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Fotografia: per chi diventa arte?

di Arturo Carlo Quintavalle


   Letture n.591 novembre 2002 - Home Page

Nel 1981 dedicavo un volume di saggi, Messa a fuoco, a chi della fotografia non fa mercato: mi chiedo oggi a chi, eventualmente, potrei dedicare un’analoga raccolta, magari con i saggi di un altro ventennio. Insomma, dov’è andata, in questi anni, la fotografia e quali sono i modelli che si stanno diffondendo anche nel nostro Paese?

A ben riflettere, in Italia la situazione della fotografia è molto meno chiara che in altri Paesi. Non esistono musei della fotografia, salvo il Csac dell’Università di Parma da una trentina d’anni e, da una quindicina, quello Alinari a Firenze, legato peraltro alle foto dell’Ottocento. Non esistono gallerie della fotografia, salvo qualche modesta eccezione e, comunque, non esiste un mercato della foto italiana anche se esiste mercato per alcuni pochi fotografi. Non esiste in Italia un collezionismo fotografico, sempre salvo poche eccezioni, ma i nostri collezionisti in genere preferiscono comprare sul mercato americano, inglese, parigino, ma non in Italia. Insomma, che cosa sta accadendo al nostro Paese di diverso da una ventina di anni fa?

Quando portavo le immagini di alcuni nostri fotografi a John Szarkovsky al Museum of Modern Art, ed erano oltre trent’anni fa, di italiani allora si conservavano nelle collezioni nuovayorchesi solo le foto di Bragaglia, tutto il resto è venuto dopo. Allora certo nessuno raccoglieva le fotografie nel Paese, salvo Lamberto Vitali a Milano e, per la documentazione dell’arte, il Gabinetto fotografico nazionale e, quanto agli atelier della fotografia, o alle grandi agenzie, si era al passaggio fra le lastre di vetro, che venivano rapidamente abbandonate, e le pellicole piane, e ancora il bianco e nero terminava e si lavorava sempre di più sul colore; questo processo segnava la fine dei grandi archivi locali, segnava la fine delle collezioni di immagini certo più importanti del Paese. Dico le collezioni, le raccolte della foto di cronaca che avevano avuto una grande importanza per la nostra storia, anche antropologica. Si era negli anni ’70, cominciava allora una crisi, che doveva esplodere nel decennio seguente e ancora dopo: chiudevano così le agenzie di notizie, chiudevano le varie sedi della Publifoto in Italia, chiudevano tutte le grandi raccolte di materiali e solo fortunosamente siamo riusciti, al Csac, a salvare circa sei milioni di lastre e pellicole, parti rilevanti della storia del Paese. E tutto questo si è ottenuto con limitatissimi investimenti, spessissimo grazie a donazioni, molte volte ottenendo di ripulire cantine o depositi dove il vetro delle lastre era considerato di troppo. Ma che cosa è accaduto, allora, in questi vent’anni?

L’Italia negli anni ’70 era a un bivio, poteva organizzare cioè una raccolta delle foto di cronaca nei grandi musei statali, o in un grande polo nazionale che avesse intelligenza e capacità per organizzare un lavoro sul nostro tessuto civile. Ebbene, questo allora non è stato fatto e neppure in seguito, per cui la foto di cronaca è rimasta ai singoli, ai privati, ed è finita nel dimenticatoio, salvo qualche rêpechage di vicende del passato, salvo qualche esposizione sulle vicende di cronaca più ovvie o sull’archivio di qualche grande quotidiano o di una singola agenzia. Il colore dunque ha cancellato questo bianco e nero e il colore, adesso, sta per essere cancellato dall’avvento dell’elettronico, per cui, alla fine, di un secolo almeno di storia italiana si salverà solo quello che sarà trascritto nei nuovi media.

Ma che cosa è stato pensato, e scritto, in Italia, sulla fotografia, in questi due decenni? E che cosa è stato raccolto, e che cosa si è perduto? Fra le perdite, o le esportazioni più gravi è quella delle collezioni della Ferrania finite negli Stati Uniti, ed era certo una raccolta importante; fra le perdite ancora più pesanti dobbiamo annoverare centinaia di archivi locali, solo pochissimi dei quali si sono salvati: si è perduta la foto di cronaca, il documento politico, naturalmente anche quello del Ventennio, per ovvie ragioni, si sono persi i ritratti, si sono perse quasi tutte le immagini storiche delle città vissute dagli uomini; nella migliore delle ipotesi si sono salvate le fotografie dei monumenti. Insomma il nostro Paese ha perso la massima parte della sua storia per immagini mentre non così è finita per i testi, le pubblicazioni, i manifesti.

