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I mille volti della paura.

IL TERRORE IMPAZZA 
NELL’ERA DELLA TECNICA

a cura di Giuseppe Lippi
   


   Letture n.595 marzo 2003 - Home Page

Il grido, dipinto di Edvard Munch. Dopo le monografie sul giallo (giugno-luglio 1999) e sulla fantascienza (aprile 2000), ecco un’ampia panoramica sulla letteratura del brivido (con accenni a cinema e fumetto), cercando non solo di capirne i meccanismi, ma anche di comprendere come mai questo genere antico abbia tratto nuova linfa proprio dalla modernità.

   
O
ggi ci troviamo in una situazione politicamente favorevole per analizzare il diffondersi della paura: questo sentimento, un tempo legato a una fondamentale risposta biologica ai pericoli dell’ambiente, si è infatti diffuso, generalizzato, attestandosi come una componente astratta a vari livelli della società. Cosa temiamo di più? La nostra morte individuale, l’agonia della civiltà, il tramonto di fedi e ideologie, un attentato nel cuore di una città moderna, la violenza maturata in un’insospettabile famiglia borghese? Ognuno avrà la sua risposta, ma una caratteristica di questo inizio di millennio è che la paura non sembra essere più collegata a stati d’emergenza; anzi, il suo rituale viene celebrato quotidianamente sui teleschermi, nelle pagine dei notiziari e negli spettacoli per famiglie, mentre il confine tra realtà e finzione spettacolare (o artistica) si assottiglia sempre più. La paura, come la violenza, dilaga. Perché? È proprio vero che la civiltà supertecnologica genera, nella sua intolleranza, supermostri? Il terrore non sarà un altro figlio dell’apparente sicurezza cieca, blindata, che il mondo asettico delle macchine non condivide con i deboli esseri umani? La tendenza a generalizzare (e a banalizzare) c’è sempre, ma è legittimo chiedersi perché il timore sia diventato protagonista di tanta parte della vita d’oggi, dalla politica all’intrattenimento artistico. Giacché questa è la realtà: basti pensare alla perenne "lotta al terrorismo" che sta diventando il modo di vivere quotidiano di mezzo mondo, giù giù fino a manifestazioni periferiche ma indicative come lo spettacolo, la musica, i giochi per ragazzi. Paura di invecchiare, di imbruttire, di finire in povertà, di perdere il posto, di non potersi permettere le cure in ospedale, di essere dimenticati, di essere derubati, di essere stuprati... Le forme che l’angoscia assume sono tante, anche senza scomodare il lettino del dottor Freud e i mascheroni dei film horror.

Ebbene, l’importanza assunta da questo sentimento (e dalle sue incalzanti appendici paranoidi) ha molte ragioni, ma le diramazioni principali ci sembrano due: 1) Nella realtà politica esiste la necessità di agitare spauracchi – veri o presunti – per mobilitare le coscienze intorpidite a impegnarsi in cause astratte e dagli obbiettivi remoti. 2) Nello spettacolo e nell’arte la paura riflette le tensioni sociali e il progressivo svuotamento dei valori, ma sottolinea un’identificazione sempre maggiore tra soggetto e oggetto, tra spettatore e cosa guardata; gli spettacoli si modellano sempre più grossolanamente su tendenze inconsce anziché su elaborazioni della coscienza, fino a raschiare quei nuclei irrazionali che appartengono agli stadi primitivi del sé, e che "non hanno voce": urla mute di terrore. La civiltà in cui viviamo, infatti, non solo non riesce a garantire sicurezza (pur essendo sempre più uniforme e militarizzata), ma col suo dualismo e con la preponderanza di valori antiumanistici – tecnici o finanziari – incoraggia più o meno consapevolmente la schizofrenia.

In questo articolo documenteremo (attraverso l’esempio della produzione artistica, in fondo la più innocua tra le spie dell’inquietudine sociale) il graduale aggiornamento del sentimento di terrore; e vedremo come un genere antichissimo abbia tratto nuova linfa e nuove forme proprio dalla modernità, una delle cui chiavi interpretative passa senz’altro attraverso l’esperienza scientifica ed estetica della paura.

"L'isola dei morti" di Arnold Böcklin.
"L’isola dei morti" di Arnold Böcklin.

Il teatro dell’inquietudine

La tensione e l’angoscia, l’orrore e il terrore sono aspetti importanti del panorama culturale moderno, a cominciare dai capolavori della pittura e del cinema espressionisti; e una prima considerazione potrebbe essere che si tratti di fondamentali elementi drammatici. Dai drammi elisabettiani del Seicento ad alcuni testi-chiave dell’Ottocento, tutto il teatro classico si regge su violente espressioni di conflitto esteriore e interiore, d’angoscia e in ultima analisi di paura (vista come chiave dell’incertezza umana). Il cinema ha seguito questo esempio, scavando sempre più a fondo nell’irrazionale.

