Periodici San Paolo - Home Page

Quattro chiacchiere con...

Brioschi: Guanda coglie il nuovo

di Roberto Carnero
   


   Letture n.591 novembre 2002 - Home Page

Curiosità e qualità sono tra le caratteristiche della casa editrice, che ha festeggiato i 70 anni di vita.

La Casa Editrice Guanda, fondata a Parma da Ugo Guandalini nel 1932, ha festeggiato al Salone del libro di Torino il settantesimo compleanno. Curiosità, intraprendenza, ma anche un solido progetto culturale, in cui soprattutto agli inizi la poesia occupava il posto d’onore con la celebre collana della "Fenice", sono le caratteristiche grazie alle quali la casa ha sviluppato un’editoria di qualità. Dopo la crisi degli anni Settanta e Ottanta, dal 1987 Luigi Brioschi – 60 anni, milanese, già direttore editoriale presso Rizzoli e Longanesi, oggi presidente di Guanda – si è fatto promotore di una fortunata opera di rinnovamento editoriale. La chiave del successo – ci spiega – è la scelta della continuità con le origini, nell’ottica di essere una casa editrice di "avanguardia, novità e proposta".

  • Dottor Brioschi, cosa direbbe se dovesse fare un bilancio dei suoi quindici anni in Guanda?

«Dagli esordi di Ugo Guandalini al 1987, quando ho preso le redini della casa editrice, era cambiato il contesto storico, sociale e culturale, nonché il modo di fare gli editori. Tuttavia ho cercato di mantenere un approccio al fare i libri il più possibile vicino a quello degli inizi di Guanda».

  • Che tipo di approccio?

«Soprattutto all’inizio, Guandalini si muoveva con pochi mezzi materiali, in piena dittatura fascista, e per di più in una città periferica. Eppure da Parma captava le tendenze, le idee, i valori che circolavano in Italia e in Europa, pubblicando autori che andavano da Eliot a Garcia Lorca, da Alberti a Jiménez, da Maritain ai cattolici "inquieti". Questo perché la sua dote principale era la curiosità, che ha saputo innestare su un modo "artigianale", nel senso nobile del termine, di fare il lavoro editoriale: dalla cura grafica del libro al rapporto personale con l’autore».

Luigi Brioschi.
Luigi Brioschi
.

  • In che modo ha cercato di declinare queste qualità nella situazione odierna?

«Per esempio, nell’ottica della curiosità, andando alla ricerca del nuovo, senza fare troppa attenzione ai "cartelli indicatori". In un mercato editoriale che parla soprattutto americano, noi abbiamo voluto guardare ad altre aree, scoprendo e lanciando in Italia, per esempio, i sudamericani, con in testa Sepúlveda, gli irlandesi, come Roddy Doyle, o un autore come Irvine Welsh».

  • Su quali aree geoculturali pensate di puntare per il futuro?

«La nostra idea è quella di cogliere il nuovo dovunque sia. Ultimamente stiamo guardando con grande interesse alla Russia, un Paese, come si sa, in fase di profonde trasformazioni sociali ed economiche, e caratterizzato, sebbene questo si sappia meno, da movimenti assai interessanti anche sul piano letterario».

  • Intende continuare a scommettere anche sulla poesia?

«Senz’altro. Continueremo a puntare sia sui poeti italiani sia su quelli stranieri. La poesia è marginale da un punto di vista commerciale, ma non deve esserlo dal punto di vista editoriale. Perché nell’editoria i bilanci non si fanno solo con i numeri. È chiaro che un poeta, per quanto bravo e amato, non farà mai i 4 milioni di copie che ha venduto in Italia un narratore come Sepúlveda. Tuttavia constatiamo che quando si sa andare incontro alle esigenze del pubblico, anche nel campo della poesia le risposte dei lettori non tardano ad arrivare. Un bravo editore deve essere prudente, cioè tenere conto delle caratteristiche del mercato, ma anche attento a progettare il mercato stesso, per non subire passivamente i suoi diktat».

Roberto Carnero

   Letture n.591 novembre 2002 - Home Page