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dossier.

EVGENIJ EVTUŠENKO

Le ambiguità di un libero sovietico.   

di  Curzia Ferrari
      

   Letture n.605 marzo 2004 - Home Page

Ha cantato l’insofferenza al Regime, senza però mai finire in campi di rieducazione. "Dandy" che conosce bene l’Occidente, ma detesta il consumismo, in fondo ha sempre avuto un solo grande amore: la Russia.

Enfant terribile degli anni Sessanta, un po’ snobbato dalla critica, buffone di Stato, araldo della Russia del disgelo, caposcuola della generazione poetica post-staliniana e fautore di un linguaggio nazional-popolare, campione di adattamento, furbastro opportunista che trovò sempre il modo per non pagare (al contrario del mitico Majakovskij, il modello cui per lunghi anni si ispirò sia con gli atteggiamenti sia con la fattura dei versi lunghi, spezzati, nervosi), osannato trasgressore, scrittore insanabilmente narcisista, brillante personalità cosmopolita: tutto questo è stato ed è Evgenij Aleksandrovic Evtušenko.

Quando lo conobbi qui in Italia, nel maggio 1965, in piena destalinizzazione, era all’apice della sua fama. Autobiografia precoce, scritta a Parigi nel 1963 e da noi appena tradotta, imperversava. Il poeta sovietico con quel libro aveva consacrato «il credo della nuova Russia», rivelando un coraggio che andava ben al di là di una spregiudicata vocazione alla letteratura di punta. Inoltre era bello, giovane, di grande comunicativa. Durante quel tour italiano si verificò qualcosa di inimmaginabile, che non era mai accaduto in relazione al mondo della poesia: impiegate e commesse disertarono il lavoro per assistere alle sue performance pomeridiane. Comunque anche quel viaggio all’apparenza così dirompente era accompagnato, come i precedenti in Germania Occidentale e in Francia, dal beneplacito di Nikita Kruscëv: nella popolarità del giovane poeta egli vedeva rafforzata la corrente di simpatia che in quel periodo avvolgeva l’Urss, benché i conservatori avessero aspramente criticato Autobiografia precoce e non amassero affatto il suo autore. Evtušenko conosceva bene la situazione. Non a caso scrisse: «Le cose contro cui mi batto, a moltissimi sovietici non piacciono. E d’altra parte, le cose per cui lotto sono care a moltissimi».

Kruscëv.
Kruscëv
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Ma da dove veniva quel giovane che folgorava le platee con la sua arte del porgere e del declamare, che era riconosciuto nei ristoranti e alle partite di calcio da gente di ogni condizione sociale? Apprendiamolo dalle sue parole. «Sono nato il 18 luglio 1933 in una cittadina siberiana, Zimà, presso il lago Baikal. La famiglia Evtušenko è di origine ucraina. Il mio bisnonno, un contadino della regione di Zitomir, era stato deportato in quei luoghi per aver "lanciato il gallo rosso" al signorotto del suo villaggio. In russo "lanciare il gallo rosso" significa semplicemente incendiare, bruciare».

Il sempre proclamato fastidio verso la borghesia – fastidio che non gli impedì di frequentare i salotti, assolutamente dimentico dello slogan Klejmít burzuà ("Bollare il borghese"), caro ai cultori della religione rivoluzionaria – nasce dunque da una storia familiare. Ma Evgenij ha radici contadine solo a metà. I suoi genitori erano laureati, due geologi; amavano i libri, sicché nella biblioteca di casa si ritrovavano Dumas e Flaubert, Schiller e Balzac, Dante e Boccaccio, Shakespeare e Cervantes, Gajdar e Maupassant, Poe e Kipling, Goethe e Manzoni, oltre ai grandi russi naturalmente. A 6 anni sapeva leggere e scrivere, ma gli servì a ben poco. Separatisi i genitori e abbandonato dalla madre, nello sconquasso della guerra che lo spinse a Mosca, poi di nuovo a Zimà e ancora a Mosca, la sua vera maestra fu la strada, che «mi insegnò a non avere paura di nulla e di nessuno».

Contadini russi inneggiano ai "kolchoz".
Contadini russi inneggiano ai "kolchoz".

