Periodici San Paolo - Home Page

Il beato Alberione e la cultura del '900.


LA LEGGENDA DEL SANTO EDITORE
   


   Letture n.596 aprile 2003 - Home Page    

Il fondatore della Famiglia paolina
A TUTTI LA CARITÀ
DELLA VERITÀ

di Rosario F. Esposito

   
P
er descrivere il Dna della San Paolo, don Alberione stabilì un rapporto diretto con le esigenze dell’intellettualità. Nell’autobiografia carismatica Abundantes divitiae gratiae suae scrisse: «La Pia Società San Paolo considererà spesso: Ad quid venisti? Essa porti sempre nel cuore gli intellettuali. Il Vangelo è cosa divina: in fondo corrisponde a tutte le menti, è capace di soddisfare tutte leLo stemma della Società San Paolo. domande, agli uomini di ogni tempo. Se si conquistano gli intellettuali si pesca con la rete, non con l’amo soltanto. Allora (si realizzerà) il completo abbraccio delle due sorelle in Cristo-Dio: Ragione e Fede» (AD 197 e 198).

La vocazione religiosa e civile della Famiglia paolina risale alla "notte del secolo", che dal 31 dicembre 1900 albeggiava nel 1° gennaio del 1901. In quell’occasione, obbedendo all’invito di Leone XIII, il giovane Alberione aveva trascorso quattro ore di adorazione eucaristica nel duomo di Alba. Aveva appena partecipato, per la prima volta nella vita, alla celebrazione di un congresso cattolico animato dal professor Giuseppe Toniolo, professore all’Università di Pisa, luminare della sociologia e presidente nazionale dell’Unione popolare. Si era entusiasmato nell’impegno di ridare slancio al cattolicesimo italiano uscito sconfitto dal Risorgimento. Concepì il proposito di «fare qualcosa per il Signore e gli uomini del nuovo secolo, con cui sarebbe vissuto» (AD 15).

Questo "qualcosa" si traduceva in una mobilitazione globale che nasceva dall’Eucaristia e si proiettava su tutte le realtà spirituali e terrene: «Che il secolo nascesse in Cristo-Eucaristia, che nuovi apostoli risanassero le leggi, la scuola, la letteratura, la stampa, i costumi; che la Chiesa avesse un nuovo slancio missionario; che fossero bene usati i nuovi mezzi di apostolato» (AD 19). Le due dimensioni, verticale e orizzontale, sono state fissate nel motto che volle scrivere sul cartiglio dello stemma, e che ripetono il messaggio di Betlemme: «Gloria a Dio nei luoghi altissimi, pace in terra agli uomini amati dal Signore».

Il sociologo Giuseppe Toniolo.
Il sociologo Giuseppe Toniolo.

È questa la ragione per la quale tra le sue opere troviamo una massa di prediche, di esortazioni sacre e anche opere di area laica, come La donna associata allo zelo sacerdotale, Elementi di sociologia cristiana, Scritti sulla donna, La santificazione della mente, Gli strumenti della comunicazione sociale. Nei cataloghi delle edizioni paoline si trovano elencate opere degli argomenti più svariati, dall’ascetica e dalla mistica alle scienze, alle collezioni narrative e letterarie. Come modelli delle "letture amene" don Alberione presenta una dettagliata analisi dei Promessi sposi, e del libro di Tobia. L’opera manzoniana «si rivolge a tutto l’uomo, anzi, l’evidenza quasi drammatica con la quale l’artista racconta i fatti, rappresenta le più varie e difficili scene e dimostra la sua profonda conoscenza dell’animo umano», aggiungendo che «riguardo alla forma i critici non vi trovano appunti». Il libro biblico, invece, dimostra che «la divina Provvidenza se prova i giusti, non li abbandona mai e li rende felici anche in questa vita» (AE pagg. 246-247).