La storia della drammaturgia in Occidente, cioè la storia del pathos, ci serve a capire meglio il nostro tempo. Nell’ultimo paio di secoli è avvenuto che la platea si sia enormemente allargata: vi hanno avuto accesso milioni di persone cui nel passato questo privilegio era negato o era consentito in misura assai ridotta. Si è venuto a creare il fenomeno di un vasto pubblico che legge romanzi, va a teatro, compra i giornali e, oggi, va al cinema e guarda la televisione: questa platea mondiale ha fatto sì che le forme drammatiche tradizionali portassero a galla patemi e aspettative di un’enorme massa popolare. Sono così emerse – grazie anche a nuovi linguaggi particolarmente affini ai meccanismi del sogno e dell’incubo, come quello cinematografico – le ansie di milioni di uomini. Tra il pathos catartico della tragedia e le paure di oggi vi è, se non sempre un legame estetico, un comune sfondo filosofico, l’interrogazione sulla situazione dell’individuo (e della collettività) di fronte a ciò che lo sovrasta, all’ignoto su cui non ha potere.

Raymond Chandler.

"La torcia della guerra" di A. Kubin.

Raymond Chandler

"La torcia della guerra" di A. Kubin.

Esperienza psicologica

Molti hanno bisogno di paure immaginarie per scaricare il proprio disagio: di qui l’immensa fortuna dei romanzi polizieschi, di cui su questa rivista si è già parlato; apparentemente i libri e i film gialli appartengono a un genere ordinato e razionale, volto al ristabilirsi di un ordine dopo che questo è stato lacerato. In realtà, racconti del genere esprimono soprattutto un potenziale di angoscia.

L’analisi del detective ci interessa, stimola il lato snobistico che è in noi e ci avvince come quando facciamo le parole crociate o i rebus, ma quel che emotivamente ci attrae in un romanzo poliziesco è "l’odore di paura" di cui parlava Raymond Chandler, che è stato non solo un grande scrittore, ma anche un teorico del genere. L’odore di paura nasce dal fatto che a ogni pagina può esserci un morto ammazzato, un uomo che finisce male non solo perché viene liquidato, ma anche perché, in virtù del suo trapasso, diventa un cittadino di serie Z: il cadavere come residente di ambienti squallidi e penosi quali l’obitorio o la centrale di polizia, dove quel che conta è il suo numero di serie.

Se la paura è fortemente presente nel giallo lo è anche nella fantascienza, la quale – l’abbiamo visto in un precedente dossier di Letture –è il filone letterario della paura generalizzata. Fino a solo vent’anni fa la gente viveva nel concreto timore di un terzo conflitto mondiale che da un giorno all’altro spazzasse via l’umanità a suon di bombe atomiche, e quand’anche non immaginasse la fine del mondo dovuta all’olocausto nucleare, nutriva la paura delle radiazioni, delle mutazioni genetiche indotte dalla radioattività e del fatto che la vita sulla terra potesse trasformarsi in un incubo.

Non che adesso siamo usciti da quella cappa, ma gli avvenimenti degli ultimi anni hanno fatto sì che quel tipo di paura planetaria prendesse altre strade: un esempio è il timore di moltissime persone nei confronti delle armi chimiche o batteriologiche. Le nostre ansie traggono origine direttamente dal modo di vivere nella civiltà tecnologica; siamo apprendisti stregoni come il Topolino del cartone disneyano Fantasia, fabbrichiamo allo stesso tempo bombe atomiche e computer, ospedali e medicinali sbalorditivi, radiotelescopi e virus letali. Insomma, traffichiamo con la natura; ma siccome "questa è la nostra natura", non è esatto dire che l’uomo interferisca con una sfera a lui estranea, come voleva la concezione tradizionale. Oggi ha più senso affermare che la natura, manifestandosi nell’uomo, interferisca con se stessa, e la cosa ci preoccupa perché tali interferenze possono determinare gravi conseguenze al nostro livello limitato di esistenza umana.

Tutto questo, e altro ancora, si travasa nella narrativa fantastica sotto forma di paura dell’ignoto. Non si tratta soltanto del fatto che possiamo distruggere il mondo grazie ai virus, alle bombe atomiche, alla guerra batteriologica o alla semplice disumanizzazione di una società robotizzata: nella fantascienza – e lo vedremo ancora più sviluppato nell’horror – prende corpo, parallelamente alla coscienza dei nostri limiti come specie, una paura metafisica di ciò che ignoriamo.