Ballerino e calciatore

Nel 1952, in Distacco, ha ricordato tutto quell’andare e venire in una serie di immagini efficacissime:

(...) sirene di locomotive
                         intorno alle pompe degli scali,
vagoni,
             marciapiedi
                                e pensiline di stazioni,
                                                         caselli ferroviari,
casette di legno,
                       pali del telegrafo,
villaggi,
          cespugli,
                          ponti

In quel periodo Evtušenko fece mille mestieri, tra cui il ballerino e il calciatore. Anzi, sembrava proprio che nel mondo dello sport dovesse trovare affermazione. Non a caso fu un giornale sportivo, il Sovietskij Sport a pubblicare nel 1949 le sue prime poesie. Un atleta che ci sapeva fare con la penna era una curiosità. E però il successo, del tutto imprevedibile e insperato, fu tale che Evtušenko si sentì spinto a iscriversi all’Istituto di letteratura. Aveva 16 anni, uno spirito combattente, tanta voglia di emergere.

A 18 già verseggiava a precipizio dovunque gli capitasse, avventato sia negli atteggiamenti sia nel linguaggio, in bilico fra ire proletarie e giaculatorie amorose. La timidezza di fondo del poeta-tribuno si nascondeva dietro garze di sentimenti teneri: e questo è il rovescio continuo di tutta la sua poesia.

Nella lirica Le nozze, una delle più significative della sua produzione giovanile, racconta dei matrimoni di guerra, sovrastati da un grigiore vedovile. Il coscritto, lo sposo, tra due giorni partirà per il fronte e lui, Evtušenko – allora appena un ragazzo – invitato per rallegrare la festa con i suoi balli, si sente le gambe di legno. «O nozze dei giorni di guerra! / Dolce intimità fatta d’inganno / parole non vere: / non ti uccideranno (...). Ho paura. / Non ho voglia di ballare, / ma non posso / non ballare».

Espulso ben presto dalla scuola per il suo carattere irrequieto, Evtušenko si reca nel Kazachistan dove vive il padre che si è risposato e ha avuto altri due figli: lavora come manovale nell’àmbito di una spedizione geologica. Lì impara ad apprezzare il valore della solidarietà, ma conosce anche persone abominevoli che speculano sulla fatica degli operai. Il suo libro preferito è Martin Eden. Poco dopo sarà affascinato dalla «ricchezza quasi mitica della metafora in Nietzsche», dalla «furia» di Rimbaud, dalla «sugosa fragranza» di Verhaeren.

Siberia, anni Venti.
Siberia, anni Venti.

Il successo gli sorride con la pubblicazione de La stazione di Zimà. Zimà è una tappa della Transiberiana. Intorno alla sua stazione, nel XIX secolo si radunò un gruppo di case, nacque un paese. Nel lungo racconto, fatto di versi lunghi e molto prosastici, il poeta dice di essere tornato in quel luogo «per riprendere le forze, / coraggio, verità e bontà». Riemerge l’infanzia. Si illuminano alcuni volti familiari. Brilla un samovar. E sulla tavola, al posto della vodka, ecco il sucok, la forte bevanda locale da buttare giù con un sorso solo.

L’escamotage del giovane, ormai cittadino, che fa rivivere il tempo andato col ritorno alla terra natale, si pavoneggia delle domande che i parenti gli rivolgono e gode di sentirsi al centro dell’attenzione, non è cosa nuova. Con effetti timbrici eccezionali l’aveva usato Esenin in un celebre poemetto che chiama in causa la madre, il nonno, le sorelle, l’intero ambiente campestre e naturalmente (seduzione cui non sfugge neppure Evtušenko) la politica. In Esenin duole la nota della deprecazione per lo stravolgimento dei valori (siamo nel 1924), in Evtušenko campeggiano – da parte della parentela – le richieste di notizie su questo o quel fatto. Tutto ha l’aria di un gioco molto ben condotto, che consente al poeta di esprimere (trasversalmente ma non troppo) le proprie opinioni su alcuni problemi sociali.

