Il teatro dell’inquietudine
La tensione e l’angoscia, l’orrore e il terrore sono
aspetti importanti del panorama culturale moderno, a cominciare dai
capolavori della pittura e del cinema espressionisti; e una prima
considerazione potrebbe essere che si tratti di fondamentali elementi
drammatici. Dai drammi elisabettiani del Seicento ad alcuni testi-chiave
dell’Ottocento, tutto il teatro classico si regge su violente
espressioni di conflitto esteriore e interiore, d’angoscia e in ultima
analisi di paura (vista come chiave dell’incertezza umana). Il cinema ha
seguito questo esempio, scavando sempre più a fondo nell’irrazionale.
La storia della drammaturgia in Occidente, cioè la
storia del pathos, ci serve a capire meglio il nostro tempo. Nell’ultimo
paio di secoli è avvenuto che la platea si sia enormemente allargata: vi
hanno avuto accesso milioni di persone cui nel passato questo privilegio
era negato o era consentito in misura assai ridotta. Si è venuto a creare
il fenomeno di un vasto pubblico che legge romanzi, va a teatro, compra i
giornali e, oggi, va al cinema e guarda la televisione: questa platea
mondiale ha fatto sì che le forme drammatiche tradizionali portassero a
galla patemi e aspettative di un’enorme massa popolare. Sono così
emerse – grazie anche a nuovi linguaggi particolarmente affini ai
meccanismi del sogno e dell’incubo, come quello cinematografico – le
ansie di milioni di uomini. Tra il pathos catartico della tragedia
e le paure di oggi vi è, se non sempre un legame estetico, un comune
sfondo filosofico, l’interrogazione sulla situazione dell’individuo (e
della collettività) di fronte a ciò che lo sovrasta, all’ignoto su cui
non ha potere.
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Raymond
Chandler |
"La
torcia della guerra" di A. Kubin. |
Esperienza psicologica
Molti hanno bisogno di paure immaginarie per scaricare
il proprio disagio: di qui l’immensa fortuna dei romanzi polizieschi, di
cui su questa rivista si è già parlato; apparentemente i libri e i film
gialli appartengono a un genere ordinato e razionale, volto al
ristabilirsi di un ordine dopo che questo è stato lacerato. In realtà,
racconti del genere esprimono soprattutto un potenziale di angoscia.
L’analisi del detective ci interessa, stimola
il lato snobistico che è in noi e ci avvince come quando facciamo le
parole crociate o i rebus, ma quel che emotivamente ci attrae in un
romanzo poliziesco è "l’odore di paura" di cui parlava
Raymond Chandler, che è stato non solo un grande scrittore, ma anche un
teorico del genere. L’odore di paura nasce dal fatto che a ogni pagina
può esserci un morto ammazzato, un uomo che finisce male non solo perché
viene liquidato, ma anche perché, in virtù del suo trapasso, diventa un
cittadino di serie Z: il cadavere come residente di ambienti squallidi e
penosi quali l’obitorio o la centrale di polizia, dove quel che conta è
il suo numero di serie.
Se la paura è fortemente presente nel giallo lo è
anche nella fantascienza, la quale – l’abbiamo visto in un precedente dossier
di Letture –è il filone letterario della paura
generalizzata. Fino a solo vent’anni fa la gente viveva nel concreto
timore di un terzo conflitto mondiale che da un giorno all’altro
spazzasse via l’umanità a suon di bombe atomiche, e quand’anche non
immaginasse la fine del mondo dovuta all’olocausto nucleare, nutriva la
paura delle radiazioni, delle mutazioni genetiche indotte dalla
radioattività e del fatto che la vita sulla terra potesse trasformarsi in
un incubo.
Non che adesso siamo usciti da quella cappa, ma gli
avvenimenti degli ultimi anni hanno fatto sì che quel tipo di paura
planetaria prendesse altre strade: un esempio è il timore di moltissime
persone nei confronti delle armi chimiche o batteriologiche. Le nostre
ansie traggono origine direttamente dal modo di vivere nella civiltà
tecnologica; siamo apprendisti stregoni come il Topolino del cartone
disneyano Fantasia, fabbrichiamo allo stesso tempo bombe atomiche e
computer, ospedali e medicinali sbalorditivi, radiotelescopi e virus
letali. Insomma, traffichiamo con la natura; ma siccome "questa è la
nostra natura", non è esatto dire che l’uomo interferisca con una
sfera a lui estranea, come voleva la concezione tradizionale. Oggi ha più
senso affermare che la natura, manifestandosi nell’uomo, interferisca
con se stessa, e la cosa ci preoccupa perché tali interferenze possono
determinare gravi conseguenze al nostro livello limitato di esistenza
umana.