A noi sembra di conoscere tutto, e mai come in questi ultimi anni abbiamo trasformato la terra in un "villaggio", come amano dire i massmediologi: cioè un posto nel quale si può facilmente comunicare, andare ovunque e non avere quasi più sorprese; in realtà, ancora una volta dobbiamo renderci conto che lo spazio da noi esplorato fisicamente è soltanto un frammento di una realtà più vasta e corrisponde comunque a uno spazio interiore, psichico, del quale abbiamo una conoscenza minima. Non diversamente dalla piccola frazione del cervello che adoperiamo da svegli, o di quella efficace parte della natura umana che definiamo mente cosciente, lo spazio interiore rimane una zona largamente inesplorata e ignota.

Questa sfuggente dimensione psichica viene da noi continuamente proiettata verso l’esterno (è il solo modo che abbiamo per rappresentarci la realtà): ne segue che lo spazio "oggettivo" o esterno che credevamo di esaminare spassionatamente è in larga parte frutto dell’immaginazione, una sua elaborazione o estensione. In questo senso, è perfettamente comprensibile come l’ignoto sia ancora una volta una dimensione decisiva nell’esperienza della realtà, anche se le nostre conoscenze parziali e descrittive sono aumentate in modo vertiginoso.

Ma se le cose stanno così, non ci sarà mai jet, aerorazzo o telefonino che possa veramente colmare le distanze che esistono tra una persona e l’altra e tra ognuno di noi e se stesso. Per questo il senso dell’ignoto continuerà a esistere e noi continueremo a proiettarlo nei sogni, sul lettino dello psicanalista e in romanzi, racconti o film. Ed è in questo terreno che mette radici l’esperienza della paura.

"Wassergeist", acquerello di Alfred Kubin.

Copertina di Karol Thole per "Io sono Helen Driscoll".

"Wassergeist", acquerello
di Alfred Kubin.

Copertina di Karol Thole per
"Io sono Helen Driscoll".

La dimensione estetica

È paradossale: per interpretare il mondo proiettiamo fuori di noi il contenuto psichico, ma così facendo rendiamo soggettivo il processo, né potrebbe essere altrimenti. Ombre e interrogativi, mostri e illuminazioni cammineranno fianco a fianco nella realtà che percepiamo (e che, come si è suggerito prima, noi stessi contribuiamo a creare). A teatro, al cinema, in letteratura questo processo ambiguo viene sintetizzato in una rappresentazione e dà luogo al senso artistico dell’ignoto, una creazione vitale intesa come tentativo umano di interpretare la propria natura.

La necessità di dare un volto a ciò che non si conosce, o comunque di circoscriverne l’estensione, comporta il confronto con l’angoscia fondamentale di chi si trova calato nella realtà e proprio per questo non potrà mai afferrarla globalmente né oggettivamente. Il fantastico terrificante tratta esplicitamente dell’ignoto, cioè del disagio che viene dal non conoscere la realtà delle cose o di noi stessi, proprio perché siamo noi stessi.

Tanto forte e potente è questo disagio – e, meno in negativo, il mistero affascinante cui rinvia – che l’umanità ha espresso, come prodotto della cultura, quel formidabile sistema di valori che sono le religioni: esse si occupano dell’ignoto dal punto di vista di chi lo rivela o cerca di riconciliarlo in qualche maniera con l’esperienza. Ma anche le religioni a un certo punto si fermano e dicono: «qui c’è il mistero, la risposta è solo nella mente di Dio». Poiché alla mente di Dio nessuno potrà mai arrivare, è evidente che alla categoria dell’ignoto non si sottrae alcun aspetto della natura umana, della civiltà e della cultura: nemmeno la religione stessa.

Civiltà e cultura, dunque, hanno il ruolo di circoscrivere ciò che non si conosce, plasmando nuovi aspetti del reale. Quando le loro contraddizioni tarpano o rendono inefficace questo meccanismo, come avviene talora al giorno d’oggi, il sentimento di paura ne esce rafforzato fino a giungere agli estremi dell’orrore e del terrore. La produzione moderna di simboli terrificanti affronta il problema dell’ignoto dandogli forme bizzarre e a volte grottesche, chiamandole non semplicemente mostri ma "creature". In che senso? Facciamo un esempio: il romanzo che Mary Shelley pubblicò nel 1818 e che molti conosceranno attraverso le versioni cinematografiche, Frankenstein. Si tratta certamente di un libro imperniato sul sentimento di paura, ma anche sul problema della conoscenza, e conoscenza scientifica in particolare. Lo scienziato Frankenstein dà vita a una creatura artificiale con procedimenti avanzati ma non magici (anche se il suo lavoro biologico non viene spiegato nei dettagli). Nelle versioni cinematografiche si vuole che metta insieme pezzi di cadavere, ma nel romanzo Frankenstein è una specie di alchimista che dà vita alla sua creatura da un miscuglio di natura biologica.