Don Alberione indicò san Paolo come padre, maestro, esemplare, fondatore: «Lo è infatti», ripeteva, «per lui la Famiglia paolina è nata, da lui fu alimentata, cresciuta, da lui ha preso lo spirito» (AD 2). All’apostolo fa risalire l’universalità degli interessi ai quali bisogna estendere la predicazione, dando uno spazio preferenziale a quanto egli scrive nella lettera ai Filippesi (4,8): «State allegri, ve lo ripeto, state allegri. Tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, lodevole, quanto c’è di virtuoso e merita plauso, questo attiri la vostra attenzione». Su queste basi don Alberione formulò la definizione della congregazione e, per estensione, dell’intera Famiglia paolina: istituto docente.

Il giovane Alberione in preghiera nella notte che apriva il secolo XX (disegno di Gregori).
Il giovane Alberione in preghiera nella notte 
che apriva il secolo XX (disegno di Gregori).

Dalla minestra al libro

Occuparsi della comunicazione sociale significa cominciare sempre con un’azione culturale. In occasione della sua morte, avvenuta il 26 novembre 1971, la Rai mise in onda una tavola rotonda nel corso della quale il critico letterario Domenico Porzio disse: «È uno dei personaggi più benemeriti della cultura nel nostro secolo, perché attraverso la propaganda porta a porta ha disseminato libri e periodici anche nei luoghi più impervi. Non importa quali contenuti essi portino, perché dovunque arriva un libro, là viene seminata cultura e sviluppo». Don Alberione si proponeva di orientare la comunità cristiana nella diffusione della "carità della verità". In una predica del 1955 affermava: «Disse uno scrittore: verrà un tempo in cui alla porta dei conventi invece della minestra si distribuirà il giornale, il libro, la Parola di Dio. E non vi pare che questo sia il campo nostro? Ogni giorno chi maneggia la penna, chi si dedica alla tecnica, chi fa cataloghi, circolari, stampati, intende fare ciò che fece san Paolo: predicare la verità. Doctor gentium: la sua vita spesa per le anime» (Prediche, vol. 5, 164-165).

Una delle parole d’ordine ricorrenti nel suo insegnamento è popolarizzare. Un articolo dell’Unione Cooperatori Buona Stampa (UCBS) del 20 gennaio 1925 è intitolato "Popolarizzare il Vangelo, escludere commercio e lucro". Raccomandando la diffusione dell’Associazione generale biblioteche, scriveva: «La Società San Paolo è seminata ed è cresciuta da Dio per popolarizzare il Vangelo. E per poterlo dare al minimo prezzo, essa lavora direttamente il libro, il giornale, il bollettino». Lo Statuto di questa associazione, pubblicato nello stesso periodico il 27 marzo 1923, così presentava il proprio scopo: «Unire tutti gli sforzi isolati per dare maggiore sviluppo all’istruzione scientifica, professionale, educativa e morale delle masse mercé la circolazione di ottimi libri, adatti alle varie capacità e ai diversi bisogni dei lettori». Il periodico notava che le adesioni erano in continuo aumento (PP 719).

Alberione e i suoi primi ragazzi.
Alberione e i suoi primi ragazzi.

Desiderava che ogni parrocchia avesse una biblioteca o una libreria, perché accanto all’Eucaristia (Cristo incarnato) fosse presente il libro (Cristo "incartato"). In questa prospettiva fu fondata anche l’Opera dei Bollettini parrocchiali, i rappresentanti più umili del giornalismo. Nel 1924 la congregazione ne pubblicava in Alba circa 150, con tiratura mensile di 97.500 copie. Col tempo raddoppiò il numero delle testate. Il periodico dei Cooperatori in questa circostanza scriveva che «sono mezzi efficacissimi di bene, anzi la continuazione del vero insegnamento popolare del Divino Maestro Gesù; l’Opera potrà così raggiungere il suo fine che è di far entrare il foglio buono in ogni famiglia».

