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ITALO A. CHIUSANO

Vita e letteratura nel segno dell’ordalia.   

di Marco Beck
      

   Letture n.614 gennaio 2005 - Home Page

Germanista di fama internazionale, romanziere, poeta, saggista e critico, lo scrittore piemontese interpretava la fede in Cristo con sensibilità laica. Il decennale della morte è un’opportunità per riscoprirne la grandezza.

Nel secolo scorso, all’inizio degli anni Ottanta, la carriera letteraria di Italo Alighiero Chiusano conobbe una decisiva virata, in seguito alla quale i venti del consenso critico e del successo di pubblico vennero a disporsi di poppa, spingendo la sua creatività sempre più "al largo", pur senza fargli sperimentare l’ebbrezza della grande popolarità mediatica o la soddisfazione del bestseller da 100.000 copie. Quel giro di boa è contrassegnato da un vocabolo di sapore inconfondibilmente arcaico, barbarico, medievale: "ordalia". Ed è infatti L’ordalia il titolo, insieme realistico e metaforico, di un felicissimo romanzo che, pubblicato nel 1979, strappò Chiusano all’hortus conclusus della germanistica, della narrativa per palati esigenti, della drammaturgia per raffinati intenditori, imponendolo quasi d’improvviso all’attenzione della società culturale e dell’editoria libraria.

In una conferenza tenuta a Napoli nel 1980, il germanista rivelatosi anche romanziere di rango dimostrò una lucida consapevolezza della svolta in atto, non solo nel suo laboratorio di scrittore ma anche nel suo percorso esistenziale: «È curioso. Fino a un anno fa ero un signore che si occupava di letteratura tedesca, pubblicava qualche romanzo, e soprattutto molti racconti e radiodrammi. Ora invece eccomi diventato specialista di una scienza nuova, la scienza ordàlica. [...]. Curioso e nemmeno troppo piacevole, perché l’ordalia non è un paradiso, ma una prova terribile, tra le più dure a cui possa venire sottoposto un essere umano, e soprattutto ci lega ad alcune tra le più atroci manifestazioni del Medioevo». Com’è noto, l’ordalia, "giudizio di Dio" sancito dal diritto civile-religioso – in particolare germanico –, consisteva in una prova fisica estrema alla quale si esponeva un accusato e il cui esito, positivo o negativo, veniva interpretato come verdetto divino sulla sua innocenza o colpevolezza. Nel romanzo di Chiusano, l’irreprensibile monaco Petro de sancta vita accetta di camminare scalzo su uno strato di carboni ardenti per comprovare la veridicità dell’accusa di simonia lanciata contro un vescovo disonesto. L’accusatore, a sua volta accusato di calunnia, è nel vero. Ma dall’ordalia esce con i piedi bruciati, apparentemente condannato quasi fosse un impostore. Da un indegno potere ecclesiastico subisce, sia pure a testa alta, un’iniqua, cocente umiliazione.

Italo Alighiero Chiusano.

Riscoprire un "classico"

Nonostante il lusinghiero bilancio riscosso con L’ordalia, ben presto seguita, nel triennio 1981-83, da altre soddisfacenti imprese narrative come La derrota, drammaturgiche come la trilogia dei Notturni teatrali, saggistiche come la possente Vita di Goethe, anche Chiusano avrebbe affrontato, nel corso del tempo, una serie di "ordalie" risoltesi perlopiù con ingiuste sebbene dignitose sconfitte. La prima, la più sopportabile, gli era già stata inferta nel 1979, al Premio Campiello, dove il suo romanzo medievale era stato sopravanzato per due soli voti dalla Storia di Tönle di Mario Rigoni Stern. L’esplosione, nel 1980, del geniale thriller gotico-conventuale di Umberto Eco, Il nome della rosa, oscurò in una certa misura il primato e l’originalità dell’Ordalia nell’inaugurare (o, meglio, rinnovare) l’approccio narrativo all’Età di Mezzo. La poliedrica e prolifica attività letteraria, editoriale, giornalistica dell’ultimo decennio (1985-95) assicurò a Chiusano una stabile "visibilità", grazie anche all’approdo su prestigiosi lidi editoriali. Ma il reddito non eccelso, dipendente dalle sobrie tirature dei suoi libri, gli impose un tour de force lavorativo, scandito da fitte collaborazioni, interventi pubblici, frequenti viaggi, che alla lunga incise sull’integrità della sua fibra. Dopo un primo cedimento del cuore, la segregazione nello studio-eremo affacciato sul ciglio della collina di Frascati assunse la fisionomia di un evento "ordalico": sul piano fisico, una sconfitta; capovolta, tuttavia, in vittoria intellettuale e spirituale alla luce delle centinaia di pagine scritte e pubblicate fino al penultimo respiro.