Mary Shelley.
Mary Shelley

Boris Karloff in "Frankenstein" (1931).
Boris Karloff in "Frankenstein" (1931).

Horace Walpole.
Horace Walpole.

Matthew G. Lewis.
Matthew G. Lewis.

Abbiamo fatto l’esempio di Frankenstein per parlare di un caso classico di horror moderno, conciliabile con i parametri di una civiltà che ancora si ritiene "illuminata", non medievale e oscurantista come quella rappresentata nei romanzi gotici del Settecento. Lo sviluppo di uno sfondo intellettuale consono alla modernità (e anzi mutuato da essa) è stato graduale, ma nella formazione del genere ha avuto un peso fondamentale: a livello di contenuti questo si è manifestato nella dialettica reale/irreale, che è assente, naturalmente, dai generi fantastici più "puri" (fiaba, racconto del focolare, ecc.).

Facendo un passo indietro per istituire un paragone con Frankenstein, vedremo come nei primi romanzi gotici (Il castello d’Otranto di Horace Walpole, L’italiano di Anne Radcliffe, Melmoth di Charles Robert Maturin, Il monaco di Matthew G. Lewis, Vathek di William Beckford, eccetera) il terrore non derivasse da una riflessione sulla modernità in quanto tale – e in particolare sulle manipolazioni della scienza, che erano ancora di là da venire – ma dall’abile strumentalizzazione di un’altra invenzione recente, il romanzo in prosa. Con l’introduzione di un elemento soprannaturale nella formula realistica del romanzo, Walpole, Maturin o la Radcliffe davano vita a un genere parallelo in cui il contrasto rende l’elemento fantastico ancora più provocatorio e l’irreale viene accettato come un ingrediente indispensabile, un po’ come era stata accettata la magia nei romanzi cavallereschi del Medioevo, composti in gran parte per un pubblico colto.

Visto che ci siamo rivolti alle origini del genere, può essere lecito domandarsi da cosa traessero spunto i romanzi gotici e quale influenza, a loro volta, esercitassero. I modelli dei primi best seller del brivido erano stati i racconti di spiriti dei secoli XVI e XVII, soprattutto tedeschi (gli Schauerroman), adattati ai gusti di lettori esigenti del secolo XVIII; ma in breve tempo, cinquant’anni o poco più, il romanzo nero avrebbe generato una tale messe di epigoni che un pubblico sempre più vasto si sarebbe avvicinato alle sue varianti, rendendole popolarissime tra la borghesia di tutta Europa e d’America. Il "gotico" è alla base della giovane letteratura americana, di cui i romanzi perturbanti di Charles Brockden Brown (Wieland, ecc.) costituiscono la prima pietra e preparano il terreno per i racconti di Poe e Nathaniel Hawthorne, autori che rappresentano la base della modernità.

Charles Brockden Brown e Nathaniel Hawthorne.

In fondo all’anima

Con Edgar Allan Poe la poetica del terrificante e del sublime abbandona il cliché gotico: «Il terrore», dirà il maestro americano, «non è in Germania, è nell’anima». Addio, quindi, ai castelli diroccati, ai fantasmi che trascinano catene nei sotterranei, ai patti col diavolo fatti in convento; una nuova architettura si sostituisce alla vecchia e per la prima volta si assiste a un’"autocitazione" del racconto nero: mentre la casa Usher trema e geme, preparandosi a crollare sotto la spinta della sepolta viva Madeline, il narratore legge al padrone di casa, Roderick, le pagine di un romanzo nero. È come se Poe volesse sottolineare la fine del genere convenzionale e il suo aprirsi a nuove diramazioni, alla planimetria di casa Usher che "non è" un castello ma una cassa di risonanza, uno strumento musicale che vibra le note dell’inconscio come un liut suspendu. Alla mera introduzione del soprannaturale, si aggiunge l’intenzione di rappresentare la realtà interiore con la stessa efficacia di quella esterna. Casa Usher è un evidente specchio dell’anima.