Tutto questo, e altro ancora, si travasa nella narrativa
fantastica sotto forma di paura dell’ignoto. Non si tratta soltanto del
fatto che possiamo distruggere il mondo grazie ai virus, alle bombe
atomiche, alla guerra batteriologica o alla semplice disumanizzazione di
una società robotizzata: nella fantascienza – e lo vedremo ancora più
sviluppato nell’horror – prende corpo, parallelamente alla
coscienza dei nostri limiti come specie, una paura metafisica di ciò che
ignoriamo.
A noi sembra di conoscere tutto, e mai come in questi
ultimi anni abbiamo trasformato la terra in un "villaggio", come
amano dire i massmediologi: cioè un posto nel quale si può facilmente
comunicare, andare ovunque e non avere quasi più sorprese; in realtà,
ancora una volta dobbiamo renderci conto che lo spazio da noi esplorato
fisicamente è soltanto un frammento di una realtà più vasta e
corrisponde comunque a uno spazio interiore, psichico, del quale abbiamo
una conoscenza minima. Non diversamente dalla piccola frazione del
cervello che adoperiamo da svegli, o di quella efficace parte della natura
umana che definiamo mente cosciente, lo spazio interiore rimane una zona
largamente inesplorata e ignota.
Questa sfuggente dimensione psichica viene da noi
continuamente proiettata verso l’esterno (è il solo modo che abbiamo
per rappresentarci la realtà): ne segue che lo spazio
"oggettivo" o esterno che credevamo di esaminare
spassionatamente è in larga parte frutto dell’immaginazione, una sua
elaborazione o estensione. In questo senso, è perfettamente comprensibile
come l’ignoto sia ancora una volta una dimensione decisiva nell’esperienza
della realtà, anche se le nostre conoscenze parziali e descrittive sono
aumentate in modo vertiginoso.
Ma se le cose stanno così, non ci sarà mai jet,
aerorazzo o telefonino che possa veramente colmare le distanze che
esistono tra una persona e l’altra e tra ognuno di noi e se stesso. Per
questo il senso dell’ignoto continuerà a esistere e noi continueremo a
proiettarlo nei sogni, sul lettino dello psicanalista e in romanzi,
racconti o film. Ed è in questo terreno che mette radici l’esperienza
della paura.
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"Wassergeist",
acquerello
di Alfred Kubin. |
Copertina
di Karol Thole per
"Io sono Helen Driscoll". |
La dimensione estetica
È paradossale: per interpretare il mondo proiettiamo
fuori di noi il contenuto psichico, ma così facendo rendiamo soggettivo
il processo, né potrebbe essere altrimenti. Ombre e interrogativi, mostri
e illuminazioni cammineranno fianco a fianco nella realtà che percepiamo
(e che, come si è suggerito prima, noi stessi contribuiamo a creare). A
teatro, al cinema, in letteratura questo processo ambiguo viene
sintetizzato in una rappresentazione e dà luogo al senso artistico dell’ignoto,
una creazione vitale intesa come tentativo umano di interpretare la
propria natura.
La necessità di dare un volto a ciò che non si
conosce, o comunque di circoscriverne l’estensione, comporta il
confronto con l’angoscia fondamentale di chi si trova calato nella
realtà e proprio per questo non potrà mai afferrarla globalmente né
oggettivamente. Il fantastico terrificante tratta esplicitamente dell’ignoto,
cioè del disagio che viene dal non conoscere la realtà delle cose o di
noi stessi, proprio perché siamo noi stessi.
Tanto forte e potente è questo disagio – e, meno in
negativo, il mistero affascinante cui rinvia – che l’umanità ha
espresso, come prodotto della cultura, quel formidabile sistema di valori
che sono le religioni: esse si occupano dell’ignoto dal punto di vista
di chi lo rivela o cerca di riconciliarlo in qualche maniera con l’esperienza.
