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Il beato Alberione e la cultura del '900.


LA LEGGENDA DEL SANTO EDITORE
   


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La testimonianza di un grande direttore
L’APOSTOLO
DEL NOSTRO SECOLO

di Giuseppe Zilli

   
Il testo che segue è stato scritto da don Giuseppe Zilli e pubblicato su Famiglia Cristiana n. 49 del 12 dicembre 1971, all’indomani della morte di don Alberione. Don Zilli ha diretto per 26 anni, dal 1954 al 1980, il periodico paolino, trasformandolo in un giornale di successo e di prestigio.

Don Giacomo Alberione, fondatore di molti istituti religiosi e di Famiglia Cristiana, è uno degli uomini più strettamente legati al nostro tempo. La sua intuizione, infatti, non sta tanto nell’aver utilizzato i mezzi «più celeri e più efficaci» della comunicazione sociale come strumenti d’apostolato – cosa che già altri prima di lui avevano cercato di fare – quanto nell’aver adottato integralmente il metodo industriale, che si tira dietro, per sua natura, l’obbligo di aggiornamento continuo e la complementarità di molti settori. È l’industria al servizio della Chiesa; è la rinuncia definitiva a un certo tipo di artigianato; è soprattutto la rinuncia all’arrangiamento. Un perfetto apostolo dev’essere anche un perfetto professionista. Libri, giornali, film, dischi, oltre che fatti a scopo di bene, devono anche essere fatti secondo tutte le regole.

Questo concetto comportava una struttura ricca di varietà e insieme concatenata, inserita in una visione unitaria e allo stesso tempo aperta. Creò quindi un vero e proprio schieramento, in cui i diversi gruppi godono di una propria autonomia, libertà d’iniziativa e indipendenza economica, ma che, per la loro stessa natura, non possono essere che complementari, in ordine ad un unico fine. Per questo, egli non fondò un Istituto, ma una famiglia di Istituti.

La più sorprendente novità in questo schieramento è l’aver inserito, già all’inizio, nella Società San Paolo, la prima Congregazione da lui eretta, dei religiosi laici, con un’intercambiabilità pressoché totale tra loro e i sacerdoti, considerandoli, cioè, come appartenenti all’essenza della Congregazione e non come elementi secondari per i servizi minori. «Tra i Sacerdoti e i Fratelli – diceva spesso – c’è solo la differenza dell’Ordine sacro».

Questa elevazione del laico all’interno dell’Istituto trovò un’ulteriore conferma nella sua apertura al laico puro e semplice, che vive nel mondo, sia quello che condivide e diffonde gli ideali paolini con l’appoggio, la preghiera e il sacrificio personale, sia quello che, regolarmente retribuito, lavora nei vari settori dell’opera. Tutti sono cooperatori, come più volte ebbe a dire lui stesso, parlando del personale assunto. Il metodo industriale, del resto, esige l’utilizzazione dei migliori uomini, dei migliori mezzi, della migliore organizzazione. Egli sapeva che, in un’opera editoriale, sia pure con fini apostolici, il successo può essere garantito solo da un confronto totale, sul piano qualitativo, sia intellettuale che tecnico, con tutte le altre imprese similari.

Don Alberione nel giorno di inaugurazione dello stabilimento dei Periodici ad Alba.
Don Alberione nel giorno di inaugurazione dello stabilimento dei Periodici ad Alba.

Per questo motivo, passato il duro periodo della lotta per la sopravvivenza, avviò lui stesso il processo di specializzazione dei membri con titoli accademici e tecnici, con esperienze varie, e permise l’assunzione di elementi esterni preparati, per il miglioramento, la speditezza e l’organizzazione dell’opera. Oggi le persone retribuite che collaborano nelle librerie, tipografie, case editoriali e cinematografiche, stazioni radio, in tutto il mondo, eguagliano all’incirca gli elementi interni della Società San Paolo, che sono poco più di un migliaio.