In una celebre antologia, Racconti fantastici dell’Ottocento, Italo Calvino ha tracciato una significativa distinzione fra due fasi nello sviluppo del genere: la prima in cui il fantastico nasce dal dubbio sulla realtà "oggettiva" dei fenomeni terrificanti; la seconda in cui il senso di straniamento deriva sicuramente da una fonte interna, l’anima di Poe o la mente sconvolta e visionaria di E.T.A. Hoffmann, che è stato il Poe tedesco e in fondo il suo anticipatore. Per Hoffmann il delirio individuale mette sempre in comunicazione con una realtà alternativa e superiore, che trascende il mondo e di cui il nostro piano di realtà rimane una semplice ombra; in Poe, dove la ricerca di una dimensione arabesca è pure presente, l’accento raggiunge più raramente toni metafisici, anche se è indubbio che la sua costante tendenza sia quella di superare i limiti del reale (Gordon Pym, ecc). In effetti Poe è un po’ a cavallo tra i due momenti, e non è un caso che nei suoi racconti abbia fatto abbondantemente ricorso allo straordinario e all’ossessione, quasi mai al soprannaturale in senso puro. Insieme al Poe introspettivo, Calvino raggruppa nella seconda fase del ciclo i racconti di Gogol’, Maupassant e Henry James, gli autori con cui il terrore – o almeno l’inquietante – entra decisamente nella letteratura moderna, insieme al tema del Doppio: è una produzione piuttosto intellettuale, che sembra anticipare la psicanalisi e le metamorfosi del romanzo moderno, fino a Kafka. Certo, gli eccessi di cerebralismo possono nuocere al racconto pauroso: Henry James, che ha scritto molti famosi racconti soprannaturali – uno per tutti, il capolavoro Il giro di vite – è più ricordato nelle storie della letteratura americana che in quelle della narrativa nera, dove qualcuno potrebbe addirittura sostenere che gli sia superiore M. R. James, il quasi omonimo di origine inglese che è uno specialista di ghost stories. Ma una volta costruito l’ambiente e creata l’atmosfera adatta, il racconto del terrore mira quasi invariabilmente allo stesso scopo: ribaltare le nostre certezze per fare posto a un’inquietudine che s’insinua anche nei contesti apparentemente più familiari. Tale procedimento, aggiornato in varia misura fino ai nostri giorni, ha come scopo non solo lo spavento fisico, ma l’immersione in una realtà regolata da leggi sconosciute. Una realtà allucinatoria che riproduce l’esperienza dell’incubo, mentre il fantastico cambia di segno e viene accettato tra le possibilità del genere mimetico per eccellenza, il romanzo.

Edgar Allan Poe, Nikolaj V. Gogol', Guy de Maupassant e Franz Kafka.

L’ignoto e l’arcano

Così modernizzato, il racconto nero acquista nuova popolarità. In Italia ne abbiamo avuta un’eco qua e là, ad esempio nel celebre calco da Poe di Giovanni Verga (Le storie del castello di Trezza) o nei racconti di Remigio Zena (Confessione postuma), mentre gli scapigliati Tarchetti, Boito eccetera sono ormai poco leggibili. In compenso, l’Italia ci ha dato un teorico del mistero di prima grandezza in Giacomo Leopardi, la cui filosofia può riassumersi nel verso desolante «Arcano è tutto, Fuor che il nostro dolor», dove per arcano deve intendersi, etimologicamente, ciò che è occulto ma anche ciò che non sarà mai conoscibile. L’esempio leopardiano può farci riflettere su un altro aspetto importante della questione: che non è possibile ricreare una realtà – tantomeno la realtà profonda della paura – senza un’adeguata visione teorica che ne costituisca lo sfondo. Molti fallimenti nel campo del terrore come genere artistico non dipendono solo da imperizia o inesperienza narrativa, ma dal vuoto concettuale e dalla superficialità degli autori. Per tornare al panorama italiano, negli anni Cinquanta e Sessanta Dino Buzzati ha scritto una memorabile serie di racconti "strani", alcuni dei quali sconfinanti nel terrore (La boutique del mistero, 1968), che si svolgono in ambienti surreali e sono costellati di punti interrogativi esistenzialisti. Ai giorni nostri, Valerio Evangelisti racconta le mostruose avventure dell’inquisitore Eymerich facendo capo a una personale interpretazione della psicanalisi junghiana, oltre che delle sue approfondite conoscenze di storico. Per ribaltare l’ordine noto delle cose, bisogna averne una definita coscienza; per sostituirvi l’ignoto bisogna avere una capacità speculativa pari a quella dell’immaginazione. In questo senso, noteremo, la sofisticata operazione degli artisti della paura è l’opposto della tensione indiscriminata voluta dai terroristi o dai politici rozzi e privi di scrupoli.