L’incastro fra le istanze professionali e quelle missionarie è costante. Nell’articolo che raccomandava la fondazione delle biblioteche parrocchiali il periodico così traduceva il pensiero del fondatore, che univa la dimensione culturale con quella pastorale: «È questo un ramo importante dell’apostolato della buona stampa, è uno dei fini particolari che si è prefisso la Pia Società San Paolo. È inutile pensare diversamente: il sacerdote dalla chiesa può formare un po’ i pensieri della sua popolazione, ma oggi la chiesa non basta più, perché fuori di essa la stampa predica ogni giorno con insistenza ed efficacia». E in un articolo successivo ribadiva: «Lo scopo dei depositi-rivendite è di formare la pietà nelle parrocchie» (UCBS, 20 settembre 1925).

Alba: il Tempio di San Paolo.
Alba: il Tempio di San Paolo.

Il modello supremo della comunicazione sociale è la Bibbia. Nelle processioni del Corpus Domini egli portava l’ostensorio, ma voleva essere preceduto o affiancato da un ministro o da un chierichetto che portasse la Bibbia aperta. All’Eucaristia si deve l’adorazione diretta, diceva; alla Bibbia, da tenere esposta stabilmente nelle chiese, bisogna prestare l’adorazione indiretta, rivolta cioè a Dio che ne è l’ispiratore. Nelle varie nazioni promosse una vera alluvione biblica. La prima traduzione italiana, completata negli anni ’20 per opera del francescano toscano Eusebio Tintori, sembrò quasi un gesto provocatorio. Allora nella Chiesa si promuoveva la diffusione dei Vangeli, ma già l’aggiunta degli Atti degli apostoli, effettuata dalla Pia Società di San Girolamo, alla quale egli si ispirò in questo settore, fu considerata una benigna concessione. Per superare il sospetto di filoprotestantesimo, che veniva applicato a chi leggeva o diffondeva la Bibbia, egli scrisse articoli e opuscoli, e in occasione della sua traduzione integrale tenne anche un ciclo di prediche nel Tempio di San Paolo di Alba.

La "Bibbia da mille lire"

L’alluvione biblica non si è più fermata. In Italia se ne diffondono non meno di 50.000 copie ogni anno, di Vangeli circa mezzo milione. In Brasile una roto-offset stampa solo Bibbie: 300.000 per i cattolici, 2.000.000 per i protestanti. In Congo, nonostante le condizioni economiche quasi proibitive, ogni qualvolta si riesca a ottenere un’assegnazione della carta, se ne stampano esemplari in francese e in diverse lingue locali. Negli anni ’60 divenne famosa la "Bibbia da mille lire", che a voce di popolo fu definita la Bibbia delle scuole.

Alberione giovane e anziano.
Alberione giovane e anziano.

Nell’attività pubblicistica, secondo don Alberione, si realizza l’imitazione di Dio autore ed editore: «La nostra elevazione consiste sempre nella imitazione di Dio, anche come autore ed editore. L’autore ha un gran modello nel Libro divino, e l’editore ha parimenti un grande modello nella produzione, nella moltiplicazione della Bibbia, la quale non solo si è conservata, ma è stata tradotta in ogni lingua e va moltiplicandosi continuamente» (Prediche, VII, vol. 3, pag. 136). La dimensione salvifica deve impregnare non solo la catechesi, ma anche l’alfabetizzazione e la crescita culturale: popolarizzare significa estendere la cognizione delle verità salvifiche a livello di massa: «Le verità divine devono venir comunicate nel modo con cui si dà la Comunione. La santa Ostia è il cibo di tutti i fedeli; così la Parola di Dio è il cibo di tutti gli uomini. Ma, degli uomini, un miliardo e ottocento milioni appartengono al popolo semplice, che ha bisogno di pane spezzato. La scienza sacra è necessaria a tutti. Tutti hanno un’anima. Si tratta di andare eternamente perduti o eternamente beati. Non vi sono due sorta di uomini, creati ad immagine e somiglianza di Dio. Tutti devono sapersi salvare» (UCBS, agosto 1934, pag. 11-12).