Ma anche le religioni a un certo punto si fermano e dicono: «qui c’è
il mistero, la risposta è solo nella mente di Dio». Poiché alla mente
di Dio nessuno potrà mai arrivare, è evidente che alla categoria dell’ignoto
non si sottrae alcun aspetto della natura umana, della civiltà e della
cultura: nemmeno la religione stessa.
Civiltà e cultura, dunque, hanno il ruolo di
circoscrivere ciò che non si conosce, plasmando nuovi aspetti del reale.
Quando le loro contraddizioni tarpano o rendono inefficace questo
meccanismo, come avviene talora al giorno d’oggi, il sentimento di paura
ne esce rafforzato fino a giungere agli estremi dell’orrore e del
terrore. La produzione moderna di simboli terrificanti affronta il
problema dell’ignoto dandogli forme bizzarre e a volte grottesche,
chiamandole non semplicemente mostri ma "creature". In che
senso? Facciamo un esempio: il romanzo che Mary Shelley pubblicò nel 1818
e che molti conosceranno attraverso le versioni cinematografiche, Frankenstein.
Si tratta certamente di un libro imperniato sul sentimento di paura, ma
anche sul problema della conoscenza, e conoscenza scientifica in
particolare. Lo scienziato Frankenstein dà vita a una creatura
artificiale con procedimenti avanzati ma non magici (anche se il suo
lavoro biologico non viene spiegato nei dettagli). Nelle versioni
cinematografiche si vuole che metta insieme pezzi di cadavere, ma nel
romanzo Frankenstein è una specie di alchimista che dà vita alla sua
creatura da un miscuglio di natura biologica.
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Mary Shelley
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Boris Karloff in "Frankenstein"
(1931).
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Horace Walpole.
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Matthew G. Lewis.
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Abbiamo fatto l’esempio di Frankenstein per
parlare di un caso classico di horror moderno, conciliabile con i
parametri di una civiltà che ancora si ritiene "illuminata",
non medievale e oscurantista come quella rappresentata nei romanzi gotici
del Settecento. Lo sviluppo di uno sfondo intellettuale consono alla
modernità (e anzi mutuato da essa) è stato graduale, ma nella formazione
del genere ha avuto un peso fondamentale: a livello di contenuti questo si
è manifestato nella dialettica reale/irreale, che è assente,
naturalmente, dai generi fantastici più "puri" (fiaba, racconto
del focolare, ecc.).
Facendo un passo indietro per istituire un paragone con Frankenstein,
vedremo come nei primi romanzi gotici (Il castello d’Otranto di
Horace Walpole, L’italiano di Anne Radcliffe, Melmoth di
Charles Robert Maturin, Il monaco di Matthew G. Lewis, Vathek di
William Beckford, eccetera) il terrore non derivasse da una riflessione
sulla modernità in quanto tale – e in particolare sulle manipolazioni
della scienza, che erano ancora di là da venire – ma dall’abile
strumentalizzazione di un’altra invenzione recente, il romanzo in prosa.
Con l’introduzione di un elemento soprannaturale nella formula
realistica del romanzo, Walpole, Maturin o la Radcliffe davano vita a un
genere parallelo in cui il contrasto rende l’elemento fantastico ancora
più provocatorio e l’irreale viene accettato come un ingrediente
indispensabile, un po’ come era stata accettata la magia nei romanzi
cavallereschi del Medioevo, composti in gran parte per un pubblico colto.
Visto che ci siamo rivolti alle origini del genere, può
essere lecito domandarsi da cosa traessero spunto i romanzi gotici e quale
influenza, a loro volta, esercitassero. I modelli dei primi best seller
del brivido erano stati i racconti di spiriti dei secoli XVI e XVII,
soprattutto tedeschi (gli Schauerroman), adattati ai gusti di
lettori esigenti del secolo XVIII; ma in breve tempo, cinquant’anni o
poco più, il romanzo nero avrebbe generato una tale messe di epigoni che
un pubblico sempre più vasto si sarebbe avvicinato alle sue varianti,
rendendole popolarissime tra la borghesia di tutta Europa e d’America.
