Periodici San Paolo - Home Page

Un ideale comune per l'umanità.

LA PACE 
DOBBIAMO SEMPRE IMPARARLA
   


   Letture n.590 ottobre 2002 - Home Page     

La tradizione giudeo-cristiana
SHALOM: 
PIENEZZA DI FELICITÀ

di Franco Ardusso

Chi interroga le Scritture e la Tradizione cristiana sul tema della pace dev’essere ben consapevole di ciò di cui si mette alla ricerca e del metodo di cui si avvale nella sua indagine. Tutto ciò può sembrare un’ovvietà, ma non lo è. Che cos’è infatti la pace della quale si ricercano i fondamenti? Molte sono le concezioni che la cultura dei secoli passati ci ha trasmesso e che possono condizionare la nostra ricerca. C’è, ad esempio, l’ideale della pax romana del tempo di Augusto, frutto dell’ideologia imperialista che non aveva difficoltà a imporre vittoriosamente la pace con la forza delle armi. «Se vuoi la pace, prepara la guerra», si diceva. Anche la Bibbia associa abbastanza spesso il conseguimento della pace con la violenza e la guerra. Ma, per fortuna, questo non è l’unico filone che si riscontra nelle Scritture! Nel mondo cristiano occidentale è stato soprattutto l’Agostino del De Civitate Dei a fare scuola con la sua nota definizione di pace come tranquillitas ordinis derivante dall’adesione all’ordine che Dio ha impresso nella creazione. Ma Agostino, e con lui molti altri, riconosceva che «non trasgrediscono affatto il comandamento con cui è stato ordinato di non uccidere coloro che hanno guerreggiato per comando di Dio, ovvero, rappresentando la forza del pubblico potere, secondo le sue leggi, cioè seguendo un ordinamento della retta ragione, hanno punito i delinquenti con la morte» (De Civ. Dei, I, 21). Si radica qui, con ogni probabilità, la nota teoria della " guerra giusta" che sarà spesso ripresa in seguito, sin quasi ai nostri giorni.

Il Risorto appare agli apostoli dicendo: «Pace a voi». Miniatura di De Predis. Torino, Biblioteca Reale.
Il Risorto appare agli apostoli dicendo:
«Pace a voi».
Miniatura di De Predis. Torino, Biblioteca Reale.

Una vita in armonia

Adducendo questi esempi, ci siamo addentrati nella tematica della pace secondo una precisa angolatura, quella del rapporto tra guerra e pace, tra pace e violenza. È un filone indubbiamente importante, ma non è sufficiente a dischiuderci le ricchezze del messaggio biblico, soprattutto cristiano, sulla pace. È significativo, ad esempio, che un celebre passo della lettera agli Efesini definisca Gesù stesso come «la nostra pace» (Ef 2,17). E certamente doveva avere un senso molto denso e pregnante il saluto del Risorto, che riprendeva il saluto tradizionale degli ebrei: pace, shalom. E quando la stessa lettera agli Efesini (2,17) scrive che Gesù è venuto ad annunciare la pace ai lontani (i pagani) e ai vicini (gli ebrei) non pensa affatto a una pura situazione di non belligeranza dove le armi tacciono! La parola ebraica shalom, che viene abitualmente tradotta col termine "pace", deriva da una radice che indica integrità e pienezza di beni. L’uomo "in pace" è colui che vive in armonia con la natura, con se stesso, con Dio, è colui che gode di buona salute e di sicurezza, è nella concordia, ecc.

Sant'Agostino, dipinto da Botticelli.
Sant’Agostino, dipinto da Botticelli.

