Periodici San Paolo - Home Page

Quattro chiacchiere con...

   
Cunningham e Ford:
crudele foto di famiglia

di Paolo Perazzolo


   Letture n.596 aprile 2003 - Home Page Nei loro racconti i due scrittori statunitensi portano alla luce le tensioni che lacerano i moderni nuclei familiari: secondo loro, un buon metodo per esaminare l’attuale stato di crisi della società occidentale.

Se vuoi conoscere il grado di crisi o di salute di una società, studia le famiglie che la compongono. Per molti artisti americani dell’ultima generazione, la famiglia sembra diventata il filtro attraverso il quale raccontare il mondo in cui viviamo. Viene spontaneo il riferimento all’acclamatissimo American Beauty, il film di Sam Mendes vincitore di cinque Oscar, che descrive la disgregazione di un nucleo apparentemente felice e perfetto. Ma le citazioni potrebbero allungarsi all’infinito: ci limitiamo, qui, a ricordare almeno Le correzioni, il libro che l’anno scorso ha consacrato Jonathan Franzen come uno degli autori più interessanti degli ultimi anni. Tema: una saga famigliare che mette in gioco i valori della società americana, naturalmente.

Due autori, forse più di tutti gli altri, hanno concentrato la loro attenzione su questo punto: Richard Ford e Michael Cunningham.

Copertina de "Le ore"Più che la famiglia in senso stretto, a ossessionare Ford è la coppia. Il donnaiolo è la storia di un adulterio costruito nella mente del protagonista. Donne e uomini esamina da diverse angolature i rapporti tra uomini e donne, mettendoli di fronte a eventi inattesi nei quali ciascuno mostra la sua natura autentica. Il più recente Infiniti peccati altro non è che la descrizione di dieci coppie accomunate da lacerazioni prodotte dall’incapacità di essere fedeli, affettuosi, sinceri, onesti, appassionati, realmente vicini a chi amiamo o dovremmo amare.

Sono invece due i romanzi nei quali Cunningham affronta più direttamente il tema: Carne e sangue è la saga della famiglia Stassos, arrivata dalla Grecia in America negli anni Trenta. L’aspirazione alla formazione di nuovi modelli famigliari è invece il fulcro di Una casa alla fine del mondo.

Perché una simile attenzione al tema della famiglia da parte dei due scrittori americani? «Non l’ho scelto io, è lui che ha scelto me», risponde laconico Ford. «Ho la sensazione che all’interno della famiglia si reciti il più grande dramma che sia mai stato recitato. Lì le scelte individuali e le loro conseguenze possono essere osservate nel modo migliore. La famiglia è un microcosmo che ci consente di riconoscere, valutare e persino correggere i comportamenti dei singoli». L’approccio di Cunningham è inizialmente simile, ma poi prende una direzione diversa: «Quando comincio a scrivere un libro non decido di affrontare un determinato tema, né tanto meno di collegare l’ultimo romanzo ai precedenti. Guardando però a posteriori le mie opere, io stesso mi sono accorto che c’era un filo rosso che le univa, ed era appunto quello della famiglia. Credo che il mio interesse nasca dal fatto che per me chiunque abbia dato vita e fatto crescere un bimbo è un eroe. In fondo mi occupo della famiglia perché voglio farle un tributo».

Che si tratti di sceglierla come microcosmo in cui le dinamiche relazionali diventano più trasparenti o di rivolgerle un sincero tributo, l’immagine che emerge dai testi dei due scrittori è comunque critica, opaca, lacerata da tensioni. Ford si preoccupa anzitutto di scindere il proprio punto di vista da quello dei suoi personaggi: «Le mie storie possono sembrare pessimistiche, ma ciò non significa che io sia pessimista. Ciò che racconto non esprime la mia visione del mondo, perché la letteratura è frutto dell’immaginazione». Cunningham dubita invece che si possa parlare di felicità o infelicità di un nucleo di persone: «Potrei citare quel detto secondo cui le famiglie felici sono felici tutte allo stesso modo, mentre quelle infelici lo sono ciascuna a modo suo. Costituire e mantenere unita una piccola comunità di persone è difficile, non a caso ho parlato di un tributo alla famiglia: non si rivolge un tributo a chi fa qualcosa di facile».

Resta da chiarire per quale ragione siano soprattutto gli autori americani a occuparsi così insistentemente dell’argomento. Per Ford «negli Stati Uniti la famiglia è compresa ancora in modo molto convenzionale, legata com’è a un’immagine di idilliaca armonia. Per motivi soprattutto religiosi è considerata come la struttura portante (building block) della società e della cultura. Il mio sforzo è stato quello di occuparmi delle famiglie in situazioni di crisi, dove emergono, al di là delle convenzioni, la qualità degli affetti e delle intenzioni. In ogni caso gli scrittori contemporanei non fanno che proseguire "lo studio" iniziato da William Faulkner, Henry James e John Steinbeck». Per Cunningham la spiegazione va invece ricercata nelle tendenze più recenti della narrativa americana: «Nella nostra letteratura, dopo un periodo di sperimentazione astratta, che aveva lasciato perplesso il pubblico, sì è tornati a rivolgere l’attenzione alle questioni concrete, e nessuna lo è più della famiglia».

Ciò che unisce in perfetta sintonia Ford e Cunningham è la certezza che i loro romanzi non hanno alcuna saggezza da comunicare o lezione da impartire, così come la constatazione che è restrittivo parlare di un unico modello di famiglia. Ford ha infatti voluto andare a vedere che cosa c’è al di là dell’immagine stereotipa della famiglia sempre e comunque felice, trovando un campo di osservazione ideale per le piccolezze e le miserie umane. Cunningham ha addirittura fatto della pluralità di modelli il tema di Una casa alla fine del mondo. A un certo punto si forma un inedito nucleo, composto da una donna con due ragazzi più giovani di lei e un bimbo frutto dell’unione tra lei e uno dei due, che è comunque attratto dall’amico. Alla fine la donna abbandona "la casa alla fine del mondo" per dare al bambino una famiglia più tradizionale, convinta che ciò sia garanzia di maggiore serenità. Ma Cunningham non parteggia per nessuna soluzione, non decreta né la fine della famiglia tradizionale né condanna i tentativi di creare nuovi modelli. Si limita a farsi specchio di ciò che vede attorno a sé.

Paolo Perazzolo
   

CHI È RICHARD FORD

Richard Ford.Nato nel 1944 a Jackson, Mississippi, è considerato uno dei migliori scrittori contemporanei. Con Il giorno dell’indipendenza nel 1996 ha vinto sia il Pulitzer Prize per la Narrativa sia il Pen/Faulkner Award.

Le sue opere sono edite in Italia
da Feltrinelli.

 

CHI È MICHAEL CUNNINGHAM

Michael Cunningham.È nato nel 1952 a Cincinnati, nell’Ohio, e vive a New York. Una casa alla fine del mondo è il suo romanzo d’esordio. Carne e sangue gli è valso il Whiting Writer’s Award. Con Le ore, da cui è stato tratto il film di Stephen Daldry, ha vinto il Pulitzer Prize per la Narrativa e il Pen/Faulkner Award. Le sue opere sono pubblicate in Italia da Bompiani.

   Letture n.596 aprile 2003 - Home Page