Il "gotico" è alla base della giovane letteratura americana, di
cui i romanzi perturbanti di Charles Brockden Brown (Wieland, ecc.)
costituiscono la prima pietra e preparano il terreno per i racconti di Poe
e Nathaniel Hawthorne, autori che rappresentano la base della modernità.

In fondo all’anima
Con Edgar Allan Poe la poetica del terrificante e del
sublime abbandona il cliché gotico: «Il terrore», dirà il
maestro americano, «non è in Germania, è nell’anima». Addio, quindi,
ai castelli diroccati, ai fantasmi che trascinano catene nei sotterranei,
ai patti col diavolo fatti in convento; una nuova architettura si
sostituisce alla vecchia e per la prima volta si assiste a un’"autocitazione"
del racconto nero: mentre la casa Usher trema e geme, preparandosi a
crollare sotto la spinta della sepolta viva Madeline, il narratore legge
al padrone di casa, Roderick, le pagine di un romanzo nero. È come se Poe
volesse sottolineare la fine del genere convenzionale e il suo aprirsi a
nuove diramazioni, alla planimetria di casa Usher che "non è"
un castello ma una cassa di risonanza, uno strumento musicale che vibra le
note dell’inconscio come un liut suspendu. Alla mera introduzione
del soprannaturale, si aggiunge l’intenzione di rappresentare la realtà
interiore con la stessa efficacia di quella esterna. Casa Usher è un
evidente specchio dell’anima.
In una celebre antologia, Racconti fantastici dell’Ottocento,
Italo Calvino ha tracciato una significativa distinzione fra due fasi
nello sviluppo del genere: la prima in cui il fantastico nasce dal dubbio
sulla realtà "oggettiva" dei fenomeni terrificanti; la seconda
in cui il senso di straniamento deriva sicuramente da una fonte interna, l’anima
di Poe o la mente sconvolta e visionaria di E.T.A. Hoffmann, che è stato
il Poe tedesco e in fondo il suo anticipatore. Per Hoffmann il delirio
individuale mette sempre in comunicazione con una realtà alternativa e
superiore, che trascende il mondo e di cui il nostro piano di realtà
rimane una semplice ombra; in Poe, dove la ricerca di una dimensione
arabesca è pure presente, l’accento raggiunge più raramente toni
metafisici, anche se è indubbio che la sua costante tendenza sia quella
di superare i limiti del reale (Gordon Pym, ecc). In effetti Poe è
un po’ a cavallo tra i due momenti, e non è un caso che nei suoi
racconti abbia fatto abbondantemente ricorso allo straordinario e all’ossessione,
quasi mai al soprannaturale in senso puro. Insieme al Poe introspettivo,
Calvino raggruppa nella seconda fase del ciclo i racconti di Gogol’,
Maupassant e Henry James, gli autori con cui il terrore – o almeno l’inquietante
– entra decisamente nella letteratura moderna, insieme al tema del
Doppio: è una produzione piuttosto intellettuale, che sembra anticipare
la psicanalisi e le metamorfosi del romanzo moderno, fino a Kafka. Certo,
gli eccessi di cerebralismo possono nuocere al racconto pauroso: Henry
James, che ha scritto molti famosi racconti soprannaturali – uno per
tutti, il capolavoro Il giro di vite – è più ricordato nelle
storie della letteratura americana che in quelle della narrativa nera,
dove qualcuno potrebbe addirittura sostenere che gli sia superiore M. R.
James, il quasi omonimo di origine inglese che è uno specialista di ghost
stories. Ma una volta costruito l’ambiente e creata l’atmosfera
adatta, il racconto del terrore mira quasi invariabilmente allo stesso
scopo: ribaltare le nostre certezze per fare posto a un’inquietudine che
s’insinua anche nei contesti apparentemente più familiari. Tale
procedimento, aggiornato in varia misura fino ai nostri giorni, ha come
scopo non solo lo spavento fisico, ma l’immersione in una realtà
regolata da leggi sconosciute. Una realtà allucinatoria che riproduce l’esperienza
dell’incubo, mentre il fantastico cambia di segno e viene accettato tra
le possibilità del genere mimetico per eccellenza, il romanzo.