Certo nel periodo che sto considerando si poteva costruire una politica alternativa, si poteva pensare all’importanza della foto di cronaca e a quella di tutta la storia delle immagini, si poteva ripartire da testi ben noti, a cominciare dal saggio di Walter Benjamin L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica o dai suoi interventi sulla fotografia che tendevano a mettere da parte il finto problema della fotografia come arte. Invece in questi vent’anni ci si è avviati proprio per la strada opposta. Così ecco che, per ovviare alle critiche della foto come arte minore, della foto come riproduzione del vero, che sono mitologie ottocentesche, si è deciso che il solo modo per considerare la fotografia fosse appunto quello di pensarla come opera d’arte. E allora tutti i recuperi si sono fatti in questa direzione e, salvo pochi studiosi, come Marina Miraglia e Oreste Ferrari al Gabinetto fotografico nazionale e Piero Becchetti fuori di esso, un amatore privato, salvo questi e pochissimi altri che si sono impegnati sulla strada di un recupero civile della storia della fotografia, tutti gli altri invece si sono messi su una strada diversa, certo più fruttifera, quella del mercato. Ora se la fotografia sia arte o no è il tipico non problema, la foto può essere considerata arte da alcuni, da altri comunicazione, può essere testimonianza politica, civile, sociale, può essere usata come documento storico, e questo vuol dire allora e semplicemente che la fotografia cambia di senso a seconda di come la si voglia usare. Riprove? Pensate a tutti quei fotografi che hanno fatto sempre foto di cronaca e che adesso, giustamente dal loro punto di vista, chiedono di essere esposti in galleria con le loro antiche foto; pensate al tristissimo mercato delle vintage prints, delle stampe d’epoca, che sta contagiando un poco tutti e, naturalmente, anche le prime due aste di fotografia italiane.

Insomma ci troviamo davanti a una situazione molto complessa dove alcuni critici che compravendono immagini tentano, e lo tentano da decenni, di costruire un mercato della fotografia in Italia. Ma, per farlo, prima di tutto servirebbero capitali enormi, perché si dovrebbero acquistare gli archivi dei maggiori fotografi, acquistarli in esclusiva, e poi imporre le foto di questi fotografi sul mercato internazionale; si tratta di un’impresa che è fuori della portata sia dei singoli privati che anche di un trust di banche, perché la poca chiarezza sul modello culturale e la mancanza di conoscenze, e quindi di capacità di scelta, finisce per penalizzare questa operazione che peraltro in diversi, e da anni, cercano di realizzare. Insomma chi si pensa di scegliere? I fotografi di cronaca, i fotogiornalisti, oppure i fotografi-artisti, oppure quel gruppetto di fotografi concettuali che ha operato anche a Milano, e a Roma, e a Napoli e a Modena per qualche lustro? E una volta ammessa l’acquisizione di tutti questi materiali, milioni di pezzi, si sceglieranno, poniamo, alcune centinaia di foto ciascuno, come ha fatto la Magnum per Cartier Bresson e alcuni altri con lui, e farne copie numerate, ed esporle, e farle acquistare? E di tutto il resto del materiale che si farà, dove sarà conservato, come sarà segregato? Sarà forse distrutto, visto che certo non è possibile diffonderlo, pubblicizzarlo e quindi venderlo?

Di fronte a questi interrogativi, e a questo mercato che, comunque, non sembra per adesso fare il successo di coloro che offrono le loro vintage prints alle aste, salvo tre o quattro casi, forse conviene recuperare un senso diverso della fotografia: pensare che essa deve essere venduta al pubblico come un libro o un disco, e quindi moltiplicata, e che la strada giusta per ottenere una diffusione di massa delle immagini è permettere che ne possa fruire un pubblico vasto, non una élite. Allora verrà il collezionismo, ma dovrà essere non sulla singola immagine ma sulla sequenza perché è in genere su questa che si riesce a costruire un racconto, quantomeno nel sistema della foto di cronaca. Certo, oggi, se dovessi fare una dedica in capo a un volume di saggi, se dovessi farla, ripeterei quella del 1981 con qualche variante, «ai pochissimi che, oggi, non fanno mercato della fotografia e non raccontano la fotografia come arte».

Arturo Carlo Quintavalle

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