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Kapuscinski
è uno dei grandi scrittori di oggi e firma un genere letterario
difficilissimo, di cui è senz’altro, il "maestro"
riconosciuto, quello del "reportage narrativo". Infatti Kapuscinski
non racconta storie inventate, ma la realtà stessa, quella più
difficile da interpretare poiché le ragioni delle ostilità e dei
dissidi sono complesse. E lo fa con una chiarezza e una naturalità
impressionante che fanno di ogni suo libro un avvenimento, grazie
anche alla forza della sua prosa che è in grado di rendere in modo
unitario lo sguardo soggettivo di chi racconta e quello oggettivo,
indispensabile per giungere al centro delle problematiche.
In questo libro Kapuscinski propone una summa del
suo lavoro, raccogliendo le cronache e i reportage via via
scritti negli anni
Sessanta e Settanta, per spiegarci le situazioni più drammatiche dei
Paesi del Sud del Mondo. È soprattutto l’Africa
a essere presente in queste storie, l’Africa delle guerre dei poveri
che negli anni Sessanta hanno interessato Paesi come il Congo, il
Tanganica, il Ghana, l’Algeria. È un’Africa diversa dal concetto
esotico che di questo continente hanno gli occidentali a essere al
centro del libro. È l’immagine di un continente in cerca di una
propria identità. Del resto ad affascinare Kapuscinski, a dargli la
forza per affrontare situazioni rischiosissime, per essere lì, sulle
barricate a registrare la vera entità dei fenomeni, è il mistero che
accompagnava l’Africa, nel momento in cui trecento milioni di
individui chiedevano, finalmente, il diritto di parola. Ci racconta
così il difficile periodo della formazione degli Stati e la paura tutta
occidentale che il continente nero potesse muoversi contro l’Europa.
Il titolo del libro invece deriva da un viaggio di
testimonianza in America latina e fa riferimento alla guerra che si era
scatenata, alla fine degli anni Settanta, tra Honduras e Salvador. Si
tratta di una guerra breve, che però serve a dare visibilità ai due
Stati e ai problemi che li assillano. Infatti, tra i tanti messaggi che
troviamo nel libro, c’è anche una inquietante e triste
considerazione: per i Paesi del Terzo mondo l’unica possibilità per
creare attenzione intorno a sé è quella della guerra.
Fulvio Panzeri