L’ignoto e l’arcano
Così modernizzato, il racconto nero acquista nuova
popolarità. In Italia ne abbiamo avuta un’eco qua e là, ad esempio nel
celebre calco da Poe di Giovanni Verga (Le storie del castello di
Trezza) o nei racconti di Remigio Zena (Confessione postuma),
mentre gli scapigliati Tarchetti, Boito eccetera sono ormai poco
leggibili. In compenso, l’Italia ci ha dato un teorico del mistero di
prima grandezza in Giacomo Leopardi, la cui filosofia può riassumersi nel
verso desolante «Arcano è tutto, Fuor che il nostro dolor», dove per
arcano deve intendersi, etimologicamente, ciò che è occulto ma anche
ciò che non sarà mai conoscibile. L’esempio leopardiano può farci
riflettere su un altro aspetto importante della questione: che non è
possibile ricreare una realtà – tantomeno la realtà profonda della
paura – senza un’adeguata visione teorica che ne costituisca lo
sfondo. Molti fallimenti nel campo del terrore come genere artistico non
dipendono solo da imperizia o inesperienza narrativa, ma dal vuoto
concettuale e dalla superficialità degli autori. Per tornare al panorama
italiano, negli anni Cinquanta e Sessanta Dino Buzzati ha scritto una
memorabile serie di racconti "strani", alcuni dei quali
sconfinanti nel terrore (La boutique del mistero, 1968), che si
svolgono in ambienti surreali e sono costellati di punti interrogativi
esistenzialisti. Ai giorni nostri, Valerio Evangelisti racconta le
mostruose avventure dell’inquisitore Eymerich facendo capo a una
personale interpretazione della psicanalisi junghiana, oltre che delle sue
approfondite conoscenze di storico. Per ribaltare l’ordine noto delle
cose, bisogna averne una definita coscienza; per sostituirvi l’ignoto
bisogna avere una capacità speculativa pari a quella dell’immaginazione.
In questo senso, noteremo, la sofisticata operazione degli artisti della
paura è l’opposto della tensione indiscriminata voluta dai terroristi o
dai politici rozzi e privi di scrupoli.
Nell’impianto del racconto del terrore, naturalmente,
il pensiero può non seguire affatto canoni "razionali": per
tutto l’Ottocento, sotto la spinta del romanticismo o delle teorie
radicali e alternative dell’esoterismo, gli autori europei mostreranno
un vivo interesse per il problema della vita dopo la morte, i mondi dell’aldilà,
il satanismo e la magia. I romanzi decadenti di Pater, Machen e Joris-Karl
Huysmans (Là-bas, 1891) sono un tentativo di inserire gli studi
sull’occultismo tra le fonti d’ispirazione del narratore-iniziato; in
un campo più specialistico, le opere di Joseph Sheridan Le Fanu (il noto
autore di Carmilla, 1872) e di Sir Arthur Conan Doyle, convinto
spiritista, uniranno l’interesse esoterico a quello scientifico,
sottolineando come l’occulto sia di nuovo presente nel mondo moderno.
Oltre a Sherlock Holmes, la narrativa inglese ci darà tutta una serie di
investigatori che si occuperanno seriamente di case infestate, vampirismo,
fantasmi e allucinazioni: fra i più importanti ricordiamo il dottor
Hesselius di Le Fanu, il Van Helsing di Bram Stoker (il "medico
trascendentale" destinato a sconfiggere Dracula nel 1897), il
Carnacki di William Hope Hodgson, il dottor Silence di Algernon Blackwood
e così via. Con questi autori e personaggi arriviamo alla fine del secolo
XIX e all’inizio del XX, epoca in cui vengono fondate le prime Società
per la Ricerca Psichica e vere e proprie associazioni ermetiche, la
più famosa delle quali è probabilmente quella inglese della Golden Dawn,
una confraternita di iniziati cui sono appartenuti gli scrittori dell’orrore
Bram Stoker e Arthur Machen ma anche il poeta W.B. Yeats.
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E.T.A. Hoffmann.
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Henry James.
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Giacomo Leopardi.
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Dino Buzzati.
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Poi, nel periodo che gli inglesi definiscono edoardiano
e che si situa a cavallo della prima guerra mondiale, la ghost story cede
gradualmente il posto a un nuovo tipo di racconto dell’orrore, il weird
tale rappresentato da William Hope Hodgson, da una parte della
produzione di Machen e Algernon Blackwood e, in America, da H.P. Lovecraft
con il suo originale miscuglio di horror, fantasy e fantascienza.