Ma neppure la morte, attesa dallo scrittore come ineluttabile appuntamento con la croce di Cristo e sopraggiunta nel febbraio del 1995, pose fine alla catena delle sue ordalie. Dopo aver denotato per qualche tempo una confortante vitalità, la "fortuna" di Chiusano presso i posteri è declinata in modo addirittura inconcepibile e scandaloso. È un amaro dato di fatto che quasi tutte le edizioni dei suoi numerosi libri risultano oggi fuori commercio. Né vale a mitigare l’offesa di questo assurdo oblio la constatazione che un’analoga damnatio memoriae ha colpito o sta colpendo altri grandissimi letterati d’ispirazione cristiana scomparsi in anni recenti, da Mario Pomilio a Luigi Santucci, da Stefano Jacomuzzi a Ferruccio Ulivi. Auguriamoci piuttosto, respingendo la tentazione dello scetticismo, che il decimo anniversario dell’addio a Chiusano diventi l’occasione per una seria presa di coscienza da parte di tanti editori un tempo orgogliosi di ospitarlo nei loro cataloghi. Per quantità e qualità, il suo lascito letterario appare ormai maturo per assurgere alla dimensione della classicità. Degno di essere riproposto con adeguata sistemazione critica ai suoi antichi lettori e rivelato ai giovani, perché lo studino, lo meditino e lo amino.

Italo Alighiero Chiusano.

Il magistero del narratore

In quarant’anni di operatività, Chiusano abbracciò con pari maestria, in virtù di una prodigiosa concentrazione di talenti, quasi tutto lo spettro cromatico dei "generi", delle cifre espressive. Non c’è dubbio, tuttavia, che nel registro narrativo lo scandaglio del suo pensiero, lo slancio della sua immaginazione, la ricchezza del suo mondo interiore abbiano raggiunto il più alto grado di incandescenza. È nei romanzi, in particolare, che la scrittura di Chiusano tocca livelli di eccellenza assoluta, dando vita a partiture di affascinante complessità sinfonica. Ma in che cosa consiste, esattamente, lo "specifico" del suo magistero di narratore? Quali elementi lo rendono così efficace, duraturo e tuttora autorevole? Una prima, concreta risposta può provenire di nuovo dall’Ordalia, da uno sguardo sintetico alla trama di questo romanzo-epos che si offre ancora oggi come un paradigma, un compendio pratico, una summa dell’ideologia e della poetica di Chiusano. L’azione si svolge intorno al fatidico spartiacque dell’Anno Mille. Ne è protagonista Runo, un giovane scrivano della corte pontificia, al quale il protoscrinario rivela in segreto la falsità del documento che attesta la presunta "donazione di Costantino", ovvero l’attribuzione alla Santa Sede del potere temporale sull’intero Occidente (bisognerà attendere fino alla metà del XV secolo perché l’umanista Lorenzo Valla smascheri l’impostura con strumenti filologici). Incapace di continuare a servire un’istituzione spirituale inquinata da un avido secolarismo, Runo abbandona Roma e intraprende una peregrinazione verso il Piemonte: insegue l’utopia di una Chiesa ricondotta alla purezza e alla povertà evangeliche sotto il governo di una saggia autorità laica. In questo viaggio iniziatico lo guida il monaco-profeta Petro, reduce dall’ignominia dell’ordalia che si è ritorta a suo danno. Insieme, fondano tra le montagne biellesi una comunità improntata allo stile delle Beatitudini. Lì Runo incontra anche la dolce Nècola, che presto diviene sua sposa. Archiviata la delusione del fallimento politico di Arduino d’Ivrea, il sogno di un impero autenticamente cristiano risorge incarnandosi nella figura di Ottone III, in armonia con papa Silvestro II. Runo raggiungerà l’imperatore a Ravenna, lo ragguaglierà sulla falsa donazione, ma verrà pugnalato dagli sgherri pontifici, decisi a seppellire quel seme di verità eversiva.