L’esegeta francese Xavier Léon-Dufour sintetizza così il tema veterotestamentario della pace: «La pace è la somma dei beni accordati alla giustizia: avere una terra fertile, mangiare a sazietà, abitare in sicurezza, dormire senza timore, trionfare dei propri nemici, moltiplicarsi, e tutto questo in definitiva perché Dio è con noi (Lev 26,1-13). Lungi, quindi dall’essere soltanto una assenza di guerra, la pace è pienezza della felicità» (Dizionario di teologia biblica, Marietti, Casale Monferrato, 1990, col. 816). Lo stesso autore fa osservare giustamente che, concepita dapprima come una felicità terrena, la pace diventa un bene sempre più spirituale a motivo della sua fonte divina. Ai re di Israele, tentati di ottenere la pace con alleanze politico-militari spesso empie, i profeti denunciano l’uso perverso della parola "pace", e indicano che la vera pace è il frutto della giustizia divina (vedi 1Re 22,13-28 relativo a Michea; Ger 6,14; 29,11; Ez 34,25-30; 37,26). È soprattutto il libro di Isaia a pronosticare «una pace senza fine» (Is 9,6), con la cessazione totale della guerra ( vedi 2,1-5) e l’unificazione religiosa dei popoli attorno a Gerusalemme. È ancora soprattutto Isaia a collegare la pace definitiva con la persona e con l’opera del Messia, il quale è denominato col solenne titolo regale di «principe di pace» (vedi 9,5-6; 11,1-9), ed è collegato con quel misteriosoSant'Ambrogio, mosaico (V secolo). sofferente del «servo di Jahveh», definito come «il castigo per la nostra pace» (53,5). Il tema della pace si apre così sull’orizzonte messianico ed escatologico, e solleva il problema della sofferenza del giusto e della retribuzione. Una prima risposta la dà il libro della Sapienza per il quale i giusti, che agli occhi dei malvagi sembrano morti, in realtà «sono nella pace» (3,l ss.).

Il Nuovo Testamento raccoglie gran parte dell’eredità del primo Testamento sulla pace e la collega con l’opera di Gesù Cristo, alla nascita del quale gli angeli annunziarono la pace agli uomini che Dio ama (vedi Lc 22,14). Gesù dona la pace perdonando i peccati (Lc 7,50) e risanando gli ammalati (Lc 8,48). Al pari di Gesù, anche i suoi discepoli offrono la salvezza col loro saluto di pace (Lc 10,5-9). Con san Paolo il nostro tema raggiunge profondità sconosciute: Cristo è il riconciliatore di tutti gli esseri perché ha fatto pace col sangue della croce (Col 1,20). Egli è pertanto la nostra pace (Ef 2,14-22). Per mezzo di Cristo otteniamo la giustificazione, e quindi la pace con Dio (Rm 5,1). La pace è dono dello Spirito (Gal 5,22). Anche per il quarto Vangelo la pace, essendo il frutto del sacrificio di Gesù (Gv 16,33), non ha nulla a che vedere con la pace fallace di questo mondo (Gv 14,27 ss.). L’ultimo libro del Nuovo Testamento, l’Apocalisse, anche se solcato da bagliori di guerra e da inaudite esplosioni di violenza, si conclude però con una beata visione di pace, quella della Gerusalemme che discende dal cielo sulla terra (Ap 21).

San Tommaso d'Aquino.
San Tommaso d’Aquino.

Dalle considerazioni precedenti, anche se sommarie, emerge tuttavia che, nell’ottica cristiana, cioè ispirata a Gesù Cristo, la pace è qualcosa di più di un’esperienza etica o di un dovere morale. La pace può essere descritta come un progetto complessivo, radicalmente nuovo perché fondato sulla novità di Gesù Cristo e sul suo dono di pace, un progetto che abbraccia tutti i rapporti umani (Dio, prossimo, se stessi, natura) e tocca le dimensioni del presente e del futuro. Tutto ciò può sembrare molto distante dalle preoccupazioni dell’umanità contemporanea, che si trova spesso impotente di fronte alle molte forme di violenza, di oppressione, di guerra, ecc. Le strategie umane risultano non di rado fallimentari nei loro progetti di pace. Eppure il messaggio biblico, soprattutto quello neotestamentario, potrebbe rivelarsi molto fecondo.

Lo ha fatto notare di recente Mary Evelyn Jegen, la coordinatrice americana di Pax Christi, parlando dell’enciclica Pacem in terris di Giovanni XXIII (1963). Scrive la Jegen: «Il principale balzo in avanti che si è verificato nell’insegnamento della Chiesa sul problema della guerra, dai tempi di Giovanni XXIII, è stato l’applicazione del concetto di pace, non inteso nel senso romano, cioè come conseguenza della fine della guerra, ma nel senso ebraico-cristiano, come shalom, pienezza di vita, benedizione e realizzazione umana. La pace è compresa come opera della giustizia, frutto dell’amore, e i cristiani debbono unirsi a tutti i veri operatori di pace per conseguirla e salvaguardarla» (citato da Luigi Lorenzetti, Dizionario di teologia della pace, Edb, Bologna, 1997, pag. 123).

Al Concilio di Clermont il papa Urbano II propone la prima crociata.
Al Concilio di Clermont il papa Urbano II propone la prima crociata.

