Josep Ramoneda,
Dopo la passione politica
(traduzione di Stefania Cherchi, presentazione di Barbara Spinelli),
Garzanti, 2002, pagg. 196, euro 18,00.
La scelta
di evidenziare questo saggio deriva dalla sua capacità di illuminare un
problema cruciale del nostro tempo. Il "secolo breve"
(1914-1989) è stato quello dei totalitarismi. «Separare l’uomo dalla
sua vita per proiettarlo nella grande promessa (l’utopia) fu la
scommessa della passione politica e il suo gran fallimento» (pag. 128).
Ma «la fine della passione politica [...] non può essere la fine della
politica» (pag. 183). Queste due frasi danno l’idea del suo filo
conduttore. La "passione" che si è rivelata rovinosa è
quella che ha ispirato i regimi totalitari, ai quali l’autore dedica
pagine di netta condanna. «Il privato è politico» fu un’affermazione
demenziale. Ma altrettanto illusorio è pensare che la dimensione
politica, insita nell’uomo in quanto animale socievole (Aristotele dixit),
possa
essere sostituita dall’economia, ritenuta capace di autoregolarsi. Il
vero problema è che, se si pensa di fare a meno della buona politica
(quella rispettosa delle regole e consapevole dei propri limiti), si
lascia semplicemente uno spazio vuoto, che viene riempito dalla cattiva
politica, ossia dai fondamentalismi (che sono il ritorno della
"passione", se possibile in una forma anche peggiore) o dalla
pura e semplice lotta per il potere. La bestia nera dell’autore è il
tentativo di eliminare la diversità, riducendo la complessità del
reale a un forzato unanimismo che, per essere totale, esclude ogni
margine di libertà. Hitler e Stalin sono morti, i loro regimi sono
stati abbattuti, ma la mala pianta che li ha generati è ancora viva.
Sono degne di attenzione le pagine dedicate al delirio (Brecht) o all’ambiguità
(Sartre, Heidegger) degli intellettuali, anche se il Ramoneda non è il
primo a toccare questo terribile argomento (il suo debito verso Czeslaw
Milosz, l’autore di La mente prigioniera, è evidente).
Tuttavia, anche negli anni più neri, ci sono stati
intellettuali che non hanno perso né la lucidità né l’onestà, ci
sono state voci che si sono levate contro l’inganno e la
mistificazione. La risposta che l’autore implicitamente suggerisce è
che «la scelta di una parte della barricata, con il sapere e la
reputazione dell’intellettuale messi al servizio dell’ideologia»
(pag. 129) sia stata innanzi tutto una défaillance professionale,
prima che morale e politica. Nutrito di riferimenti classici (Machiavelli,
Montaigne, La Boétie), l’autore vede il rimedio non nella
formulazione di altre utopie (la cieca fiducia nella razionalità del
mercato potrebbe esserne una), ma nel ritorno a una concezione della
politica come gestione prudente e attenta della diversità e del
conflitto, di per sé benefici e inevitabili, accettando l’altro come
antagonista in un gioco delle parti e non cercando di eliminarlo come
nemico. Discutendone nel consiglio di redazione, è stato osservato che
forse oggi il rischio maggiore che corre la politica non è tanto la
passione ma l’opportunismo (il cosiddetto "pensiero
debole").
L’autore non sembra indulgere in questa direzione,
ma è vero che la pars destruens è più articolata e meglio
argomentata della pars costruens. È possibile che il XXI secolo
abbia bisogno di un altro Montesquieu, che sappia applicare i suoi
princìpi, relativi all’equilibrio del potere, a una situazione nella
quale gli attori non sono più gli stessi. Questo libro non arriva a
tanto, ma per lo meno identifica il tema.
Aldo Giobbio
Josep Ramoneda (nato nel 1949), catalano, dirige a
Barcellona il Centro cultura contemporanea.