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Il premio Nobel.

Imre Kertész: la pazienza premiata

di Alessandra Iadicicco


   Letture n.591 novembre 2002 - Home Page Il capolavoro dello scrittore ungherese, Essere senza destino, sul tema dell’Olocausto, nacque mezzo secolo fa. Osteggiato dal regime, l’autore lo pubblicò solo nel 1976. Oggi finalmente il riconoscimento internazionale.

Pazienza premiata. In una formula (che non vuole essere riduttiva: tutt’altro) si può riassumere la vicenda dell’Imre Kertész appena incoronato dall’Accademia Reale di Svezia. Della più silenziosa, la meno vistosa, la più lenta delle virtù, lo scrittore ungherese ha dovuto infatti fare lungo esercizio. Per uscirne, alla lunga, pluripremiato. La sequela dei riconoscimenti si era avviata, timidamente, con il "Flaiano", ricevuto l’anno scorso a Pescara. Poi, precipitosamente, a neanche ventiquattr’ore l’uno dall’altro, sarebbero seguiti lo "Hans-Sahl" conferito a Berlino dall’Autorenkreis der Bundes-republik (circolo degli autori della Repubblica federale) lo scorso 9 ottobre e, il giorno dopo, il Nobel. Il tempo, insomma, ha giocato un (non brutto) scherzo all’autore settantaduenne che, assurto oggi al maggiore dei titoli letterari, ha scritto il suo capolavoro mezzo secolo fa.

Lo scrittore Imre Kertész festeggia l’assegnazione del Premio Nobel.
Lo scrittore Imre Kertész festeggia l’assegnazione del Premio Nobel.

Il romanzo Sorstalansag (Essere senza destino, Feltrinelli ’99) che gli è valso il Nobel, data infatti ai primi anni Cinquanta. Nasce dalla rielaborazione dell’esperienza di prigionia nei campi nazisti di Auschwitz, Buchenwald e Zeitz vissuta sulla propria pelle tra i quattordici e i quindici anni. Un quattordicenne, Gyurka, è appunto il protagonista (alter ego dello scrittore) della narrazione autobiografica: ragazzo che, rapito alla famiglia, strappato alla madrepatria, è buttato nell’inferno dei lager. Costretto a sopportare, paziente, la quotidianità dell’orrore e la più stolida crudeltà. In questi termini Kertész descrive nel suo libro-verità quella "banalità del male" che, nella più assurda e invero-simile delle situazioni, appare, al di qua del recinto di filo spinato, come una feriale routine. Ed è appunto questa sobrietà nel descrivere la tragedia a rappresentare la cifra originale che distingue la sua testimonianza dalle innumerevoli che si sono date nella letteratura sull’Olocausto.

Della propria capacità di sopportazione, lunga, logorante, Kertész avrebbe dovuto dare prova anche dopo la liberazione. L’occasione si sarebbe presentata nella madrepatria ungherese che, stretta nel rigore del Blocco socialista, pur di non leggere denunce a politiche totalitarie (seppure di segno diverso), rifiutò per vent’anni la pubblicazione del romanzo. E quando, nel 1976, finalmente uscì, gli negò qualsiasi attenzione. Ignorato per quarant’anni, Kertész non desiste e, in lingua tedesca (che ben conosce, e continuamente frequenta da traduttore di Hofmannsthal, Schnitzler, Roth, Canetti, Nietzsche, Wittgenstein, Freud) pubblica nel 1996 la sua opera prima, avviandosi alla fama europea. È paradossale, ma proprio a coloro che un tempo furono i suoi carnefici lo scrittore ungherese deve l’inizio di quella notorietà che ha portato fino al Nobel. Oggi, finalmente, anche i suoi connazionali (che a muro crollato lo leggono più serenamente) riconoscono a Kertész la sua statura d’artista. «Siamo molto contenti che la sua carriera sia andata così avanti», ha detto il presidente degli scrittori ungheresi, Marton Kalasz, «e che egli abbia ottenuto il riconoscimento internazionale che gli spetta».

Alessandra Iadicicco

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