Italo Alighiero Chiusano.

Storia e metastoria

Emergono, da questo impianto narrativo, alcune coordinate che, sottoposte a opportune variazioni, innervano l’intera produzione del romanziere. Spicca, in primo luogo, la predilezione per un panorama storico minuziosamente ricostruito in tutte le sue componenti realistiche. Più rare le vicende situate in contesti contemporanei: in questo senso, Preludio e piccola fuga (1985), analisi di una crisi coniugale sanata da un recupero di responsabilità e di affetto, si pone in controtendenza. Predominano le dislocazioni più o meno remote, le incursioni in grandiosi scenari medievali (oltre che nell’Ordalia, anche nel folgorante Konradin del 1990), in circoscritte aree ottocentesche (la Stiria asburgica evocata nel romanzo d’esordio, La prova dei sentimenti, 1966) e novecentesche (l’abbazia pirenaica dove, sullo sfondo della guerra civile spagnola, si consuma il dramma inscenato nella Derrota, 1982; l’Italia della ricostruzione postbellica e la truce Germania della dittatura nazista, lungo la duplice pista presente/passato che attraversa Inchiesta sul mio amore, 1972). E addirittura, in un romanzo atipico qual è Il vizio del gambero (1986), controcanto ironico rispetto alla prevalente drammaticità degli intrecci di Chiusano, la nostalgia di un mitico passato fa retrocedere il protagonista, attraverso stadi intermedi, fino alla preistoria: non stupisce che, di sette "reincarnazioni", la più plastica risulti quella ambientata nel Duecento, con la repressa attrazione di frate Hugo per la bella margravia Karola.

Rigoroso realismo, dunque, di ambientazioni storiche, di strutture socio-antropologiche, di linguaggi (si pensi al plurilinguismo tra erudito e barbarico, tra latineggiante e vernacolare, dell’Ordalia; agli innesti di tedesco e francese nella Prova dei sentimenti, di castigliano nella Derrota). Ma è un realismo tutt’altro che immanentistico; spesso, anzi, contrappuntato – e, per così dire, lievitato – da un surrealismo che schiude vertiginosi orizzonti metastorici. Ha scritto un insigne specialista dei rapporti tra fede e letteratura, padre Ferdinando Castelli: «Chiusano vuole inquietare, nel senso agostiniano del termine; racconta i casi della vita, certamente, ma soprattutto analizza i sentimenti per trovare i moventi dell’agire umano. È immerso nella storia, ma sa che esiste anche una metastoria che le conferisce significato e valore». Significato e valore che si radicano, beninteso, nella Weltanschauung appassionatamente cristiana dello scrittore, nella concezione secondo cui le vite dei suoi personaggi più emblematici costituiscono – come d’altronde la sua stessa vita – una sofferta quanto liberante sequela Christi, una sempre difettosa eppure mai rinunciataria imitazione di Cristo (protesa fino a uno straziante paradosso nel racconto intitolato appunto L’imitatore, tra i più intensi della raccolta Eroi di vetro: ritratto di un capo guerrigliero spinto dalla lettura del Vangelo a un’identificazione totale con il Nazareno). A tal punto che uno studioso di teologia applicata alla letteratura, Franco Verdona, ha potuto tracciare con assoluta plausibilità le linee di una vera e propria cristologia intrinseca all’opera di Chiusano: «Tutti i suoi personaggi chiave [...] devono fare i conti con Cristo, che è il discrimine dell’esistenza e può essere la fonte della salvezza o la pietra d’inciampo».

