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Un ideale comune per l'umanità.

LA PACE 
DOBBIAMO SEMPRE IMPARARLA
   


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Un corso di laurea particolare
QUI SI DIVENTA DOTTORI IN SCIENZE DELLA PACE

di Elisa Chiari

Un desiderio, un obiettivo, un’aspirazione, un impegno, per molti un’utopia. Quel che non avevamo pensato è che la pace fosse anche una scienza, almeno fin quando non abbiamo visto sorgere un anno fa all’Università di Pisa un corso di laurea in scienze della pace, che forma mediatori culturali, esperti nella cooperazione e nel terzo settore. Potrebbe essere una delle tante trovate degli atenei che si fanno concorrenza a colpi di originalità, ma chi ci lavora assicura che in quel luogo la pace non è solo un oggetto di studio, ma un modo di lavorare, una filosofia. E funziona, se è vero che gli iscritti sono più di 80, molti dei quali, quasi metà, lavoratori abbondantemente ultratrentenni quando non pensionati, che convivono con le matricole più tradizionali.

Già questa disparità di esigenze ed esperienze è un buon esercizio di convivenza pacifica. «Chi ha già esperienze di studio e di lavoro», spiega il professor Giorgio Gallo, presidente del corso di laurea, «desidera confrontarsi, intervenire, mentre chi arriva all’università per costruirsi il futuro vorrebbe prendere appunti senza interruzioni: bisogna arrivare a un compromesso».

Il corso nasce da un progetto che a Pisa sta andando avanti dal 1998 quando è stato istituito il Centro interdipartimentale in scienze per la pace. «L’idea», continua Gallo, «è nata dal desiderio di creare un punto d’incontro tra persone provenienti da ambiti disciplinari diversi, umanistici e scientifici, per affrontare insieme i problemi legati alla pace, chiedendosi come ogni disciplina possa contribuire alla pace e come il tema pace possa aver influenza sul modo di portare avanti il lavoro di didattica e di ricerca nei propri ambienti».

Una cultura di dialogo

All’Università di Pisa si prova anche a mettere in pratica l’insegnamento: «Noi viviamo in un mondo che va per settori: educare alla pace significa invece costruire una cultura di dialogo, di attenzione all’altro e alle sue idee. Questo mette in discussione il modo con cui tradizionalmente facciamo ricerca e didattica. Spesso la didattica pensa più ai docenti che agli studenti e chi impara, nell’apprendimento fa prevalere la competizione sulla cooperazione. Nella ricerca, poi, sovente ci si dimentica di porsi il problema del senso profondo di quello che si fa e in particolare degli effetti che il nostro lavoro ha sulla società. Tra i nostri obiettivi c’è anche la diffusione di questa consapevolezza: tecnicamente non è facile, ma con un corso non troppo numeroso si può fare».

Elisa Chiari

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