. E insieme quanta continuità, quanta coerenza con l’evangelica parabola del lievito e della farina! Forzando forse un poco il messaggio di Gesù, ammesso che il lievito è necessario con la sua propria funzione, sembra di poter dire anche che al lievito è necessaria la farina, perché ci sia il buon pane.

Gabriele Casolari, S.I.

Segue: Una serrata critica militante

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