Ecco, quindi, nella storia dell’innamoramento scoccato tra l’aitante ufficiale ungherese Janos e l’incantevole nobildonna francese Denise, fulcro della Prova dei sentimenti, spalancarsi il mistero – con echi da Bernanos e Mauriac – di una metastoria spirituale: l’offerta di se stessa e della propria felicità, inesorabile autocrocifissione simbolica cui la fanciulla si consacra in cambio della salvezza ultraterrena del padre miscredente; un abisso di devozione filiale e di abbandono al Signore che inghiotte anche l’innamorato, al culmine di una turbata conversione. Un salto finale nella metafisica, insomma: un balzo che nell’epilogo di Konradin si colora di misticismo, di sublime epopea dello spirito. Immagina infatti Chiusano che il giovanissimo erede della dinastia sveva, prigioniero a Napoli di Carlo d’Angiò dopo la sconfitta di Tagliacozzo, abbia la possibilità di sottrarsi al patibolo grazie a un piano di fuga ordito dal "fantasma" del nonno, Federico II. Ma la fedeltà ai compagni di sventura e soprattutto al modello del Cristo gli preclude ogni tentativo di modificare per viltà un destino già scritto. Analogamente, nella Derrota, anche il capitano delle milizie repubblicane Juan Thork, convertito a una visione cristiana dall’esempio dei monaci, decide di consegnarsi al probabile carnefice, accettando il fallimento della sua missione.

Sacrificio, martirio, ricerca della santità, coraggioso incontro con la violenza e la morte per testimoniare la propria adesione senza compromessi alla verità del messaggio evangelico: questo il sigillo che Chiusano ha impresso di preferenza alle sue costruzioni romanzesche. Di qui l’accusa, che con superficialità gli è stata mossa, di pessimismo radicale. Mentre si tratta di un senso tragico della storia che sfocia, sul piano della vita terrena, nel Venerdì Santo, ma dietro il Golgota fa intravedere la luce aurorale della Resurrezione: un barlume riflesso nella «felicità da impazzire» di Janos delirante, nell’«immenso sospiro di sollievo» di Juan presago della condanna a morte, nella serenità di Corradino pronto, dinanzi al boia, a «benedire la fortuna di essere nato».

Italo Alighiero Chiusano.

Germanista senza cattedra

Quando il discernimento e la stima di Santucci lo accompagnarono al debutto narrativo, Chiusano aveva quarant’anni. Come germanista era già apprezzato, ma una discreta reputazione si stava guadagnando anche come autore di pièces teatrali e radiodrammi. Germanistica e teatro furono, in effetti, i suoi primi – e mai traditi – amori. Ben presto li accoppiò, dando alle stampe, nel 1964, due tomi dedicati al Teatro tedesco: dal naturalismo all’espressionismo e da Brecht a oggi, successivamente confluiti in un’unitaria Storia del teatro tedesco moderno (1976). Certo, fu un germanista abbastanza anomalo, Chiusano: senza cattedra e senza discepoli istituzionali (ma a non pochi neofiti meritevoli prodigò con generosità il suo avviamento e supporto). Passione e competenza le aveva ereditate dal padre, già insegnante di tedesco nei licei e console italiano a Breslavia quando vi nacque Italo, nel 1926. Intense letture prima e dopo la laurea romana in Giurisprudenza, integrate da soggiorni in Germania, specie nella prediletta Renania, incrementarono il suo bagaglio linguistico e letterario, affinato anche mediante numerose e pregevoli traduzioni: da Goethe, Schiller, Kleist, Musil, Schnitzler, Mann, Hesse, Dürrenmatt e, segnatamente, Heinrich Böll, cui si legò d’amicizia fino a dedicargli nel 1974 un fervido profilo.