Il genere weird – termine che potremmo tradurre con
"arcano" – affronta l’ignoto in chiave pseudoscientifica.
Siamo quasi alle soglie della fantascienza, e infatti la fonte dell’orrore
non è più in un castello o in una segreta e nemmeno nell’anima, che
pure è un aspetto fondamentale della relazione microcosmo-macrocosmo; è
invece nei cieli, nelle distese dello spazio e del tempo, nei luoghi
dimenticati della Terra e in allucinanti dimensioni "altre",
cioè nelle regioni che la scienza ha conquistato all’esperienza dopo le
scoperte di Darwin. Nel weird tale regna un ritmo febbrile d’avventura,
di scoperta, di restituzione della paura a una sfera che si direbbe
filosofica: nei racconti di Lovecraft l’orrenda emersione del colosso
Cthulhu dalle rovine di R’lyeh, la metropoli di pietra sepolta nel
Pacifico, l’orrore semi-immateriale di Dunwich e gli esseri filtrati
dalle stelle sono idee e astrazioni, l’immagine di un universo immenso e
indifferente, lo specchio di piani di realtà colossali. Il teorema dell’infinito
si snoda in una sequela di dimensioni alternative dalle geometrie
incomprensibili. È questa complessità ideale a ipnotizzare i lettori di
H.P. Lovecraft, non la melma che ricopre i templi e neppure, in un certo
senso, la mucillagine che ricopre i mostri, che rimangono i simboli d’una
riflessione aggiornata sull’ignoto.
Con il weird tale l’horror moderno
completa il suo cerchio: partito dalla descrizione di paure meravigliose e
forse meravigliosamente "reali", approdato alle rarefatte
dimensioni del racconto psicologico, torna a occuparsi del mistero al di
là di noi, mostrandone, allo stesso tempo, la complementarità con la
sfera psichica. Ancora un passo e saremo nel campo della science
fiction.
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Joris-Karl Huysmans.
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H.P. Lovecraft.
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Non a caso, dopo la seconda guerra mondiale i maggiori
eredi della tradizione nera saranno alcuni autori acclamati anche nel
campo della fantascienza, e saranno quasi tutti americani: Ray Bradbury,
Shirley Jackson, Fritz Leiber, Theodore Sturgeon, Richard Matheson, Robert
Bloch, Harlan Ellison, Avram Davidson, con l’interessante eccezione del
francese Jacques Spitz e dei belgi Jean Ray e Thomas Owen. Con loro si
scende di nuovo sulla terra, o almeno si torna nei limiti dello spazio
euclideo che Lovecraft, inventando una mitologia trans-uranica, aveva
genialmente snobbato. In questi autori il punto di vista cosmico viene
mantenuto, con la differenza che – dati i progressi della tecnologia, i
grandi cambiamenti nel modo di vivere urbano e la sempre maggior
efficienza nel gettare discredito sulle superstizioni – galassie e
simili abissi dovranno fare i conti con problemi di tutti i giorni quali l’inquinamento
di Chicago, la psicanalisi, la pubblicità e le missioni della Nasa. Per
fortuna, l’equilibrio tra il quotidiano e lo straordinario viene
mantenuto in modo ammirevole e nel periodo 1939-1975 escono molti dei più
bei racconti moderni dell’orrore: Malpertuis di Jean Ray,
Killdozer! e "Le mani di Bianca" di Ted Sturgeon, le
raccolte Neri araldi della notte e Occhi d’ombra di Fritz
Leiber, i romanzi Scacco al tempo, Ombre del male e Nostra
signora delle tenebre dello stesso Leiber, i quattro volumi di
racconti Shock! di Richard Matheson e i suoi romanzi Tre
millimetri al giorno, Io sono leggenda, Io sono Helen Driscoll, La casa d’inferno.
Dark Carnival e Paese d’ottobre di Ray Bradbury contengono
alcuni dei racconti migliori di questo singolare autore, e mentre Robert
Bloch dà il via all’horror-best seller con Psycho,
Shirley Jackson ci offre raffinati capolavori come La casa degli
invasati e i racconti di The Lottery.