Nell’impianto del racconto del terrore, naturalmente, il pensiero può non seguire affatto canoni "razionali": per tutto l’Ottocento, sotto la spinta del romanticismo o delle teorie radicali e alternative dell’esoterismo, gli autori europei mostreranno un vivo interesse per il problema della vita dopo la morte, i mondi dell’aldilà, il satanismo e la magia. I romanzi decadenti di Pater, Machen e Joris-Karl Huysmans (Là-bas, 1891) sono un tentativo di inserire gli studi sull’occultismo tra le fonti d’ispirazione del narratore-iniziato; in un campo più specialistico, le opere di Joseph Sheridan Le Fanu (il noto autore di Carmilla, 1872) e di Sir Arthur Conan Doyle, convinto spiritista, uniranno l’interesse esoterico a quello scientifico, sottolineando come l’occulto sia di nuovo presente nel mondo moderno. Oltre a Sherlock Holmes, la narrativa inglese ci darà tutta una serie di investigatori che si occuperanno seriamente di case infestate, vampirismo, fantasmi e allucinazioni: fra i più importanti ricordiamo il dottor Hesselius di Le Fanu, il Van Helsing di Bram Stoker (il "medico trascendentale" destinato a sconfiggere Dracula nel 1897), il Carnacki di William Hope Hodgson, il dottor Silence di Algernon Blackwood e così via. Con questi autori e personaggi arriviamo alla fine del secolo XIX e all’inizio del XX, epoca in cui vengono fondate le prime Società per la Ricerca Psichica e vere e proprie associazioni ermetiche, la più famosa delle quali è probabilmente quella inglese della Golden Dawn, una confraternita di iniziati cui sono appartenuti gli scrittori dell’orrore Bram Stoker e Arthur Machen ma anche il poeta W.B. Yeats.

E.T.A. Hoffmann.
E.T.A. Hoffmann.

Henry James.
Henry James
.

Giacomo Leopardi.
Giacomo Leopardi.

Dino Buzzati.
Dino Buzzati.

Poi, nel periodo che gli inglesi definiscono edoardiano e che si situa a cavallo della prima guerra mondiale, la ghost story cede gradualmente il posto a un nuovo tipo di racconto dell’orrore, il weird tale rappresentato da William Hope Hodgson, da una parte della produzione di Machen e Algernon Blackwood e, in America, da H.P. Lovecraft con il suo originale miscuglio di horror, fantasy e fantascienza. Il genere weird – termine che potremmo tradurre con "arcano" – affronta l’ignoto in chiave pseudoscientifica. Siamo quasi alle soglie della fantascienza, e infatti la fonte dell’orrore non è più in un castello o in una segreta e nemmeno nell’anima, che pure è un aspetto fondamentale della relazione microcosmo-macrocosmo; è invece nei cieli, nelle distese dello spazio e del tempo, nei luoghi dimenticati della Terra e in allucinanti dimensioni "altre", cioè nelle regioni che la scienza ha conquistato all’esperienza dopo le scoperte di Darwin. Nel weird tale regna un ritmo febbrile d’avventura, di scoperta, di restituzione della paura a una sfera che si direbbe filosofica: nei racconti di Lovecraft l’orrenda emersione del colosso Cthulhu dalle rovine di R’lyeh, la metropoli di pietra sepolta nel Pacifico, l’orrore semi-immateriale di Dunwich e gli esseri filtrati dalle stelle sono idee e astrazioni, l’immagine di un universo immenso e indifferente, lo specchio di piani di realtà colossali. Il teorema dell’infinito si snoda in una sequela di dimensioni alternative dalle geometrie incomprensibili. È questa complessità ideale a ipnotizzare i lettori di H.P. Lovecraft, non la melma che ricopre i templi e neppure, in un certo senso, la mucillagine che ricopre i mostri, che rimangono i simboli d’una riflessione aggiornata sull’ignoto.

Con il weird tale l’horror moderno completa il suo cerchio: partito dalla descrizione di paure meravigliose e forse meravigliosamente "reali", approdato alle rarefatte dimensioni del racconto psicologico, torna a occuparsi del mistero al di là di noi, mostrandone, allo stesso tempo, la complementarità con la sfera psichica. Ancora un passo e saremo nel campo della science fiction.

Joris-Karl Huysmans
Joris-Karl Huysmans.

H.P. Lovecraft.
H.P. Lovecraft
.

Arthur Conan Doyle e Bram Stoker.

