 |
La paura è stata
spesso connessa al divino, al soprannaturale. Nella Bibbia, però, è
sempre legata all’amore, che anzi, come scrive san Giovanni, «scaccia
il timore». Da questa prospettiva, come possiamo interpretare la
letteratura horror?
La
paura, il timore, la loro intensificazione che è il terrore, con la
variante che unisce crudeltà e ripugnanza che è l’orrore, appartengono
da sempre all’esperienza umana. Spesso la paura, o la sua versione
attenuata (nella nostra lingua), il timore, hanno una funzione positiva,
perché mettono in guardia di fronte a pericoli, danni, eventi dolorosi.
Si può infatti aver paura non solo davanti a una minaccia reale, ma anche
a una semplicemente supposta. Le fiabe con l’orco e il lupo cattivo, in
fondo, hanno avuto da sempre il compito di preparare le nuove generazioni
ad affrontare i mali, gli agguati di cui il mondo è pieno.
Anche in ambito religioso la paura e il timore hanno
svolto un ruolo pedagogico importante, per insegnare e talvolta indurre a
seguire un comportamento moralmente corretto. Nei rapporti con la
divinità il sentimento di paura acquista però una sfumatura particolare:
il divino ispira nell’uomo un sentimento di "terrore sacro" di
fronte al mistero, all’inconoscibile, al "totalmente altro" di
cui parlava Rudolf Otto. Per superare questo timore esistenziale l’uomo
cerca di ingraziarsi o di placare la divinità attraverso particolari
rituali e osservando una serie di regole e leggi. Anche nell’Antico
Testamento tutto questo è presente. Un esempio su tutti: quando viene
siglata l’alleanza tra Dio e Abramo attraverso il sacrificio di alcuni
animali, ognuno dei quali viene diviso in due metà, nel libro della
Genesi viene detto che «un torpore cadde su Abram, ed ecco un oscuro
terrore lo assalì» (15,12). È il segno della presenza di Dio, il quale
però subito dopo passa in mezzo agli animali divisi per sigillare il suo
impegno con Abramo, impegno a garantirgli la terra e la discendenza. In
questo passo si notano due caratteristiche della Bibbia: Dio rimane l’assoluto,
il misterioso, l’inconoscibile, tanto che Abramo è assalito da un
"oscuro terrore"; nello stesso tempo Dio si fa vicino all’uomo,
si impegna con lui siglando un’alleanza. Il rapporto dell’israelita
con il suo Dio è un misto di timore e di amore: timore per la grandezza
divina («Il Signore vostro Dio è il Dio degli dei, il Signore dei
signori, il Dio grande, forte e terribile»: Deuteronomio 10,17), amore
per i prodigi e le meraviglie compiuti in favore del suo popolo, amore per
la sicurezza e la fiducia che infonde in coloro che confidano in lui («Il
Signore è il mio pastore: non manco di nulla... Se dovessi camminare in
una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me. Il tuo
bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza»: Salmo 23,1.4).
Nel Nuovo Testamento si ritrovano gli stessi motivi.
Gesù ammonisce i discepoli a temere Dio, che ha «il potere di far perire
e l’anima e il corpo nella Geenna» (Matteo 10,28). Addirittura, quando
i discepoli, mentre la loro barca, di notte, è agitata dalle onde,
vedendo arrivare Gesù che cammina sulle acque, lo scambiano per un
fantasma e si mettono «a gridare dalla paura» (Matteo 14,26). Subito
però Gesù tranquillizza gli spaventati discepoli dicendo: «Coraggio,
sono io, non abbiate paura» (14,27). Questo invito a non temere è
ricorrente in tutta la Bibbia. Tuttavia il Nuovo Testamento esplicita il
vero motivo per superare ogni timore, ogni paura. Scrive san Paolo ai
Romani: «Voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella
paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale
gridiamo "Abbà, Padre!"» (8,15). Questo spirito non è fatto
di timidezza, «ma di forza, di amore e di saggezza» (2 Timoteo 2,7). San
Giovanni nella sua prima lettera è ancora più esplicito: «Nell’amore
non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore,
perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore».
Forse le troppo facili condanne all’inferno o la minaccia di tremendi
castighi divini di parte della predicazione cristiana, pur avendo spesso
un semplice intento pedagogico, hanno talvolta fatto deviare dal nucleo
della fede cristiana e dell’annuncio evangelico.
Come si possono allora leggere e interpretare, in chiave
cristiana, i prodotti della letteratura, del cinema, del fumetto, che
fanno della paura, del terrore nelle più diverse sfumature il centro del
loro interesse? Senza nascondere il fatto che talvolta si cerca
semplicemente di veicolare una serie di idee magico-esoteriche che nulla
hanno a che fare con il Cristianesimo (e ne sono anzi spesso antagoniste),
senza dimenticare il frequente ricorso a mitologie religiose di tipo
gnostico, il genere orrorifico può anche essere letto cristianamente. In
due sensi: in negativo come la manifestazione della deriva dell’uomo che
abbandona Dio per seguire i nuovi idoli del progresso, della scienza e
della tecnica fine a se stesse, del successo, del facile guadagno, del
mercato mondiale e così via. L’uomo che si illudeva di poter fare a
meno di Dio, di avere davanti a sé un futuro radioso, si trova vittima di
nuovi terrori, di nuovi e più terribili fantasmi. Non solo quelli creati
dalla fantasia, ma quelli ancor più tremendi proposti ogni giorno da
giornali e Tv. In positivo, molte storie orrorifiche si possono leggere
come una specie di appello, di richiamo a considerare non solo ciò che è
conoscibile attraverso i sensi e appartiene alla realtà materiale. Un’invocazione
che deriva dalla sete di infinito presente nel cuore umano e che nient’altro
che non sia Dio può appagare fino in fondo.
Antonio Rizzolo
|