L’opera di don Alberione, in sostanza, al merito apostolico ha aggiunto anche quello economico-sociale, col preciso intento di coinvolgere il maggior numero di persone possibile nella divulgazione della verità. Più larga è la cooperazione, più capillare è la diffusione. «Il mondo è cambiato – diceva –. «La gente non può più stare troppo in chiesa, bisogna portare il messaggio evangelico a casa col cinema, la radio, la televisione, il disco, il libro, il giornale». Per questo egli concepiva tutte le iniziative in maniera "totale": «la Bibbia per tutti», «il Vangelo in ogni famiglia». «La nostra parrocchia è il mondo, ripeteva più volte: niente e nessuno deve essere sottratto alla possibilità del bene». E appena la tecnica gli offriva nuovi strumenti utili all’opera, egli cercava di accaparrarseli subito: dalle rotocalco alle lambrette. Ma non pensò mai che l’efficacia si esaurisse negli strumenti.

Fu un realista ed anche un ottimo amministratore. Le sue iniziative richiedevano capitali ingenti, con una componente industriale, pericolosa per vari aspetti. Egli cercò allora di evitare i rischi all’opera invitando i figli a reinvestire continuamente, a non accumulare mai, a portarsi dietro sempre un po’ di debiti. E per evitare il rischio alle persone, obbligò i suoi seguaci alla rinuncia assoluta ai beni terreni, li impegnò nel lavoro («dovete guadagnarvi il pane, come se doveste mantenere una famiglia»); li invitò alla preghiera (personalmente passava in chiesa tre ore al giorno). Ma egli non fu mai vittima degli aspetti formali delle cose. Sapeva bene che la sua istituzione obbligava comunque a camminare ai limiti del rischio (la vita, gli orari, dovevano adeguarsi al ritmo del lavoro apostolico) e che perciò bisognava puntare sulla carica interiore, sulla maturità dei suoi seguaci: voleva degli uomini. Ed egli mandava poi questi suoi uomini a fondar case in altri Paesi, da soli, o al massimo in due, senza o con scarsa conoscenza della lingua, obbligandoli talvolta a restituirgli i soldi del viaggio che lui anticipava. «Andate, cominciate da Betlemme, dal nulla, come ho fatto io».

Il fascino di don Alberione viene prima di tutto dall’essere stato egli un vero uomo, che gioca tutto per qualcosa in cui crede. Era convinto che un’opera cresce nella misura in cui uno vi si disintegra dentro, con una disponibilità totale. «Sempre l’opera avanti, diceva, noi indietro». Durissimo nel perseguire i suoi scopi, era poi capace di inginocchiarsi ai piedi di un confratello per chiedergli perdono, pur di non perderlo.

Insieme con don Giuseppe Zilli.
Insieme con don Giuseppe Zilli.

Aveva princìpi di vita molto semplici: «ricrearsi è cambiare occupazione», «niente ci dev’essere regalato: bisogna guadagnarselo». Anche nel suo testamento ha parlato di suffragi che gli spettano «come diritto mio», perché «io ho sempre applicato i suffragi per gli altri». Condusse una vita rigidissima. Fedele alla regola «presto a letto e presto fuor di letto», alle 4,45 in punto saliva l’altare per la messa e alle 10 di sera era già a letto. 

È vissuto 87 anni: è stato dunque uno dei fondatori più longevi che la storia ricordi. Pure, non fu un uomo noto al pubblico. Aveva un sacro terrore che l’invadenza della sua persona potesse nuocere alle iniziative. Si prestava malvolentieri persino per farsi fotografare: alcune sue foto gli sono state letteralmente "rubate". Ma anche in questo, rigorosissimo agli inizi, lasciò fare più avanti, quando gli dicevano che ciò era utile: «se serve, fate pure, ma non fatemi perdere tempo».

Per questo suo modo di nascondersi sempre, fu un uomo solo: anzi la solitudine fu il prezzo pagato alla notorietà della sua opera. Uno dei suoi segreti, che apparteneva alla vastità della sua anima e che riempiva la sua vita, era quello di pensare grande (pensare e fare, non sognare soltanto), non disdegnando però di utilizzare, pur di dare inizio a qualcosa, i mezzi più umili. Era sua convinzione, istintivamente portata a regola di vita, che solo pensando grande si diventa personalmente più piccoli. «Mirate alto», diceva spesso.

Il vero miracolo di don Alberione in definitiva è proprio questo: aver insegnato che tutti possono diventare grandi applicando la propria forza di volontà a un unico, nobile intento. Egli, che scelse lo strumento industriale, e cioè collettivo, per il successo apostolico, ha riaffermato, con tutte le sue forze, che la grandezza di un uomo è sempre frutto della volontà individuale.

Giuseppe Zilli

Segue: La passione per la storia

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