Un pudore intellettuale forse eccessivo, saldato a una gelosa tutela della propria autonomia di ricerca e d’iniziativa, vietò sempre a Chiusano di assumere un ruolo accademico, in Italia o all’estero, pur potendo egli schierare in campo, oltre alle traduzioni, alle conferenze, alla biografia bölliana, alle pagine sul teatro moderno e a una poderosa Letteratura tedesca: storia e antologia (1969), i seguenti titoli: l’assidua collaborazione con il quotidiano La Repubblica su temi, libri e personaggi del mondo germanico; i saggi, le recensioni e gli interventi raccolti in Literatur (1984) nonché in Altre lune (1987), dove rifulge la limpida e affabile qualità della sua prosa critica («la critica che resta» affermò in un’intervista «è quella chiara, trasparente», non «fatta di rebus»); l’immane lavoro preparatorio su fonti sia dirette sia indirette, in vista del corpo-a-corpo con Goethe e il suo tempo che si sarebbe solidificato nella monumentale eppure godibile Vita di Goethe (1981), seguita nel 1983 da un album di segmenti biografici (Goethiana) spazianti dal registro pseudodiaristico a quello dialogico. E fin dal 1979 troneggiava, su questo imponente scaffale, la più prestigiosa delle consacrazioni: il Premio Inter Nationes, una sorta di Nobel per la germanistica conferito dal Governo federale tedesco.

Con la madre e la sorella.
Con la madre e la sorella.

Una vocazione privilegiata

Come ha testimoniato Raffaele Crovi durante un incontro commemorativo indetto nell’ottobre 2004 a Milano dalla Fondazione Ambrosianeum, per encomiabile iniziativa di Ferruccio Parazzoli, tra i suoi diversi tavoli creativi Chiusano privilegiava, istintivamente, quello della scrittura per il teatro. La considerava un po’ come «la madre di tutte le sue vocazioni». Appena quindicenne – lo confidò lui stesso – aveva abbozzato «una bruttissima tragedia» di stampo alfieriano intorno alla figura di Ottone III, comunque destinato a entrare con onore nell’epilogo dell’Ordalia. E non è senza significato che l’ultimo testo consistente su cui si affaticò alla vigilia della morte fosse una «inchiesta scenica su Kafka», quel Consideratemi un sogno che vinse post mortem il Premio Ugo Betti 1995: incastonato in una cornice fantastica (il volo di Kafka dall’aldilà a Praga sul dorso del suo alter ego, l’uomo-insetto della Metamorfosi, Gregor Samsa, rappresentato come «un piccolo Cristo»), il puzzle biografico dello scrittore boemo si ricompone attraverso una serie di "interviste" ai genitori, alla fidanzata Felice Bauer, all’amico Max Brod.

Palestra dove il giovane drammaturgo plasmò i muscoli del proprio talento fu la radio, in una feconda collaborazione parallela con la Rai e con l’emittente della Svizzera italiana: decine di radiodrammi tematicamente assortiti nacquero a partire dagli anni Cinquanta e furono poi distillati nel "canone" delle sette Voci discordi (1992). La sintassi radiofonica, fondata sull’interazione tra parola e silenzio, insegnò a Chiusano l’essenzialità e l’evocatività di un linguaggio indipendente dalle risorse esterne della scenografia, delle macchine, dei costumi. Ma ogniqualvolta planò sul palcoscenico, questo "teatro di parola" dimostrò la propria compiutezza e maturità superando con successo la controprova (si può dire: l’ordalia?) della rappresentazione, segnata da effetti spettacolari. Persino Kolbe, l’"oratorio drammatico" che ripercorre, in una catena di flashback, la vita di un santo moderno, il francescano polacco Maksymilian Kolbe, martire ad Auschwitz, persino questa pièce eminentemente verbale, quasi statica, si è tradotta in uno spettacolo dinamico, visionario, emozionante grazie alla messa in scena ideata dal regista Alfredo Traversa per il Teatro della Fede (Fantiano Festival di Grottaglie, luglio 2002). E a esiti scenici differenti ma non inferiori pervennero anche gli altri due elementi del trittico Tre notturni teatrali, apice della drammaturgia chiusaniana: Le notti della Verna ("prima" all’Aquila nel 1980), sulle tentazioni sataniche subite da san Francesco prima di ricevere il mistico dono delle stigmate, e Il sacrilegio (andato in scena a San Miniato, per la regia di Gian Filippo Belardo, nel 1982), che dibatte il tema della legittimità del ricorso a mezzi illeciti per conseguire un fine lecito quale può essere la purificazione di un’abbazia corrotta.