Il fondatore allo scrittoio.
Il fondatore allo scrittoio.

Negli anni ’30 le biblioteche circolanti si trasformarono in librerie, accanto alle quali si installarono poi le agenzie di distribuzione cinematografica. In Italia ne vennero aperte 120, nel mondo ce ne sono altrettante. Anche in questo campo don Alberione applica la legge della trasfigurazione. Così scrive: «I mezzi tecnici, tutto l’apparato tipografico, cinematografico, radiofonico, ecc. sono oggetti sacri per il fine a cui servono. La macchina diviene pulpito, l’ufficio dello scrittore, il locale della tecnica, la libreria, divengono chiesa e pulpito». Un "avventore" americano entrando in una libreria delle Figlie di San Paolo esclamò quasi costernato: «Siamo abituati a vedere le religiose che si occupano di bambini e di malati, finalmente ne vedo alcune che si occupano di persone adulte interessate alla cultura». A un gruppo di libraie il fondatore diceva: «Prima di tutto quest’opera richiede spirito soprannaturale: io non vado a vendere penne e quaderni, quella è la cartoleria; vado in chiesa, dove dispenso la dottrina di Gesù Cristo, io vado nella libreria, che è un centro di luce. Io ricevo le persone non come clienti, ma come anime da salvare, persone da illuminare, consolare: spirito soprannaturale, intenzioni rette».

Uno dei progetti ai quali teneva in maniera particolare era la pubblicazione del quotidiano cattolico. Ne parlava con entusiasmo e nell’Apostolato dell’edizione dedica il capitolo XVIII all’argomento (pagg. 226-231) evidenziandone la dimensione missionaria prima ancora di quella professionale. A suo modo di vedere la congregazione dandogli vita avrebbe realizzato la formazione delle menti, delle volontà e dei cuori e avrebbe avuto a disposizione un efficace veicolo di evangelizzazione e dialogo. A conclusione della trattazione scrive: la Società San Paolo «cerchi tutti i mezzi possibili per far giungere ovunque il quotidiano cattolico che con pace e nella giustizia porti tutti all’attesa carità della verità».

Durante il Concilio.
Durante il Concilio.

Ma questa strada nei primi decenni del Novecento viveva una crisi che si sarebbe aggravata irrimediabilmente. Nel 1907 un gruppo di professionisti cattolici di alta qualità si consorziò creando il Trust della Società Editrice Romana, che raggiunse un successo straordinario. Le testate consorziate erano L’Avvenire d’Italia (Bologna), Il Momento (Torino), Il Corriere d’Italia (Roma), Il Corriere di Sicilia (Palermo), e L’Italia (Milano); a essi si aggregarono poco dopo Il Messaggero Toscano (Pisa), e L’Esare (Lucca). La Santa Sede li considerò troppo "leggeri"; essi infatti oltre ai contenuti abituali si occupavano di letteratura, cinema, teatro, moda, sport. Erano anche ritenuti troppo tiepidi nel postulare le rivendicazioni temporali. La linea incoraggiata nella Chiesa era quella del giornalismo "pesante", teorizzata soprattutto dalla Civiltà cattolica e ancorata allo schema del giornalelibello, molto spesso scritto da preti, polemico e scolastico, dominante nell’Ottocento.