Non a caso, dopo la seconda guerra mondiale i maggiori eredi della tradizione nera saranno alcuni autori acclamati anche nel campo della fantascienza, e saranno quasi tutti americani: Ray Bradbury, Shirley Jackson, Fritz Leiber, Theodore Sturgeon, Richard Matheson, Robert Bloch, Harlan Ellison, Avram Davidson, con l’interessante eccezione del francese Jacques Spitz e dei belgi Jean Ray e Thomas Owen. Con loro si scende di nuovo sulla terra, o almeno si torna nei limiti dello spazio euclideo che Lovecraft, inventando una mitologia trans-uranica, aveva genialmente snobbato. In questi autori il punto di vista cosmico viene mantenuto, con la differenza che – dati i progressi della tecnologia, i grandi cambiamenti nel modo di vivere urbano e la sempre maggior efficienza nel gettare discredito sulle superstizioni – galassie e simili abissi dovranno fare i conti con problemi di tutti i giorni quali l’inquinamento di Chicago, la psicanalisi, la pubblicità e le missioni della Nasa. Per fortuna, l’equilibrio tra il quotidiano e lo straordinario viene mantenuto in modo ammirevole e nel periodo 1939-1975 escono molti dei più bei racconti moderni dell’orrore: Malpertuis di Jean Ray, Killdozer! e "Le mani di Bianca" di Ted Sturgeon, le raccolte Neri araldi della notte e Occhi d’ombra di Fritz Leiber, i romanzi Scacco al tempo, Ombre del male e Nostra signora delle tenebre dello stesso Leiber, i quattro volumi di racconti Shock! di Richard Matheson e i suoi romanzi Tre millimetri al giorno, Io sono leggenda, Io sono Helen Driscoll, La casa d’inferno. Dark Carnival e Paese d’ottobre di Ray Bradbury contengono alcuni dei racconti migliori di questo singolare autore, e mentre Robert Bloch dà il via all’horror-best seller con Psycho, Shirley Jackson ci offre raffinati capolavori come La casa degli invasati e i racconti di The Lottery.

A partire dagli anni Sessanta, H. P. Lovecraft entra nell’olimpo dei classici mentre gli autori del dopoguerra ci offrono l’ultimo affidabile ritratto (nel senso di non ipocrita, non sentimentale) di un mondo slittato verso il futuro, sconvolto dai cambiamenti e da un traumatico aggiornamento dei vecchi sensi di colpa. La modernità e l’eleganza di un Leiber, di un Bradbury, della Jackson e di Ellison permettono a questi autori di essere riletti ancora oggi, trenta o quarant’anni dopo la prima pubblicazione, proprio come rileggiamo i classici moderni. Il loro esempio farà da guida agli scrittori della generazione successiva, quella con cui il genere tornerà allo status di best seller, come non accadeva più dal tempo dei romanzi gotici.

Locandina di "Psycho" (1960).
Locandina di "Psycho" (1960).

Fritz Leiber.
Fritz Leiber
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Una scena dal film "Il silenzio degli innocenti" (1991).
Una scena dal film "Il silenzio degli innocenti" (1991).

La fine del mondo

L’esplosione commerciale e mediatica del genere terrificante è avvenuta, in grande stile, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, con il sorprendente successo di alcuni testi e di alcune pellicole usciti a distanza di pochi anni gli uni dagli altri: Rosemary’s Baby di Ira Levin (1967), L’esorcista di William Peter Blatty (1971) e Carrie di Stephen King (1974), tutti e tre trasformati in film di enorme successo, con autori di primo piano dietro la macchina da presa (rispettivamente Roman Polanski, William Friedkin e Brian De Palma).

Questi romanzi e questi film hanno dimostrato che esisteva un vasto pubblico interessato a storie traumatiche, profondamente calate nella realtà di oggi o nel suo mito, inquietanti e in qualche modo destabilizzanti, ma che al tempo stesso permettessero a un’umanità prevalentemente americana, e sempre più spaventata, di stringersi in un’ideale coalizione contro il Nemico che insidia i nostri presunti valori (i quali continuano a sgretolarsi per cause anche molto più concrete). È stato detto che i film horror siano "la droga dei poveri", ma è probabile che siano anche un testo interpretativo ideale – perché rivolto all’inconscio prima che alla ragione – di una realtà che i non-lettori di Adorno e Horkheimer, di McLuhan e Marcuse non riescono più a giustificare. Il cinema e la letteratura del terrore sono testi sociologici sulla fine del mondo: solo che azzannano prima di razionalizzare.

Dario Argento.
Dario Argento.

Stephen King.
Stephen King.

Pupi Avati.
Pupi Avati.

La copertina del dvd di "Zeder" (1983).
La copertina del dvd di "Zeder" (1983).

Come conseguenza, d’ora in poi gli autori riporteranno in auge contesti familiari al pubblico americano-planetario: la presenza del diavolo (Rosemary’s Baby, la cui versione cinematografica è tuttavia un’operazione raffinata), la possessione (L’esorcista, un film spartiacque tra l’America libertaria e contestatrice degli anni Sessanta e quella espressionista e generatrice di mostri che seguirà) e i poteri paranormali. Accanto a questi motivi universali, a questi Vecchi Spauracchi Rivisitati, si affiancheranno presto altre figure: lo zombie riletto in chiave sociopolitica e l’orco, che sotto le spoglie del serial killer o del cannibale sarà la figura dominante dell’horror letterario e cinematografico negli anni Novanta. Il padrino dell’orco è forse l’albergatore Norman Bates in Psycho di Robert Bloch (1959, trasformato in film da Alfred Hitchcock); ma è indubbio che il suo papà ufficiale sia oggi Thomas Harris, in una serie di romanzi che hanno per protagonista lo psichiatra cannibale Hannibal Lecter, il più famoso dei quali è Il silenzio degli innocenti (1988). Il serial killer è diventato l’eroe di una saga senza fine: è lui il cowboy della notte, il crociato nero, il ribelle irriducibile. È anche l’esiliato, l’ingiustiziato, colui nel quale si riconoscono le frustrazioni e le pulsioni più anarchiche del pubblico.

