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Recensioni.Il libro del mese.

   
Diamo la parola allo spazio-tempo

di Jacopo Guerriero


   Letture n.608 giugno-luglio 2004 - Home Page

Giulio Mozzi e Dario Voltolini,
Sotto i cieli d’Italia,
Sironi, 2004, pagg. 252, euro 11,50.

Due autori diversi, entrambi flâneurs su commissione. In giro per l’Italia, ognuno per conto suo, a ristrutturare per i lettori «la percezione del tempo, la percezione del paesaggio..., la percezione della lingua». Da questo tentativo ha origine la nuova raccolta di scritti di Dario Voltolini e Giulio Mozzi. Poeta prestato alla prosa, il primo, scrittore della realtà – a usare un’antica definizione di Angelo Guglielmi – il secondo. Coraggiosi, dunque, nel riunire i loro scritti così differenti non solo nella forma.

I luoghi delle passeggiate (letterarie e non) innanzitutto: il Delta del Po e il Nordest, i futuri cimiteri e i campi di carote, il cielo a Sottomarina, il parco di Carmignano in Toscana, la pineta di Lignano Sabbiadoro, i supermercati e ancora l’Emilia Romagna, la costa adriatica, il paesaggio che non esiste. Voltolini è teso a costruire la fenomenologia di un’anima, tra sentimento del mondo e sentimento del luogo. A concepire vertigini con una lingua densa che restituisce ogni volta un emendamento in grado di variare, stupire. Mozzi no, è un autore dal sapore kantiano.

Nella prefazione Mozzi denuncia una sorta di complesso da entropia. «Siamo circondati di cose segnali, corpi-segnali; e abbiamo nostalgia del tempo (mitico, peraltro) nel quale si percepivano le cose nude, i luoghi nudi, i corpi nudi. Questa nostalgia è un mezzo di inganno... ma è anche, nelle nostre mani, uno strumento di conoscenza: perché chi ha nostalgia di una cosa, può sempre ritrovarla». Di qui il desiderio di incontrare la realtà lavorando a sottrarre, scavalcando ogni segnaletica. All’inseguimento costante dei dettagli, dei particolari «da cui si intuisce l’esistenza di Dio».

È dunque una libertà di fondo la miglior dote del narratore veneziano, dalle campagne alle nuvole (esplorate con l’aiuto delle fotografie di Carlo Dalcielo), sempre sulle tracce di tutte le diramazioni di oggetti e vite, banali ma mai banali fino in fondo. Un po’ alla Perec, sostiene Alfredo Barberis. L’intuizione (anche critica) è profonda, e a Mozzi va il merito di aver precorso i tempi. Oggi infatti non sono pochi gli autori che provano a misurarsi con la descrizione di uno spazio, tentativo serio per capire se alla letteratura sia rimasta la capacità di uscire dalle maglie del virtuale. Tra le prove più recenti merita una segnalazione l’antologia La qualità dell’aria, pubblicata da minimum fax (vedi questo numero di Letture, pag. 37).

Copertina del volume.La flânerie, insomma, rinasce come genere al di fuori del cerchio postmoderno, quindi non più con la voglia di decifrare o di definire, ma di nominare con l’intento di conoscere, di possedere o rifiutare un campo d’azione. Scelta anche politica – soprattutto politica, come rileva Antonio Rizzolo.

Non è ingenuo pensare, tuttavia, che si possa fare anche altro. Che la scrittura possa scegliere, cioè, non solo un grado maggiore o minore di compromissione con quello che ci circonda, ma che possa scegliere anche di sganciarsi dal reale. «Il rischio dell’autoreferenzialità», nota Ferruccio Parazzoli, è da tenere presente. Ma in questo libro di esperimenti, che si fa apprezzare per i rischi che corre, esercita un fascino del tutto particolare proprio la descrizione del luogo inesistente, il suo disegno iperbolico.

"Bandiere" è il titolo di quello che ad oggi è forse il testo più complesso di Dario Voltolini. Uscito qualche tempo fa nella raccolta Patrie impure, viene qui riproposto dall’autore. Una decina di pagine passate a raccontare oggetti, sfondi, materiali del tutto inventati. Lo spazio-tempo, per il lettore, è quasi del tutto azzerato. Quella dimensione mitica di cui parla Mozzi nella prefazione la si ritrova qui per tutt’altra via, in un’immediata relazione con l’universo che passa per la creazione, la poesia. Potere della parola, dunque, cui spetta il compito altissimo di generare e rigenerare. Anche oggi, nel contesto confuso dell’attualità postindustriale. "Bandiere", allora, è allo stesso tempo il passo più arrischiato e forse uno dei possibili approdi di Voltolini. Un testo in cui l’autore spinge al massimo, alle estreme conseguenze, quella tensione presente già nei suoi primi libri, fatti spesso di brevi descrizioni, di spazi desolati alla De Chirico, destinati a lasciare il lettore spiazzato, spaesato, sempre e comunque alterato.

In definitiva, grazie anche alla molteplicità dei registri e delle forme che usa, questo è un libro capace di andare al centro del nostro tempo. Ai lettori che proveranno curiosità per quei luoghi visitati dagli autori, non resta che seguire il loro ultimo consiglio: «prendere su e andare a vedere». Trovare, a loro volta, nuovi modi, nuovi stili di approccio per costruire una versione ancora originale di ogni cosa che ci circonda.

Jacopo Guerriero

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