In un’"Avvertenza" pubblicata negli Acta Apostolicae Sedis (anno 1912, n. 21, 2 dicembre, pag. 695) i giornali del Trust furono sconfessati perché non conformi alle direttive pontificie, «checché ne sia delle intenzioni di alcune egregie persone che vi lavorano». La sconfessione produsse danni e sconcerto, dividendo anche il giudizio dell’episcopato e del mondo giornalistico. Due anni dopo, quando la fondazione paolina contava solo quattro mesi di vita, fu sancita la riabilitazione. Il 6 dicembre 1914, rispondendo a monsignor Carlo Falcini, vescovo di San Miniato, che aveva domandato chiarimenti, il cardinale Pietro Gasparri, segretario di Stato di Benedetto XV, scrisse: «Adempio il pontificale incarico di significarle che l’anzidetta Avvertenza non ha avuto il carattere di proibizione» (Gabriele De Rosa, Storia politica dell’Azione Cattolica, Bari, 1953, pag. 404; Angelo Majo, La stampa quotidiana milanese, Milano, s. e., 1974, pag. 23). Il vulnus tuttavia si rivelò insanabile. Il giornalismo quotidiano andò incontro a una crisi crescente, ed è quasi scomparso dal panorama della Chiesa italiana.

Con Giovanni XXIII.
Con Giovanni XXIII.

Don Alberione si muoveva in questa temperie praticamente proibitiva, ma tentò più volte di pervenire alla fondazione del sognato quotidiano paolino. Cominciò entusiasmando giovani per questo strumento-principe dell’apostolato comunicativo. Nel 1917 alcuni ragazzi/e della nascente Famiglia paolina collaborarono nella stampa dello Stendardo di Cuneo; nel 1920 i giovani, accompagnati da don Alberione, gestirono per qualche tempo la stampa del Momento di Torino. Corsero gravi rischi: un socialista aveva avuto l’incarico di eliminarlo non appena lo avesse incontrato a quattr’occhi, ma egli si muoveva sempre circondato dai ragazzi.

Nello stesso anno un gruppo misto si recò a Pisa, chiamato dal cardinale Pietro Maffi, per lavorare nel Messaggero Toscano. Si susseguirono altri progetti di fondazione o di partecipazione: al Corriere di Torino (1925), e alla Croce di Alessandria (1934) chiaramente ispirata all’omonimo quotidiano parigino, che però non giunse alla pubblicazione. Nel 1944 partecipò ai progetti di fondazione del Quotidiano di Roma, su invito di Pio XII (1944), e accolse l’invito di entrare nell’Avvenire d’Italia di Bologna (1959). Accettò infine di collaborare con l’avvocato Carlo Trabucco, nell’impostare la fondazione di un quotidiano a Torino.

"San Tommaso", dipinto di Benozzo Gozzoli.
"San Tommaso", dipinto di Benozzo Gozzoli.

Restò il "vir desideriorum". Generalmente a lui e alla Famiglia paolina venivano richiesti il personale e i capitali. Gli domandavano oro e argento, ma non facevano caso al suo carisma. Non vedendo spiragli per la libertà di movimento e di espressione, finì per rassegnarsi e rinunciare al proposito. Ci resta il patrimonio del suo insegnamento e del suo fervore.

Don Alberione applicò strutturalmente il primato della carità, e lo fece anche nella valutazione dell’opera e della missione dei Dottori della Chiesa, che additò come esemplari privilegiati per gli operatori della comunicazione sociale intesa simultaneamente come insegnamento e come annuncio salvifico. In questo senso la venerazione per san Tommaso d’Aquino occupò un posto d’importanza primaria. Eppure nell’opuscolo Migliorare la pietà del 1964 dal titolo di "dottori" passava disinvoltamente a quello di "benefattori": «Ecco i grandi amatori del prossimo: san Paolo, san Francesco Saverio, san Tommaso d’Aquino, san Francesco di Sales, san Giovanni Bosco, san Vincenzo de’ Paoli, santa Francesca Cabrini, san Benedetto Cottolengo: innumerevoli santi e sante che hanno consumato la loro esistenza per dare la vita spirituale ai pagani, ammalati, sull’esempio di Gesù Cristo: dilexit nos et tradidit seipsum pro nobis» (CISP, 1418). Il lavoro intellettuale è visto soprattutto come atto di carità e come impegno di illuminazione dei popoli in ordine alla salvezza.