Italo Alighiero Chiusano.

Testimone in prosa e poesia

«Cristiano a visiera alzata»: questa suggestiva definizione, coniata da Vittorio Messori, racchiude in metafora l’essenza dell’atteggiamento, laicamente razionale e senza complessi d’inferiorità verso gli agnostici, alla base della riflessione sviluppata dal Chiusano saggista in quanto "testimone di fede": apologeta più pacato, propositivo, pascaliano nel journal intitolato Note di un contemporaneo (1985); più pungente, ironico, spesso polemico ma privo di acredine, brillante difensore del cristianesimo contro l’ignoranza e l’aggressività di ogni integralismo laicista o clericale, nella rubrica Provocato rispondo, apparsa per anni sul mensile Jesus, i cui succhi rifluirono in parte nell’omonimo volume del 1992.

Convocato dal cardinale Martini alla "Cattedra dei non credenti", nel 1991, Chiusano esaltò il carisma della poesia, «rivelazione epifanica sulla strada della religiosità». E di grande poesia egli non solo si nutrì sempre, coltivando i tragici greci, Dante, Leopardi, ma seppe anche creare in proprio memorabili espressioni. Nei versi «scolpiti alla maniera di Wiligelmo» (Torresani) di Bacche amare (1987) si depositò il suo mondo "romanico" fra teologia corposa, affetti familiari, incanti paesaggistici. Nelle Preghiere selvatiche (1994), screziate di rimandi biblici e definite da Gianfranco Ravasi «salmi moderni», risuonò il suo doloroso canto sapienziale, il suo rovente lamento di «Giobbe contemporaneo».

E come inquadrare, infine, le meditazioni scritte su invito dello stesso Giovanni Paolo II (straordinario onore/onere toccato anche, nel 1999, a Mario Luzi) per la Via Crucis al Colosseo del 1985? Spiritualità poetica? Prosa d’anima? Cristologia narrativa? In ogni caso, un exploit: una sfida, una particolarissima "ordalia" vittoriosa. In quel Venerdì Santo, con quelle quattordici paginette, la parola di Chiusano, camminando sul «ponte d’iride» della Parola di Dio come padre Kolbe «uscito dalla gola degli inferi» nel coro finale dell’oratorio, si è inerpicata verso il cielo. Ma senza abbandonare la terra.

Marco Beck

Italo Alighiero Chiusano.
   

Per un approccio critico
  • F. Masini, Premessa a Tre notturni teatrali, Logos, 1983.
  • V. Messori, Lo scrittore e la Scrittura, inInchiesta sul cristianesimo, Sei, 1987 (2a ed. Mondadori, 1993).
  • S. Torresani, Introduzione a "L’ordalia", Mondadori, 1990.
  • C. Toscani, I. A. Chiusano fra storia e invenzione, in Otto-Novecento, marzo-aprile 1991.
  • S. Spinsanti, Presentazione di "Provocato rispondo", Società San Paolo, 1992.
  • G. Sommavilla, Due imitazioni-simbolo deliranti di Cristo, in Uomo diavolo e Dio nella letteratura contemporanea, Ed. Paoline, 1993.
  • F. Castelli, I. A. Chiusano. Gesù, indicatore di strade, in Volti di Gesù nella letteratura moderna, vol. III, Ed. San Paolo, 1995.
  • G.F. Belardo, Introduzione a "Consideratemi un sogno", Ed. San Paolo, 1997.
  • F. Verdona, La figura di Cristo nell’opera di I.A. Chiusano, Lateran University Press, 2003.

   

Non solo "Germania" nella sua vita

1926 - 10 giugno: Italo Alighiero Chiusano nasce nella Germania orientale, a Breslau (oggi Wroclaw, in Polonia), dove il padre (nella foto) regge il consolato italiano. Le sue radici sono piemontesi: originaria di Pinerolo la famiglia paterna, di Biella quella materna.