A parlare è infine la stazione stessa. Non si tratta di un’allucinazione uditiva. La stazione, riflesso di un duplice specchio, è l’io profondo del poeta: con la sua presenza gli rimesta nell’animo cure e inquietudini, lo consola, lo conforta e gli impartisce un viatico benedicente. Tramite suo, Evtušenko parla a Evtušenko, investendosi del personaggio che desidera essere. «"Abbi pazienza, osserva, ascolta. / Cerca, cerca. Percorri tutta la terra. / Sì, la verità è buona, ma la felicità è migliore, / eppure non c’è felicità senza verità. / Cammina per il mondo a testa alta, / con il cuore e gli occhi in avanti, / e sul viso l’umida sferza delle nostre conifere / e sulle ciglia lacrime e tempesta. / Ama gli uomini, e saprai capirli. / Ricordati, io ti seguo. / Va’!" / E io andai. / E sono in cammino».

Quel «va’», lo si capisce bene, è un "apriti sesamo". Evtušenko sarà sempre il poeta-viandante per eccellenza. Anche quando il suo peregrinare e i suoi messaggi non avranno più ragione di essere per i mutati scenari politici del mondo.

La Transiberiana.
La Transiberiana.

Identificazione con l’orrore

Agli albori della sua gloria il poeta vide spesso accostato il suo nome a quello di Bella Achmadulina, la sua prima moglie, erede – come egli stesso disse – della superba vena di Anna Achmatova e Marina Cvetaeva. Sembravano due anime congeniali. Al contrario avevano temperamenti molto diversi: la Achmadulina era concentrata su se stessa, tutta pensiero e meditazione, mentre Evtušenko fu sempre un tribuno, un demagogo, e la sua parola, sia pure con il doppio della tenerezza, fu rivolta soprattutto a una funzione sociale e politica. Il matrimonio si sciolse in fretta. La Achmadulina sposò lo scrittore e regista Jurij Nagibin; Evtušenko visitò Babij Jar, una cittadina presso Kiev dove nel settembre 1941 furono fucilati dai nazisti 70.000 ebrei con il beneplacito dei sovietici. E scrisse uno dei suoi più celebri poemi.

Sono versi che nascono dalla vergogna per una troppo intensa visione degli orrori della storia. Vergogna e paura. In cima a un dirupo scosceso «come rozza pietra tombale», il poeta sente di appartenere al popolo ebreo, immagina d’essere Dreyfus e Anna Frank, ogni vecchio e ogni bambino lì fucilato. Teme che sulle sue spalle gravino tutti gli anni del popolo ebraico, da quando andò peregrino per l’antico Egitto. Ode il grido dei massacratori – gli antisemiti che «pomposamente si facevano chiamare / "Unione del popolo russo"!». Ma lo sforzo di identificarsi con la realtà, quella realtà che condanna la propria gente, è talmente grande da farlo lentamente incanutire. «Che rimbombi / l’Internazionale, / quando per sempre sarà seppellito / l’ultimo antisemita della terra», inveisce. «Non scorre sangue ebreo nelle mie vene. / Ma sono odiato con rabbia retriva / da ogni antisemita, / come un ebreo. / Perciò sono un vero russo!».

Ricalcando Esenin (in questo caso, più che Majakovskij), Evtušenko prova talora il bisogno di reclamare il suo amore a una Russia fisica, geografica. Sarà pure detestato da ogni antisemita, ma amato dall’ultimo filo d’erba così come egli lo ama. «Che cosa ho amato di più nella mia vita?», si chiede, quando la vita è in pratica appena cominciata. Ed ecco la risposta: «Ho amato la Russia / con tutto me stesso: / e suoi fiumi in piena / e coperti di ghiaccio, / il respiro delle sue casette, / il respiro delle sue pinete, / il suo Puškin, il suo Stenka / e i suo vecchi». In tutti gli autori russi c’è un punto di convergenza di destini, un’identica focalizzazione del sentimento. Quasi una leggenda fatale li unisse in un solo fascio, al di là dei tempi, dei comportamenti e delle differenze linguistiche. In tal modo Evtušenko e la Achmadulina si somigliano, ed essi somigliano alla schiera di coloro che li hanno preceduti, da Puškin a Blok, da Majakovskij a Esenin, da Mandel’stam a Pasternak, da Achmatova a Cvetaeva, esemplari dall’uno all’altro della russità.

Francia, 1894: Dreyfus accusato di tradimento dall'Esercito.
Francia, 1894: Dreyfus accusato di tradimento dall’Esercito.

