Periodici San Paolo - Home Page Editoriale.
«L’amore scaccia il timore»

di Antonio Rizzolo


   Letture n.595 marzo 2003 - Home Page

La paura è stata spesso connessa al divino, al soprannaturale. Nella Bibbia, però, è sempre legata all’amore, che anzi, come scrive san Giovanni, «scaccia il timore». Da questa prospettiva, come possiamo interpretare la letteratura horror?

La paura, il timore, la loro intensificazione che è il terrore, con la variante che unisce crudeltà e ripugnanza che è l’orrore, appartengono da sempre all’esperienza umana. Spesso la paura, o la sua versione attenuata (nella nostra lingua), il timore, hanno una funzione positiva, perché mettono in guardia di fronte a pericoli, danni, eventi dolorosi. Si può infatti aver paura non solo davanti a una minaccia reale, ma anche a una semplicemente supposta. Le fiabe con l’orco e il lupo cattivo, in fondo, hanno avuto da sempre il compito di preparare le nuove generazioni ad affrontare i mali, gli agguati di cui il mondo è pieno.

Anche in ambito religioso la paura e il timore hanno svolto un ruolo pedagogico importante, per insegnare e talvolta indurre a seguire un comportamento moralmente corretto. Nei rapporti con la divinità il sentimento di paura acquista però una sfumatura particolare: il divino ispira nell’uomo un sentimento di "terrore sacro" di fronte al mistero, all’inconoscibile, al "totalmente altro" di cui parlava Rudolf Otto. Per superare questo timore esistenziale l’uomo cerca di ingraziarsi o di placare la divinità attraverso particolari rituali e osservando una serie di regole e leggi. Anche nell’Antico Testamento tutto questo è presente. Un esempio su tutti: quando viene siglata l’alleanza tra Dio e Abramo attraverso il sacrificio di alcuni animali, ognuno dei quali viene diviso in due metà, nel libro della Genesi viene detto che «un torpore cadde su Abram, ed ecco un oscuro terrore lo assalì» (15,12). È il segno della presenza di Dio, il quale però subito dopo passa in mezzo agli animali divisi per sigillare il suo impegno con Abramo, impegno a garantirgli la terra e la discendenza. In questo passo si notano due caratteristiche della Bibbia: Dio rimane l’assoluto, il misterioso, l’inconoscibile, tanto che Abramo è assalito da un "oscuro terrore"; nello stesso tempo Dio si fa vicino all’uomo, si impegna con lui siglando un’alleanza. Il rapporto dell’israelita con il suo Dio è un misto di timore e di amore: timore per la grandezza divina («Il Signore vostro Dio è il Dio degli dei, il Signore dei signori, il Dio grande, forte e terribile»: Deuteronomio 10,17), amore per i prodigi e le meraviglie compiuti in favore del suo popolo, amore per la sicurezza e la fiducia che infonde in coloro che confidano in lui («Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla... Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza»: Salmo 23,1.4).

Nel Nuovo Testamento si ritrovano gli stessi motivi. Gesù ammonisce i discepoli a temere Dio, che ha «il potere di far perire e l’anima e il corpo nella Geenna» (Matteo 10,28). Addirittura, quando i discepoli, mentre la loro barca, di notte, è agitata dalle onde, vedendo arrivare Gesù che cammina sulle acque, lo scambiano per un fantasma e si mettono «a gridare dalla paura» (Matteo 14,26). Subito però Gesù tranquillizza gli spaventati discepoli dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura» (14,27). Questo invito a non temere è ricorrente in tutta la Bibbia. Tuttavia il Nuovo Testamento esplicita il vero motivo per superare ogni timore, ogni paura. Scrive san Paolo ai Romani: «Voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo "Abbà, Padre!"» (8,15). Questo spirito non è fatto di timidezza, «ma di forza, di amore e di saggezza» (2 Timoteo 2,7). San Giovanni nella sua prima lettera è ancora più esplicito: «Nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore». Forse le troppo facili condanne all’inferno o la minaccia di tremendi castighi divini di parte della predicazione cristiana, pur avendo spesso un semplice intento pedagogico, hanno talvolta fatto deviare dal nucleo della fede cristiana e dell’annuncio evangelico.

Come si possono allora leggere e interpretare, in chiave cristiana, i prodotti della letteratura, del cinema, del fumetto, che fanno della paura, del terrore nelle più diverse sfumature il centro del loro interesse? Senza nascondere il fatto che talvolta si cerca semplicemente di veicolare una serie di idee magico-esoteriche che nulla hanno a che fare con il Cristianesimo (e ne sono anzi spesso antagoniste), senza dimenticare il frequente ricorso a mitologie religiose di tipo gnostico, il genere orrorifico può anche essere letto cristianamente. In due sensi: in negativo come la manifestazione della deriva dell’uomo che abbandona Dio per seguire i nuovi idoli del progresso, della scienza e della tecnica fine a se stesse, del successo, del facile guadagno, del mercato mondiale e così via. L’uomo che si illudeva di poter fare a meno di Dio, di avere davanti a sé un futuro radioso, si trova vittima di nuovi terrori, di nuovi e più terribili fantasmi. Non solo quelli creati dalla fantasia, ma quelli ancor più tremendi proposti ogni giorno da giornali e Tv. In positivo, molte storie orrorifiche si possono leggere come una specie di appello, di richiamo a considerare non solo ciò che è conoscibile attraverso i sensi e appartiene alla realtà materiale. Un’invocazione che deriva dalla sete di infinito presente nel cuore umano e che nient’altro che non sia Dio può appagare fino in fondo.

Antonio Rizzolo

   Letture n.595 marzo 2003 - Home Page