Il cammino della pace degli stessi cristiani, che pure disponevano delle parole e delle azioni di Cristo, è stato faticoso nel corso della storia, se è vero ciò che scrive Lorenzetti secondo il quale «la morale, dal secolo quarto agli anni ‘60 (del XX secolo, ndr.), ha trattato più di guerra (e delle sue condizioni per una sua giustizia) che di pace e di quanto la definisce» (ivi, pag. 123). Nei primi secoli alcuni cristiani rifiutarono il servizio militare. Ma non fu prassi comune. Con l’integrazione della Chiesa nell’impero, lo spazio della profezia, rappresentata dal rifiuto del servizio militare, si contrae, ma non scompare del tutto. Ad esempio, sant’Ambrogio si astiene dal ricorso alla forza contro gli eretici e contrasta l’imperatore in termini non violenti. I sacerdoti non devono prestare servizio militare, prescrivono i Concili di Nicea (325) e di Calcedonia (451). Alcuni Papi condanneranno le ordalie e i duelli, e alcuni Concili prescriveranno la "tregua di Dio". Così pure affiora di tanto in tanto il divieto di ricorrere alla forza per convertire al cristianesimo.

La crociata costituisce una novità, che avrà delle gravi conseguenze, in quanto la Chiesa si fa promotrice di un’iniziativa bellica non dettata da immediati motivi di difesa. Con l’avvento, nell’epoca moderna, degli Stati nazionali, lo Stato della Chiesa verrà coinvolto in vicende belliche. Il tema della "guerra giusta", che ha ascendenze patristiche, viene formulato con precisione da Tommaso d’Aquino che ne indicherà i tre criteri di legittimità: legittima autorità del principe che dichiara la guerra, giusta causa per il conflitto e intenzione di ristabilire la pace (vedi II-II, q. 40).

Giovanni XXIII riceve da Gronchi il Premio Balzan per la pace 1963.

Benedetto XV. Definì la guerra «inutile strage».

Giovanni XXIII riceve da Gronchi 
il Premio Balzan per la pace 1963.

Benedetto XV. Definì la guerra
«inutile strage».

Armi nuove e micidiali

Con la secolarizzazione del diritto di guerra, alcuni teologi cercheranno di arginare la concezione degli Stati nazionali che non riconoscono alcuna autorità morale. Così, ad esempio, Francisco de Vitoria (1492-1546) e Francisco Suarez (1548-1617) si appelleranno al criterio di proporzionalità tra i mali e i beni causati dalle guerre, alla legittima difesa, alla punizione del colpevole e alla riparazione dei danni subiti.

Furono le guerre mondiali del XX secolo a suscitare un risveglio di profezia, specialmente per bocca dei papi Benedetto XV, Pio XI e Pio XII. Il Vaticano II manifesta la consapevolezza che l’argomento della guerra va affrontato «con mentalità completamente nuova» a causa dei nuovi micidiali armamenti (vedi Gaudium et spes, 80). Occorre pertanto prevenire i conflitti e comporli pacificamente allorché insorgono, ricorrendo anche alla cooperazione internazionale, sospendendo la corsa agli armamenti, riducendo gli arsenali nucleari (GS, 82-88). Pur ammettendo la liceità della guerra come "legittima difesa", il Concilio apre all’obiezione di coscienza (GS, 79). Sul profetico magistero di Giovanni XXIII abbiamo già detto. Di Paolo VI bisogna ricordare l’intervento alle Nazioni Unite (1965), l’istituzione della Pontificia Commissione Iustitia e Pax (1967), l’Enciclica Populorum progressio (1967), nella quale si legge che «lo sviluppo è il nuovo nome della pace», l’istituzione della "Giornata mondiale per la pace" fissata per il 1° gennaio di ogni anno (1967). 

Paolo VI parla all'assemblea dell'Onu nel 1965.
Paolo VI parla all’assemblea dell’Onu nel 1965.

Innumerevoli sono poi gli interventi di Giovanni Paolo II con la ben nota insistenza sul rispetto del diritto di tutti i popoli, con la denuncia del "neocolonialismo culturale" praticato dall’Occidente verso il resto del mondo, con la formazione di incontri di preghiera interreligiosi. Significativi sono soprattutto due avvenimenti: quello del "non intervento" durante la crisi del Golfo (1991) e quello della "ingerenza umanitaria" nella ex Jugoslavia. La Chiesa dei nostri giorni, pur conoscendo la fatica di raccordare fra loro la storia e la profezia, rappresenta una voce autorevole che cerca di contrapporsi alla razionalizzazione della guerra e della violenza.