A partire dagli anni Sessanta, H. P. Lovecraft entra
nell’olimpo dei classici mentre gli autori del dopoguerra ci offrono l’ultimo
affidabile ritratto (nel senso di non ipocrita, non sentimentale) di un
mondo slittato verso il futuro, sconvolto dai cambiamenti e da un
traumatico aggiornamento dei vecchi sensi di colpa. La modernità e l’eleganza
di un Leiber, di un Bradbury, della Jackson e di Ellison permettono a
questi autori di essere riletti ancora oggi, trenta o quarant’anni dopo
la prima pubblicazione, proprio come rileggiamo i classici moderni. Il
loro esempio farà da guida agli scrittori della generazione successiva,
quella con cui il genere tornerà allo status di best seller,
come non accadeva più dal tempo dei romanzi gotici.
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Locandina di "Psycho"
(1960).
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Fritz Leiber.
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Una scena dal film "Il
silenzio degli innocenti" (1991).
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La fine del mondo
L’esplosione commerciale e mediatica del genere
terrificante è avvenuta, in grande stile, tra la fine degli anni Sessanta
e l’inizio dei Settanta, con il sorprendente successo di alcuni testi e
di alcune pellicole usciti a distanza di pochi anni gli uni dagli altri: Rosemary’s
Baby di Ira Levin (1967), L’esorcista di William Peter Blatty
(1971) e Carrie di Stephen King (1974), tutti e tre trasformati in
film di enorme successo, con autori di primo piano dietro la macchina da
presa (rispettivamente Roman Polanski, William Friedkin e Brian De Palma).
Questi romanzi e questi film hanno dimostrato che
esisteva un vasto pubblico interessato a storie traumatiche, profondamente
calate nella realtà di oggi o nel suo mito, inquietanti e in qualche modo
destabilizzanti, ma che al tempo stesso permettessero a un’umanità
prevalentemente americana, e sempre più spaventata, di stringersi in un’ideale
coalizione contro il Nemico che insidia i nostri presunti valori (i quali
continuano a sgretolarsi per cause anche molto più concrete). È stato
detto che i film horror siano "la droga dei poveri", ma
è probabile che siano anche un testo interpretativo ideale – perché
rivolto all’inconscio prima che alla ragione – di una realtà che i
non-lettori di Adorno e Horkheimer, di McLuhan e Marcuse non riescono più
a giustificare. Il cinema e la letteratura del terrore sono testi
sociologici sulla fine del mondo: solo che azzannano prima di
razionalizzare.
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Dario Argento.
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Stephen King.
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Pupi Avati.
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La copertina del dvd di
"Zeder" (1983).
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Come conseguenza, d’ora in poi gli autori riporteranno
in auge contesti familiari al pubblico americano-planetario: la presenza
del diavolo (Rosemary’s Baby, la cui versione cinematografica è
tuttavia un’operazione raffinata), la possessione (L’esorcista,
un film spartiacque tra l’America libertaria e contestatrice degli anni
Sessanta e quella espressionista e generatrice di mostri che seguirà) e i
poteri paranormali. Accanto a questi motivi universali, a questi Vecchi
Spauracchi Rivisitati, si affiancheranno presto altre figure: lo zombie
riletto in chiave sociopolitica e l’orco, che sotto le spoglie del serial
killer o del cannibale sarà la figura dominante dell’horror letterario
e cinematografico negli anni Novanta. Il padrino dell’orco è forse l’albergatore
Norman Bates in Psycho di Robert Bloch (1959, trasformato in film
da Alfred Hitchcock); ma è indubbio che il suo papà ufficiale sia oggi
Thomas Harris, in una serie di romanzi che hanno per protagonista lo
psichiatra cannibale Hannibal Lecter, il più famoso dei quali è Il
silenzio degli innocenti (1988). Il serial killer è diventato
l’eroe di una saga senza fine: è lui il cowboy della notte, il
crociato nero, il ribelle irriducibile. È anche l’esiliato, l’ingiustiziato,
colui nel quale si riconoscono le frustrazioni e le pulsioni più
anarchiche del pubblico.