Sotto la spinta del mercato Usa, intriso oltretutto di tendenze "spirituali" e new age, i film fantastici a piccolo, medio e grande budget continueranno a uscire a ritmo serrato: la percentuale di pellicole sataniche, messianiche, esorcistiche o extraterrestri sarà dominante. Gli anni Ottanta e Novanta sono caratterizzati da una valanga di opere neogotiche ed "estreme"; in Italia ne è arrivata solo un’infinitesima parte, ma è bastata a farsi un’idea di quest’intensivo sfruttamento dell’oltretomba, della violenza fisica (nei sottogeneri splatter e splatterpunk) e della schizofrenia. Come derivato, è sorta anche da noi una scuola fantastica: dai registi Pupi Avati, Dario Argento e Gabriele Salvatores, degni eredi non solo di Mario Soldati e Federico Fellini ma di Riccardo Freda, Mario Bava e Lucio Fulci, a scrittori come Niccolò Ammaniti, Tiziano Scarpa, Valerio Evangelisti, Matteo Curtoni, Gianfranco Nerozzi, Carlo Bordoni e Gaetano Mistretta. Intanto, alcuni autori di una certa levatura hanno continuato a distinguersi nel panorama americano. Stephen King è il principale responsabile della formula "terrore mainstream": forse non originalissimo nelle invenzioni fantastiche ma capace di descrivere efficacemente ambienti piccolo-borghesi in preda alla follia; Dean R. Koontz, un bravo artigiano che aveva cominciato con lo scrivere fantascienza; T.E.D. Klein, autore di alcuni bei racconti e di un romanzo-omaggio ad Arthur Machen, Le cerimonie; Thomas Ligotti, autore che non si preoccupa tanto del verosimile quanto dell’effetto "spiazzante" dei suoi racconti; Joe R. Lansdale, un texano inclassificabile che spazia dall’horror al noir alla fantascienza e che rappresenta una delle voci più originali della narrativa di genere; e tra gli inglesi senz’altro Clive Barker, Ramsey Campbell, James Herbert, Kim Newman e Amanda Prantera.

Ramsey Campbell.
Ramsey Campbell.

Clive Barker.
Clive Barker.

Disegno di Dino Battaglia per un racconto di Poe.

Disegno di Dino Battaglia
per un racconto di Poe.

Salvo poche eccezioni, gli autori contemporanei affrontano tematiche d’impatto immediato: l’impossibilità di una vita tranquilla nella provincia rurale (e dunque l’impossibilità dell’innocenza); l’odio che mina anche i rapporti più intensi; il Male scritto con la maiuscola per indicare che si tratta di un agente reale e concreto (in risposta al risorgente interesse per le religioni, i manicheismi e gli spiritualismi che hanno caratterizzato la fine secolo); il tema della Metà Oscura e dell’Orco, che forse è fuori di noi o forse dentro, insidiandoci proprio mentre stiamo facendo il pieno alla macchina nuova. La civiltà occidentale e occidentalizzata ha conosciuto una nuova ondata di paranoia, simile a quella scatenata negli anni Cinquanta dalla guerra fredda ma più durevole; per questo, il centro della paura ha finito con lo spostarsi dall’Altrove assoluto verso articoli più concreti: patria, famiglia, il corpo con le sue limitazioni, mortificazioni e mutilazioni, espressione di un profondo disturbo nell’immagine di sé. Non a caso l’horror contemporaneo è zeppo di cadaveri, di incesti, di morti che ritornano per violentare le ragazze, di psicopatici, di ragazzini terribili e alien. E sarebbe impensabile senza lo stretto rapporto con il cinema e la televisione. Certe semplificazioni, dunque, non devono stupire: sono espressione di un mercato dell’intrattenimento tecnologico, visuale e virtuale. Ma sono anche le spie di un turbamento profondo e generalizzato, ormai non più limitato a un pugno di intenditori o a un manipolo di appassionati del bizzarro.

Nei fumetti, nei videogiochi, sulle riviste, il terrore impazza. A volte come simulazione, a volte come nostalgia, più spesso come gergo semplificato e generalizzato, lingua franca di una generazione che non ha conosciuto né il fascismo né la guerra fredda sulla propria pelle, ma che continua a sentire il disagio della realtà.

Giuseppe Lippi

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