Il cosmopolitismo di Evtušenko è dunque solo esteriore? È un abito di comodo? Difficile rispondere. «Nato nella steppa, ricordati della steppa, / nato nella tajga, ricordati della tajga», ha scritto. E ancora, dopo aver nominato i punti cardinali: «Del luogo dove sei nato, sempre ricordati!». Ciò nonostante non esiste intellettuale russo che conosca l’Occidente meglio di lui, che lo abbia frequentato e continui a frequentarlo con assiduità, fino a esservisi, ultimamente, stabilito. La sua poesia è come uno schizzo a matita di un pittore cubista, dove si incontrano gli oggetti e le persone più disparate, talora confuse, che infine però si amalgamano in un progetto, in un pensiero, nel desiderio di un’umanità libera da condizionamenti ideologici, pervasa dalla voglia di intendersi.

Nel 1963, dieci anni dalla morte di Stalin, il giovanotto che urlava versi sulle piazze, e tentava di rovesciare le leggi della rivoluzione, fa il dandy al Palais de la Mutualité e al Théâtre National Populaire di Jean Vilar, è ricevuto dai laburisti inglesi, visita l’America. L’eroe delle sue poesie è un uomo qualunque, un fratello in cerca di un altro fratello. Ha dimenticato gli anni Cinquanta, quando con un piccolo gruppo di amici canticchiava le canzoni di protesta di Bulat Okudzava davanti a un bicchiere di vodka? O della marcia inscenata sotto le finestre del Kgb dopo i fatti d’Ungheria del 1956? Forse no. Semplicemente ha capito che non è più tempo di titani. La frattura fra due epoche è evidente.

Autobiografia precoce, scritta in due settimane, o – come disse poi a Mosca, costretto a fare autocritica – «in un momento di sventatezza», è il documento più chiaro e più spontaneo di una giovinezza vissuta all’ombra di una tirannia che comincia lentamente a scricchiolare. Ha certamente ragione Siniavskij quando definisce Evtušenko un adolescente che di continuo rincorre se stesso, il proprio io, come se volesse sorpassarlo. La sua assoluta mancanza di epicità, la sua insicurezza ben camuffata che, sul piano dell’arte, conduce ad avere la meglio, gli conferiscono un tratteggio di ingenuità e di freschezza. Nelle poesie d’amore, quando i suoni squillanti si appannano, l’atteggiamento del gaglioffo un po’ imbarazzato ci presenta quadretti e stati d’animo pressoché fanciulleschi. Dedicata all’Achmadulina, la poesia Tu sei grande in amore è tipica dell’abbassamento linguistico verso il sussurro, il dialogo intimo e la confessione. E le citazioni potrebbero essere parecchie.

Con lui ci troviamo inevitabilmente davanti a uno sdoppiamento di fronti, almeno fino all’epoca del disgelo. Allora il ragazzo che corre per sorpassare se stesso sembra arrestarsi. Inizia la progressiva impopolarità dei suoi versi, e non solo per ragioni filologiche, ritmiche, semantiche. Ha smesso di gridare (forse perché il suo pensiero oratorio non ebbe mai grande profondità), e ha smesso anche i toni bassi della confidenzialità. Intorno agli anni Settanta Evtušenko partorisce una lirica infermiccia, le sue immagini traballano sul vuoto, i brandelli delle cose ci vengono incontro terrificanti e allo stesso tempo spavaldi; il personaggio si ammanta di un velo ambiguo, un po’ buio, compiaciuto, di matrice prettamente slava, da cupio dissolvi. Quasi un epitaffio, raccomanda ai suoi nipotini di tener presente che «l’avo ha scritto durante un gran beccheggio».

Evgenj Aleksandrovic Evtušenko.

Il leone ruggisce ancora

Solo nel 1991, dopo il golpe dell’agosto, il poeta rilegge se stesso in una chiave meno caotica. È il momento del megaromanzo Non morire prima di morire, un grande affresco colmo di presenze, la cui conclusione – tutto sommato – non ci stupisce: chi non è disposto a fare follie, a trarre sovrastrattoni trionfali da ogni situazione, soprattutto chi non sa amare, è già morto prima di morire.