Don Giacomo Alberione.

Questa unificazione di corsia è stata professata da Giovanni Paolo II nel discorso rivolto ai capitolari della Società San Paolo nel 1986. Dopo aver citato un pensiero augurale di Paolo VI, egli disse: «Libri e riviste comportano una grande responsabilità, tanto più grave quanto più larga è la loro diffusione. Voi Paolini, sacerdoti e uomini di cultura e di sensibilità moderna comprendete come diventa sempre più urgente, importante, delicata la vostra missione. Voi, come il Buon Samaritano della parabola evangelica, dovete piegarvi con amore su queste anime piagate e doloranti, per portare loro la parola della Verità, che dà la luce alle menti ed il conforto delle certezze supreme» (Il Cooperatore paolino, maggio 1986, pagg. 20-21).

L’intreccio esistente fra le ragioni dello spirito e quelle dell’imprenditorialità e della cultura risalta con un’evidenza ancora più tangibile se si prende in considerazione l’apostolato del cinema. Esso fu iniziato nel 1938, quando la Società San Paolo contava ventiquattro anni di vita, che fino a quel momento erano stati dedicati esclusivamente alle edizioni cartacee. Si trattò di un’illuminazione improvvisa, che don Alberione giudicò fin troppo ritardataria. Anche in questo caso le ragioni dell’evangelizzazione si fondono con quelle della cultura. In una riflessione pubblicata quando l’apostolato cinematografico aveva ripreso il cammino nel dopoguerra, accentuò il fatto che i Governi, gli studiosi, gli speculatori, gli industriali, «si servono di questo mezzo per la loro propaganda ed i loro affari; i cattolici ed il clero, in modo particolare i pastori di anime, hanno compreso l’importanza di quest’arma e il dovere di servirsene. Il cinema oggi non è un lusso, è una necessità» (Un mese San Paolo-Film, luglio 1967, p. 16).

Alle spalle di Alberione l’attore Carlo Campanini.
Sul set de "La scoperta". 
Alle spalle di Alberione l’attore Carlo Campanini.

L’input immediato del 1938 fu innescato da un articolo del gesuita Luigi Masetti che nel Messaggero del Sacro Cuore commentava l’intenzione dell’apostolato della preghiera «per tutti coloro che propagano la stampa, la radio ed il cinema cattolici». Don Alberione lo pubblicò integralmente nell’Unione cooperatori apostolato-stampa (settembre 1938) e vi aggiunse un commento che documenta la svolta compiuta: «Scopo della Pia Società San Paolo. Sorta per opera della Divina Provvidenza, ha appunto lo scopo di diffondere il Vangelo e l’amore di Gesù Cristo con tutti i mezzi più celeri e perfetti, che oggi sono appunto stampe (plurale nel testo, ndr), cine, radio. Il suo fine è che i membri cooperino per quanto loro possibile per la gloria di Dio e la pace degli uomini, spiegando in maniera popolare e diffondendo la dottrina cristiana sia con i mezzi ordinari, sia con i mezzi più fruttuosi e celeri che di giorno in giorno si trovano».

Si tratta sempre di colmare i vuoti pastorali, come era accaduto con l’editoria: «È necessario che diamo grande importanza al cinema e che sentiamo la nostra responsabilità in merito. Si constata ormai che in chiesa, a sentire la Parola di Dio, il numero dei fedeli è realmente scarso. Pensiamo invece che i cinematografi sono aperti e rigurgitanti di folla. E vi entra una quantità di persone di ogni ceto e di ogni età, non esclusi i giovanissimi e anche i bambini. Mentre noi con le prediche e anche con la stampa non otteniamo che pochi risultati, il cinema incide su vasta scala sull’animo dei giovani e delle folle, disorienta la coscienza e forma l’opinione pubblica» (Gli strumenti della comunicazione sociale nel pensiero del Primo Maestro, Roma, 1964, pagg. 19-20).

