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Recensioni.Il libro del mese.

   
Fare buona politica anche senza utopie

di Alfredo Barberis


   Letture n.595 marzo 2003 - Home Page

Josep Ramoneda,
Dopo la passione politica
(traduzione di Stefania Cherchi, presentazione di Barbara Spinelli),
Garzanti, 2002, pagg. 196, euro 18,00.

La scelta di evidenziare questo saggio deriva dalla sua capacità di illuminare un problema cruciale del nostro tempo. Il "secolo breve" (1914-1989) è stato quello dei totalitarismi. «Separare l’uomo dalla sua vita per proiettarlo nella grande promessa (l’utopia) fu la scommessa della passione politica e il suo gran fallimento» (pag. 128). Ma «la fine della passione politica [...] non può essere la fine della politica» (pag. 183). Queste due frasi danno l’idea del suo filo conduttore. La "passione" che si è rivelata rovinosa è quella che ha ispirato i regimi totalitari, ai quali l’autore dedica pagine di netta condanna. «Il privato è politico» fu un’affermazione demenziale. Ma altrettanto illusorio è pensare che la dimensione politica, insita nell’uomo in quanto animale socievole (Aristotele dixit), possaCopertina de: Dopo la passione politica. essere sostituita dall’economia, ritenuta capace di autoregolarsi. Il vero problema è che, se si pensa di fare a meno della buona politica (quella rispettosa delle regole e consapevole dei propri limiti), si lascia semplicemente uno spazio vuoto, che viene riempito dalla cattiva politica, ossia dai fondamentalismi (che sono il ritorno della "passione", se possibile in una forma anche peggiore) o dalla pura e semplice lotta per il potere. La bestia nera dell’autore è il tentativo di eliminare la diversità, riducendo la complessità del reale a un forzato unanimismo che, per essere totale, esclude ogni margine di libertà. Hitler e Stalin sono morti, i loro regimi sono stati abbattuti, ma la mala pianta che li ha generati è ancora viva. Sono degne di attenzione le pagine dedicate al delirio (Brecht) o all’ambiguità (Sartre, Heidegger) degli intellettuali, anche se il Ramoneda non è il primo a toccare questo terribile argomento (il suo debito verso Czeslaw Milosz, l’autore di La mente prigioniera, è evidente).

Tuttavia, anche negli anni più neri, ci sono stati intellettuali che non hanno perso né la lucidità né l’onestà, ci sono state voci che si sono levate contro l’inganno e la mistificazione. La risposta che l’autore implicitamente suggerisce è che «la scelta di una parte della barricata, con il sapere e la reputazione dell’intellettuale messi al servizio dell’ideologia» (pag. 129) sia stata innanzi tutto una défaillance professionale, prima che morale e politica. Nutrito di riferimenti classici (Machiavelli, Montaigne, La Boétie), l’autore vede il rimedio non nella formulazione di altre utopie (la cieca fiducia nella razionalità del mercato potrebbe esserne una), ma nel ritorno a una concezione della politica come gestione prudente e attenta della diversità e del conflitto, di per sé benefici e inevitabili, accettando l’altro come antagonista in un gioco delle parti e non cercando di eliminarlo come nemico. Discutendone nel consiglio di redazione, è stato osservato che forse oggi il rischio maggiore che corre la politica non è tanto la passione ma l’opportunismo (il cosiddetto "pensiero debole").

L’autore non sembra indulgere in questa direzione, ma è vero che la pars destruens è più articolata e meglio argomentata della pars costruens. È possibile che il XXI secolo abbia bisogno di un altro Montesquieu, che sappia applicare i suoi princìpi, relativi all’equilibrio del potere, a una situazione nella quale gli attori non sono più gli stessi. Questo libro non arriva a tanto, ma per lo meno identifica il tema.

Aldo Giobbio

Josep Ramoneda (nato nel 1949), catalano, dirige a Barcellona il Centro cultura contemporanea.

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