Sono comunque del 1970 alcuni suoi interventi piuttosto importanti: per i Paesi depressi dell’America latina e contro il consumismo degli Usa. A quest’epoca appartengono anche i forti poemi L’università di Kazan e A voi, che non stringeste la mano a Blok, scritto in occasione del Nobel a Solgenitsin. Qui il vocìo tribunesco cede il posto a una parola di ottimo spessore linguistico. E la zampa del leone torna a essere quella di Babij Jar, del poema dedicato alla morte dell’Achmatova, della Stazione di Zimà e, in genere, del repertorio esportato in Occidente da Evtušenko stesso con le sue performance.

Un discorso a sé merita La centrale idroelettrica di Bratsk. Per riconquistarsi la fiducia del partito, incrinata da certi articoli pubblicati sulla Literaturnaja Gazeta, dalle esplosioni d’ira di Babij Jar e dalle accuse lanciate alla burocrazia sovietica dalle ribalte estere nel 1965, Evtušenko accetta di recarsi in "missione creativa" nel luogo dove si sta costruendo la più grande centrale idroelettrica siberiana, affinché il duro lavoro degli operai rieduchi la sua parola. Antico sistema, questo di mandare gli intellettuali a ispirarsi fra la polvere dei cantieri. Dovette piegarvisi anche il famoso e stralodato Gorkij.

I risultati di simili catechizzazioni sono di solito mediocri, ed Evtušenko non contravviene alla norma. La centrale idroelettrica di Bratsk è quanto di più conformista sia uscito dalla sua penna. Eppure, finché durò il comunismo, rimase il suo poema più noto e declamato. L’autore dirà in seguito di provare vergogna per aver ceduto a compromessi del genere, per essere stato contraddittorio, per aver persino negato la validità di un grande scrittore come Lev Brodskij, condannato al campo di concentramento a causa di quella coerenza che egli invece non ebbe.

Ma Evtušenko, contrariamente ad altri, ha il merito di sapersi configurare per ciò che in realtà è: «Sono come un treno, che da tanti anni / si agita ormai su e giù fra la città di Sì e la città di No. / Come cavi i miei nervi sono tesi / fra la città di No e la città di Sì». Oggi dice di essere stato un socialista romantico. Se anche lo stile è una forma di appartenenza a una classe morale, a questo suo dichiarato romanticismo dobbiamo senz’altro credere.

Evgenj Aleksandrovic Evtušenko.

È vero che le due raccolte pubblicate negli anni Settanta, La terza memoria e Lirica intima, danno un’impressione di stanchezza e di ripetitività. La sua pagina è tuttavia sempre strenuamente poetica, con i tipici giochi d’incastro delle domande e delle risposte nei quali è maestro. Forse vien meno la disposizione generosa verso l’esterno, tipica degli anni giovanili, ma i ritorni mentali suggeriscono al poeta pagine pregnanti. Non si dimenticano facilmente i versi de Il chiodo di Elabuga dedicati alla Cvetaeva: «Ti ricordi, Elabuga dei gerani, / la donna di città / che fumava - così come piangeva - fumava di continuo / il tuo guasto tabacco fatto in casa, / un’eternità fa?». Una poesia che si chiude con una sentenza terribile: «Ricorda, al mondo c’è solo omicidio. / Il suicidio non esiste».

Nel repertorio evtušenkiano le poesie di memoria sono sempre meritevoli. Ci segnalano le sue radici, il suo amore per le figure letterarie, della musica, dell’arte. Credo che nessuno abbia scritto di Edith Piaf come ne ha scritto lui. Ecco che cosa prova quando la Piaf, là, sull’orlo del palcoscenico, inizia il suo spettacolo:

Cominciò a cantare, quasi prendendo il volo,
ricadendo davanti agli sguardi puntati,
quel corpo tagliuzzato dai chirurghi,
ansando, girandosi su se stesso, come dentro di noi!
Esso, volteggiando, singhiozzava, rideva con fragore,
bisbigliava come le erbe in delirio al Bois de Boulogne,
rimbombava come un carrettino a Saint-Germain,
urlava come una sirena. Questa era la Piaf.