Don Alberione con don Cordero sul set del film "Sansone".
Don Alberione con don Cordero sul set del film "Sansone".

Un film epico

Rilevò dai Padri cappuccini la lavorazione dell’Abuna Messias, cioè la narrazione epica dell’impresa missionaria del cardinale Guglielmo Massaja in Etiopia. Il film era diretto da Goffredo Alessandrini, con Camillo Pilotto protagonista. La lavorazione era arenata per ragioni finanziarie. Egli era assai più povero dei finanziatori, ma non ebbe esitazioni e i cappuccini furono i primi a fargli un prestito. L’opera, realizzata negli studi di Cinecittà e con gli esterni girati in Etiopia, ebbe un lusinghiero successo di critica e vinse il Festival di Venezia del 1939, ottenendo la Coppa Mussolini. Nell’immediato dopoguerra l’attività fu ripresa, sotto la direzione di don Emilio Cordero, con la produzione di due lungometraggi, Il piccolo ribelle, per ragazzi, e Inquietudine, tratto da un romanzo di René Bazin. Nel 1950 don Cordero diresse Mater Dei, la vita della Madonna: era il primo film a colori girato in Italia; per svilupparlo e stampare le copie dovette recarsi a Hollywood. Se nell’ambito tecnico la Sampaolo Film era all’avanguardia, in quello estetico aveva davanti a sé una strada ancora in salita: questo film mostrò notevoli limiti, al punto che don Alberione, sempre geloso dei lavori dei religiosi, la difese energicamente dalle critiche a volte esagerate e ingenerose. Qualche anno dopo lo stesso regista realizzò in parallelo Il Figlio dell’uomo, cioè la vita di Gesù, utilizzando anche alcuni spezzoni girati con questo intento all’epoca dei documentari catechistici.

Una scena di "Abuna Messias".
Una scena di "Abuna Messias".

Negli anni ’60 la Sampaolo Film realizzò le prime quattro opere ordinate a portare sullo schermo la Bibbia: I patriarchi, Saul e David, Sansone, I grandi condottieri, con la regia del giovane Marcello Baldi. Era stato contattato Federico Fellini, il quale rispose di non sentirsi adatto a questo genere di cinematografia.

Se nel campo editoriale don Alberione restò piuttosto appartato, in quello cinematografico apparve in primo piano. Si trattava di un’attività ardua e dispendiosa, che volle incoraggiare anche visibilmente. Non rinunciò mai alla visita ai teatri di posa, prima negli Stabilimenti Donato di Milano, poi in quelli di Cinecittà. A Milano incontrò gli artisti sul set di Inquietudine e familiarizzò con loro: Adriana Benetti, Luisella Beghi, Aldo Silvani, Vittorio Duse, Alda Defranchi, Silvio Bagolini. Si prestò anche per battere il ciak di una scena notturna, affiancato dalla protagonista Benetti. ACinecittà accettò di posare insieme con gli attori e i tecnici. Ci resta, fra l’altro un "si gira" del film Sansone, nel quale è fotografato con don Cordero e con il protagonista Anton Geesink, medaglia d’oro alle Olimpiadi nei pesi massimi del judo.

Un ciak dal film "Inquietudine".
Un ciak dal film "Inquietudine".

Comparsa nei documentari

Ordinò la realizzazione dei 62 documentari catechistici, che dovette essere completata in un anno. Il ciak iniziale fu battuto il 15 novembre 1952 nella cripta del Santuario della Regina degli Apostoli di Roma, dinanzi al Santissimo solennemente esposto. Erano presenti le comunità maschili e femminili al completo, e la funzione fu presieduta da monsignor Giovanni Battista Montini, il quale, come don Alberione scrisse poi nel bollettino interno San Paolo, «fu particolarmente lieto di notare come tutte le iniziative partissero dal Tabernacolo e al Tabernacolo si riversassero, e come la vita soprannaturale fosse veramente al centro di ogni attività della Congregazione» (CISP, 958).