1928-1946 - Segue il padre in un tourbillon di trasferimenti legati alla carriera diplomatica: da Ajaccio a Stoccarda, da Rotterdam a San Paolo del Brasile (con due brevi parentesi a Milano e Roma) e infine a Tetuàn, in Marocco.

1948 - Si laurea in Giurisprudenza all’Università di Roma.

1949-1963 - Anni di apprendistato letterario (racconti e abbozzi di romanzi), di intenso impegno giornalistico e radiofonico, di febbrile attività germanistica, come saggista e traduttore. Traduce anche santa Teresa d’Avila, Molière, Claudel, Shakespeare.

1964 - Sposa a Milano Leyla Givonetti, incontrata quattro anni prima a Biella. Stabilisce la sua residenza a Frascati. Dal matrimonio nasceranno i figli Mattia (1965) e Agata (1968).

1966 - Dopo una lunga gestazione e un drastico snellimento, esce il suo primo romanzo, La prova dei sentimenti (Rizzoli).

1972 - Pubblicazione di un secondo romanzo, Inchiesta sul mio amore (Mursia).

1974 - La Nuova Italia pubblica il saggio monografico Heinrich Böll. Lo scaffale germanistico verrà accresciuto, due anni dopo, dalla Storia del teatro tedesco moderno (Einaudi).

1977 - Poco dopo la fondazione di La Repubblica, inizia a collaborare col quotidiano romano per la germanistica. In seguito, il cerchio si allarga ad altre testate laiche e cattoliche fra cui Famiglia Cristiana, Jesus, L’Osservatore Romano.

1979 - Esce presso Rusconi L’ordalia, che si classifica seconda al Campiello (nuova ed. tascabile Oscar Mondadori, 1990). Chiusano viene insignito del Premio Inter Nationes.

1981 - Alla fondamentale Vita di Goethe (Rusconi) si affianca Ravenna, un sogno in fondo al mare (Il Girasole). L’editore Guida pubblica il testo della conferenza La vita come ordalia.

1982 - È l’anno della Derrota (Rusconi).

1983 - Pubblicazione di Tre notturni teatrali (Logos) e di Goethiana (Studio Tesi).

1984 - Contributi critici di germanistica vengono raccolti in Literatur (Rusconi).

1985 - Nell’anno della Via Crucis scritta per il Papa appaiono anche, presso le Edizioni Paoline, il romanzo Preludio e piccola fuga e le autobiografiche Note di un contemporaneo, cui si aggiunge Dove il libro sanguina (Il Girasole).

1986 - Esce un altro romanzo, Il vizio del gambero (Rusconi).

1987 - Prima importante raccolta poetica, Bacche amare (Garzanti). Seconda selezione di saggi e interventi a sfondo perlopiù germanistico, Altre lune (Mondadori). Avvio su Jesus della rubrica Provocato rispondo, avamposto di militanza culturale cristiana.

1988 - Giardini del silenzio (D’Auria), con foto di Pepi Merisio, è una monografia sulla vita monastica.

1989 - Mondadori pubblica i 27 racconti riuniti in Eroi di vetro.

1990 - Konradin, edito ancora da Mondadori, chiude il filone della narrativa storica.

1991 - Partecipazione, a Milano, alla "Cattedra dei non credenti" promossa dal card. Martini.

1992 - Casagrande, editore luganese, propone Voci discordi, una scelta di radiodrammi.

1994 - Ultima, drammatica silloge di poesie "oranti", Preghiere selvatiche (Piemme).

1995 - 15 febbraio: nella casa-studio di Frascati, Chiusano, già da mesi sofferente, soccombe a un fatale infarto. Gli viene assegnato postumo, per Consideratemi un sogno, il Premio Ugo Betti.

1997-1998 - La San Paolo pubblica nei "Pinnacoli" il dittico Consideratemi un sogno - Kolbe e nelle "Vele" una nuova edizione della Prova dei sentimenti.

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