Sotto la spinta del mercato Usa, intriso oltretutto di
tendenze "spirituali" e new age, i film fantastici a
piccolo, medio e grande budget continueranno a uscire a ritmo
serrato: la percentuale di pellicole sataniche, messianiche, esorcistiche
o extraterrestri sarà dominante. Gli anni Ottanta e Novanta sono
caratterizzati da una valanga di opere neogotiche ed "estreme";
in Italia ne è arrivata solo un’infinitesima parte, ma è bastata a
farsi un’idea di quest’intensivo sfruttamento dell’oltretomba, della
violenza fisica (nei sottogeneri splatter e splatterpunk) e
della schizofrenia. Come derivato, è sorta anche da noi una scuola
fantastica: dai registi Pupi Avati, Dario Argento e Gabriele Salvatores,
degni eredi non solo di Mario Soldati e Federico Fellini ma di Riccardo
Freda, Mario Bava e Lucio Fulci, a scrittori come Niccolò Ammaniti,
Tiziano Scarpa, Valerio Evangelisti, Matteo Curtoni, Gianfranco Nerozzi,
Carlo Bordoni e Gaetano Mistretta. Intanto, alcuni autori di una certa
levatura hanno continuato a distinguersi nel panorama americano. Stephen
King è il principale responsabile della formula "terrore mainstream":
forse non originalissimo nelle invenzioni fantastiche ma capace di
descrivere efficacemente ambienti piccolo-borghesi in preda alla follia;
Dean R. Koontz, un bravo artigiano che aveva cominciato con lo scrivere
fantascienza; T.E.D. Klein, autore di alcuni bei racconti e di un
romanzo-omaggio ad Arthur Machen, Le cerimonie; Thomas Ligotti,
autore che non si preoccupa tanto del verosimile quanto dell’effetto
"spiazzante" dei suoi racconti; Joe R. Lansdale, un texano
inclassificabile che spazia dall’horror al noir alla
fantascienza e che rappresenta una delle voci più originali della
narrativa di genere; e tra gli inglesi senz’altro Clive Barker, Ramsey
Campbell, James Herbert, Kim Newman e Amanda Prantera.
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Ramsey Campbell.
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Clive Barker.
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Disegno di
Dino Battaglia
per un racconto di Poe. |
Salvo poche eccezioni, gli autori contemporanei
affrontano tematiche d’impatto immediato: l’impossibilità di una vita
tranquilla nella provincia rurale (e dunque l’impossibilità dell’innocenza);
l’odio che mina anche i rapporti più intensi; il Male scritto con la
maiuscola per indicare che si tratta di un agente reale e concreto (in
risposta al risorgente interesse per le religioni, i manicheismi e gli
spiritualismi che hanno caratterizzato la fine secolo); il tema della
Metà Oscura e dell’Orco, che forse è fuori di noi o forse dentro,
insidiandoci proprio mentre stiamo facendo il pieno alla macchina nuova.
La civiltà occidentale e occidentalizzata ha conosciuto una nuova ondata
di paranoia, simile a quella scatenata negli anni Cinquanta dalla guerra
fredda ma più durevole; per questo, il centro della paura ha finito con
lo spostarsi dall’Altrove assoluto verso articoli più concreti: patria,
famiglia, il corpo con le sue limitazioni, mortificazioni e mutilazioni,
espressione di un profondo disturbo nell’immagine di sé. Non a caso l’horror
contemporaneo è zeppo di cadaveri, di incesti, di morti che ritornano
per violentare le ragazze, di psicopatici, di ragazzini terribili e alien.
E sarebbe impensabile senza lo stretto rapporto con il cinema e la
televisione. Certe semplificazioni, dunque, non devono stupire: sono
espressione di un mercato dell’intrattenimento tecnologico, visuale e
virtuale. Ma sono anche le spie di un turbamento profondo e generalizzato,
ormai non più limitato a un pugno di intenditori o a un manipolo di
appassionati del bizzarro.
Nei fumetti, nei videogiochi, sulle riviste, il terrore
impazza. A volte come simulazione, a volte come nostalgia, più spesso
come gergo semplificato e generalizzato, lingua franca di una generazione
che non ha conosciuto né il fascismo né la guerra fredda sulla propria
pelle, ma che continua a sentire il disagio della realtà.
Giuseppe Lippi