Resta da dire una parola sul fatto che molte pagine della Bibbia sono intrise di guerre e di violenze, ivi compreso l’ultimo libro del Nuovo Testamento. Non c’è nella Bibbia una sola linea, anche se il quadro di fondo è quello della giustizia che mobilita gli uomini alla sua conquista e alla sua difesa. C’è una linea per la quale la giustizia e la pace vanno tutelate a qualsiasi prezzo, comprese le guerre e la violenza, anche se è condannata sempre la violenza cieca e belluina, come pure è condannata l’oppressione dei deboli. C’è quindi una violenza legittimata dalla giusta causa, sia che si tratti di Dio come degli uomini.

Giovanni Paolo II e i rappresentanti delle altre religioni riuniti ad Assisi nel 1986 a pregare insieme per la pace nel mondo.
Giovanni Paolo II e i rappresentanti delle altre religioni riuniti
ad Assisi nel 1986 a pregare insieme per la pace nel mondo.

La Bibbia conosce però anche un’altra linea, rappresentata soprattutto dalle voci profetiche che predicano vie non violente, quali il perdono, l’amore, ecc. Emblematica è al riguardo la vicenda di Gesù, l’innocente condannato a morte, impotente di fronte ai carnefici, dispensatore di perdono per chi lo crocifigge, risuscitato dalla potenza di Dio che si rivela come potenza di vita. «Dio rende giustizia al Crocifisso senza colpire i crocifissori» (G. Barbaglio). Gesù, e il Dio rivelato da Gesù, mostrano che la giustizia e la pace si possono costruire senza violenza. È una lezione che l’umanità fa difficoltà ad apprendere, prigioniera com’è di stereotipi e di simboli arcaici depositati nella sua psiche che portano a proiettare su Dio i meccanismi della violenza umana. Ciò vale anche per alcune pagine bibliche che malauguratamente hanno talora legittimato la violenza e le guerre per raggiungere traguardi di giustizia. Purtroppo il lettore comune è del tutto impreparato a interpretare queste pagine il cui spessore di violenza è talora ammorbidito da parte degli studiosi.

Franco Ardusso
   

SCAFFALE BIBLICO E TEOLOGICO

Per tutto ciò che riguarda il tema della pace si consiglia l’ottimo Dizionario di teologia della pace (a cura di Luigi Lorenzetti), Edb, Bologna, 1997, con i suoi 74 lemmi e le sue 271 voci.

Per l’aspetto biblico:

  • Giuseppe Barbaglio, Dio violento? Lettura delle Scritture ebraiche e cristiane, Cittadella, Assisi, 1991.
  • Nicolò M. Loss, Pace, in Pietro Rossano - Gianfranco Ravasi - Antonio Girlanda, Nuovo Dizionario di teologia biblica, San Paolo, Cinisello Balsamo, 1988, 1056-1064.
  • Xavier Léon-Dufour, Pace, in X. Léon-Dufour (a cura di), Dizionario di teologia biblica, Marietti, Casale Monferrato,1980, 813-821.
  • Norbert Lohfink, Il Dio della Bibbia e la violenza, Morcelliana, Brescia, 1985.
  • Thomas Römer, I lati oscuri di Dio. Crudeltà e violenza nell’Antico Testamento, Claudiana, Torino, 2002.
  • André Girard, La violenza e il sacro, Adelphi, Milano, 1986.

Per l’aspetto storico:

  • Massimo Toschi, Pace e Vangelo. La tradizione cristiana di fronte alla guerra, Queriniana, Brescia, 1980.

Per la teologia e le religioni:

  • Joseph Comblin, Teologia della pace, Paoline, Roma, 1968.
  • Eberhard Jüngel, L’essenza della pace. La pace come categoria d’antropologia teologica, Morcelliana, Brescia, 1984.
  • Michele Cassese (a cura di), Religioni per la pace, Asal, Roma, 1987.
  • Denise Lardner Carmody - John Tully Carmody, Pace e giustizia nelle Scritture delle grandi religioni, Edb, Bologna, 1991.
  • Wolfgang Huber - Hans-Richard Reuter, Etica della pace, Queriniana, Brescia, 1993.

Segue: Qui si diventa dottori in scienze della pace

   Letture n.590 ottobre 2002 - Home Page