Il romanticismo non è in Evtušenko la larva visibile di una sostanza altra; anche se, nella necessità, è stato usato come moneta di scambio. Da giovane il nostro eroe portava all’occhiello della giacca l’emblema di una rivista d’avanguardia, la Iunost. Oggi veste tremende giacche a scacchi per una non abbandonata clownerie. Ha sempre sognato di entrare nella leggenda. Ma per quell’ingresso la moneta di scambio sarebbe stata quell’ultimativa giocata dal suo amato Majakovskij.

Nel 1989 Evtušenko fu eletto deputato come indipendente in Ucraina, e nei tre anni di mandato tenne discorsi in Parlamento contro la censura e contro la guerra in Afghanistan, conducendo vittoriosamente una battaglia sulla libertà dei russi di recarsi all’estero. Allo stesso modo di Solgenitsin, non si è rivelato un politico. Del resto non pretese neppure di esserlo. Pasternak gli aveva detto una volta in proposito: «Un poeta è solo un albero che stormisce, non guida nessuno in nessun posto».

Con la moglie Mascia.
Con la moglie Mascia
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I valori finiscono in Tv

Nel 1995 gli affidarono un programma televisivo che ebbe breve durata. Non piaceva ai direttori di rete la sua nobiltà di ideali, il suo incoraggiare i giovani a forme astratte di vita che uscivano dalle coordinate della realtà storica. Era il momento dell’imitazione del modello americano, all’università tutti si iscrivevano a Economia, imparavano i precetti del materialismo, i media dovevano essere un trespolo per la fondazione di una nuova società. Era davvero arrivata – questa volta – l’epoca della morte dei valori spirituali. Paradossalmente, adesso che i muri erano caduti e non c’era più il comunismo, bisognava ingaggiare una nuova prova di forza per la libertà. Evtušenko riprese con grande fortuna la lettura pubblica di poesie, cominciando dalla Siberia. Per favorire gli scambi e la circolazione di idee che non fossero basate soltanto sul denaro e sulla carriera, accettò di insegnare a Tulsa Oklahoma, per sei mesi l’anno, Storia della letteratura e del teatro russo (cattedra che tuttora detiene); ma non si sa quanto sia fruttuoso questo suo impegno. Tuttavia non è dei poeti ritirarsi al cospetto dei mostri. E men che meno di un poeta quale Evtušenko, passato attraverso i nodi di Stalin, di Kruscëv, di Eltsin (momento difficilissimo), e delle seduzioni occidentali, senza mai appartenere a nessuno e da tutti cavando, se possibile, qualche scheggia positiva.

Nel romanzo Non morire prima di morire le vicende politiche rimangono sullo sfondo, eppure si sente che guidano la storia magmatica del protagonista (lui stesso); e lo inducono a esprimere giudizi, a mettere a nudo il proprio pensiero, sia pure con timore. Perché «i piedestalli vuoti sono terribili, in quanto coloro che vi saranno innalzati dopo, potrebbero risultare peggiori dei precedenti».

Pasolini, in una sua nota introduttiva all’edizione italiana de Le betulle nane (1971), scrisse che «l’estraneità dell’Urss è il vero contenuto della poesia di Evtušenko» e che «la sua abilità di comiziante e di istrione finisce per diventare santità straziante». Dal golpe in poi, l’Urss nei versi di Evtušenko è sostituita dalla retorica di una democrazia che non c’è, essendo ciò che si vede il frutto di una forzatura anziché di una coscienza evolutiva. Lui non fa che registrare questa forzatura. Nel suo nuovo libro (La città del diavolo giallo), annunciato in più di un’intervista ma che per ora non ha visto la stampa nemmeno in Russia, troveremo forse ancora una volta la nausea ormai patologica del poeta verso l’ambiguità odierna della società russa, considerata la definizione di «romanzo autobiografico e sentimentale» che ne ha dato. Situarlo nell’ambito di una "santità straziante" era troppo negli anni Settanta, e sarebbe ridicolo oggi. Ma tutto concorre a far sì che la sua vena sia perennemente alimentata: la Russia è sorgiva inesauribile di ispirazione; le betulle nane che, rese parlanti da un malioso dialogo con il lettore, ha cantato come il simbolo della propria terra, stanno sempre lì, «salde, infisse come schegge nei geli». E osservano il dipanarsi degli eventi.

I russi invadono l'Ungheria (1956).
I russi invadono l’Ungheria (1956).

