Vitaliano Brancati,
Tutti i racconti,
Mondadori, 2002, pagg. 682, euro 16,80.
Quando l’offerta
di letteratura fresca non è molto allettante, si torna volentieri ai
piccoli classici che ci hanno tenuto compagnia in un’epoca in cui la
cultura umanistica era il fondamento dell’etica. È il caso di
Vitaliano Brancati, di cui molti ricordano il suo capolavoro, Il bell’Antonio,
più che altro per averne visto la trasposizione cinematografica. Ma
Brancati è stato anche uno dei maggiori scrittori di racconti del
Novecento italiano, secondo la tradizione che comprende Verga,
Pirandello, Tozzi e Moravia.
In Brancati c’era qualcosa di più e qualcosa di
meno. Possiamo
accorgercene nei due volumi in cofanetto di Tutti i racconti (Oscar
Mondadori, a cura di Domenica Perrone). Ci sono proprio tutti, da quelli
della giovinezza a quelli della maturità, che annovera capolavori come
"Il vecchio con gli stivali" e "Una festa da ballo".
L’arma di Brancati era la satira sociale. Anzi, insieme a Flaiano
(e meglio di lui) Brancati è stato il più importante scrittore
satirico italiano del secolo scorso, e anche all’estero gli è
riconosciuta questa qualità, se è vero che è stato sovente paragonato
a Gogol’ (in modo esagerato, però).
La vicenda di Brancati è stata drammatica. Siciliano
purosangue, credette nelle progressive e magnifiche sorti del fascismo,
quando il regime sembrava avviato a un vertiginoso successo. Ma se ne
ravvide assai presto, e la sua giovanile adesione si trasformò appunto
in satira, satira feroce. Brancati prese di mira i cavalli di
battaglia del fascismo, ossia la virilità, il maschilismo, il mito del
guerriero che trova nella donna un compenso e un riposo. Come tutti
sanno, il suo personaggio più riuscito è appunto il bell’Antonio,
grottescamente impotente. Ma in questi racconti, alcuni molto belli,
c’è anche un Brancati meno acido e più intimo. Ci riferiamo
soprattutto a quelli che analizzano i sentimenti della sua infanzia
vera, non quella appresa dalla radio e dai giornali. C’è ad esempio
il racconto "Il nonno" che esprime tutta la tenerezza e il
lirismo dell’autore, al tempo in cui non aveva ancora scoperto il male
della società alienata.
Giuseppe Bonura