Si prestò come comparsa nei documentari sacramentali, e nel documentario La scoperta, realizzato nel 1968 con la regia di don Attilio Monge, succeduto a don Cordero, per diffondere la conoscenza del carisma paolino, ebbe come partner l’adolescente Giusva Fioravanti. Nei giorni delle sue disavventure, conversando col regista, rinverdì beneficamente quei ricordi cinematografici. Per incarico della San Paolo Film, Pier Paolo Pasolini approntò il soggetto del film su san Paolo, trasfigurato in un profeta del nostroDon Alberione con don Esposito. tempo, convertito sulla via di Damasco-Barcellona, installato nella centrale apostolica di Antiochia-Ginevra e freddato nella trasfigurazione di Martin-Luther King sul pianerottolo di una pensione d’infima categoria a Memphis. La San Paolo Film venne diffidata dal metterlo in lavorazione, pena la sconfessione ecclesiastica. Non siamo in grado di dire se don Alberione abbia incontrato il poeta, né se abbia conversato con Riccardo Bacchelli, o con gli altri soggettisti e sceneggiatori, tra i quali vanno ricordati Ottavio Jemma, Tullio Pinelli e Giorgio Prosperi. È accertato che esaminò accuratamente le sceneggiature dei documentari catechistici e più sommariamente quelle di alcune altre opere.

Le difficoltà incontrate in questo apostolato indussero don Alberione a esprimere un auspicio che può costituire il fondamento di tutto l’apostolato comunicativo ecclesiale. Porta la data del 2 novembre 1956 e l’ho già pubblicato nella Teologia della pubblicistica secondo l’insegnamento di don Giacomo Alberione (Roma, Edizioni Paoline 19722 , p. 161): «Le nuove difficoltà che ostacolano, ora più che mai, il nostro apostolato del cinema, non sono per arenarlo, ma per avviarlo verso nuove conquiste. Non bisogna smarrirsi, ma pregare e puntare verso la nostra indipendenza di attività nella Chiesa, cercando di passare illesi fra goccia e goccia, senza bagnarsi e senza mescolarsi (corsivo nel testo, ndr). Non so quando né come, ma noi dobbiamo avere e avremo sicuramente libertà di azione nella Chiesa, perché lo esige la nostra missione» (Gli strumenti di comunicazione sociale nel pensiero del Primo Maestro, Roma, Figlie di San Paolo, 1964, p. 38).

Rosario F. Esposito
    

Nota bibliografica e sigle
  • AD – Giacomo Alberione, Abundantes divitiae gratiae suae. Storia carismatica della Famiglia Paolina, Roma, Edizioni Paoline, 1971 (molte edizioni in seguito).
  • AE – Giacomo Alberione, L’apostolato dell’edizione. Manuale direttivo di formazione e di apostolato, Roma, San Paolo, 2000.
  • CISP – Giacomo Alberione, Carissimi in San Paolo. Lettere. Articoli, opuscoli, scritti inediti (1933-1969), Roma, Edizioni Paoline, 1971.
  • Andrea Damino, Bibliografia di don Giacomo Alberione, Roma, 1994; 
  • Andrea Damino, Don Alberione al Concilio Vaticano II. Proposte, interventi e appunti, Roma, 1994.
  • Rosario F. Esposito, Bibliografia della Famiglia Paolina, Roma, 1983. 
  • PP La primavera paolina. L’UCBS dal 1918 al 1927, Roma, Edizioni Paoline,1983.
  • Prediche – Prediche del Rev.mo Primo Maestro, Roma, Figlie di San Paolo, 5 voll. 1952-1955.
  • UCBS – Unione Cooperatori Buona Stampa.

Segue: L'apostolo del nostro secolo

   Letture n.596 aprile 2003 - Home Page