«Io ero religioso come lo è probabilmente la maggior parte dell’umanità ingrata: a Dio chiedevo favori, ma dimenticavo di dire grazie». Così Evtušenko confessa il suo stato d’animo giovanile verso la fede. Dal corpus della sua opera, c’è da presumere che esso non sia cambiato. D’altra parte la sua religiosità è quella della generazione nata e cresciuta sotto l’ateismo comunista, miracolosamente conservatasi nel profondo dei cuori, recitata di spalle, identificata spesso con i sentimenti migliori e le virtù sociali, con le lacrime degli offesi. Nella Ballata della sbronza, scritta durante il periodo del "beccheggio", gli ultimi versi suonano sintomatici: «Io piango, come / a rinascere di nuovo / totalmente; davanti a Dio e a me stesso (...) / l’anima mia è pulita».

Non v’è dubbio che Evtušenko sia uno dei più originali prodotti del XX secolo, un Beatle della poesia. Forse (anche con l’aiuto di un indiscusso charme fisico) è salito troppo in fretta sulla cima del successo e ha fatto fatica a rimanervi. Alti e bassi. Un po’ fenomeno e un po’ poeta straordinario e maestro di vita morale. Sempre incapace di adagiarsi nella tranquillità di paradigmi consacrati, di liberarsi dalla rabbia e con essa dalla paura. Umano, umanissimo in ogni frangente. Mai metafisico, né perduto dietro vaghezze irreali che potrebbero renderlo colpevole di seduzioni artificiose.

Il disagio che oggi prova per la propria patria, non più slavofila e non ancora occidentale, è il tema che più di altri muove le sue parole e che rende presente, caso mai ce ne fosse bisogno, una speciale caratteristica, sottolineata con forza da Thomas Mann: che non esiste al mondo una letteratura così sofferta, profonda e umana come quella russa.

Curzia Ferrari
   

Legato a Kruscëv anche dopo la sua morte

Evgenj Aleksandrovic Evtušenko nasce a Zimà, in Siberia, sul lago Baikal, il 18 luglio 1933, e cresce a Mosca. Giovanissimo sposa la poetessa Bella Achmadulina, destinata a divenire famosa. Dopo il divorzio, si unisce prima a una purista della lingua, ebrea di nascita, successivamente a una hostess, e in ultimo a una giovane americana. Ha cinque figli. È stato deputato al Parlamento dal 1989 al 1992. È stato pure regista di un film su Stalin e di alcune produzioni teatrali.

Dirige un festival di poesia nella sua città natale, e insegna per sei mesi all’anno Storia della letteratura russa all’Università di Tulsa Oklahoma. Ha sempre espresso la sua attenzione al mondo con vari componimenti e saggi, scritti durante i suoi viaggi all’estero. Fu la sola personalità della cultura sovietica che si recò a rendere omaggio alla salma di Nikita Kruscëv, nell’indifferenza generale riservata in quell’occasione all’ex segretario del partito dalla nomenklatura, dalla stampa e dall’ufficialità del Paese.

Divide la sua vita fra gli Stati Uniti, Mosca e la sua dacia di Peredelkino, dove abitò anche Pasternak.

   

Bibliografia essenziale

In russo:
Razvedciki grjadušego
(Giz, Mosca 1952), Stinchi raznych let (Giz, Mosca 1959), Neznost (Sovetskij Pisatel, 1962), Autobiografia (Flegon Press, London 1964), Kacka (Flegon Press, London 1966), Kater Svjazi (Molodaja Gvardija, Mosca 1966), Kazanskij Universitet (Novy Mir, 1970), Karlikovie berëzij (Literaturnaja Gazeta, 1971), Ne unirai prezde smerti (1991).

In italiano:
La stazione di Zimà
(Feltrinelli, 1961), La centrale idroelettrica di Bratsk (Rizzoli, 1962), Non sono nato tardi (Editori Riuniti, 1962), Poesie (Garzanti 1971), Le betulle nane (Mondadori, 1974), Poesie d’amore (Newton Compton, 1986), Mamma e la bomba (Ediz. del Leone, 1985), Il posto delle bacche (Einaudi, 1981), Ardabiola (Lucarini, 1991), Non morire prima di morire (Baldini e Castoldi, 1995).

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