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La tradizione giudeo-cristiana
SHALOM:
PIENEZZA DI FELICITÀ
di Franco Ardusso
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Chi
interroga le Scritture e la Tradizione cristiana sul tema della pace dev’essere
ben consapevole di ciò di cui si mette alla ricerca e del metodo di cui
si avvale nella sua indagine. Tutto ciò può sembrare un’ovvietà, ma
non lo è. Che cos’è infatti la pace della quale si ricercano i
fondamenti? Molte sono le concezioni che la cultura dei secoli passati ci
ha trasmesso e che possono condizionare la nostra ricerca. C’è, ad
esempio, l’ideale della pax romana del tempo di Augusto, frutto
dell’ideologia imperialista che non aveva difficoltà a imporre
vittoriosamente la pace con la forza delle armi. «Se vuoi la pace,
prepara la guerra», si diceva. Anche la Bibbia associa abbastanza spesso
il conseguimento della pace con la violenza e la guerra. Ma, per fortuna,
questo non è l’unico filone che si riscontra nelle Scritture! Nel mondo
cristiano occidentale è stato soprattutto l’Agostino del De Civitate
Dei a fare scuola con la sua nota definizione di pace come tranquillitas
ordinis derivante dall’adesione all’ordine che Dio ha impresso
nella creazione. Ma Agostino, e con lui molti altri, riconosceva che «non
trasgrediscono affatto il comandamento con cui è stato ordinato di non
uccidere coloro che hanno guerreggiato per comando di Dio, ovvero,
rappresentando la forza del pubblico potere, secondo le sue leggi, cioè
seguendo un ordinamento della retta ragione, hanno punito i delinquenti
con la morte» (De Civ. Dei, I, 21). Si radica qui, con ogni
probabilità, la nota teoria della " guerra giusta" che sarà
spesso ripresa in seguito, sin quasi ai nostri giorni.

Il Risorto appare agli apostoli
dicendo:
«Pace a voi».
Miniatura di De Predis. Torino, Biblioteca Reale.
Una vita in armonia
Adducendo questi esempi, ci siamo addentrati nella
tematica della pace secondo una precisa angolatura, quella del rapporto
tra guerra e pace, tra pace e violenza. È un filone indubbiamente
importante, ma non è sufficiente a dischiuderci le ricchezze del
messaggio biblico, soprattutto cristiano, sulla pace. È significativo, ad
esempio, che un celebre passo della lettera agli Efesini definisca Gesù
stesso come «la nostra pace» (Ef 2,17). E certamente doveva avere un
senso molto denso e pregnante il saluto del Risorto, che riprendeva il
saluto tradizionale degli ebrei: pace, shalom. E quando la stessa
lettera agli Efesini (2,17) scrive che Gesù è venuto ad annunciare la
pace ai lontani (i pagani) e ai vicini (gli ebrei) non pensa affatto a una
pura situazione di non belligeranza dove le armi tacciono! La parola
ebraica shalom, che viene abitualmente tradotta col termine
"pace", deriva da una radice che indica integrità e pienezza di
beni. L’uomo "in pace" è colui che vive in armonia con la
natura, con se stesso, con Dio, è colui che gode di buona salute e di
sicurezza, è nella concordia, ecc.

Sant’Agostino, dipinto da
Botticelli.
L’esegeta francese Xavier Léon-Dufour sintetizza
così il tema veterotestamentario della pace: «La pace è la somma dei
beni accordati alla giustizia: avere una terra fertile, mangiare a
sazietà, abitare in sicurezza, dormire senza timore, trionfare dei propri
nemici, moltiplicarsi, e tutto questo in definitiva perché Dio è con noi
(Lev 26,1-13). Lungi, quindi dall’essere soltanto una assenza di guerra,
la pace è pienezza della felicità» (Dizionario di teologia biblica,
Marietti, Casale Monferrato, 1990, col. 816). Lo stesso autore fa
osservare giustamente che, concepita dapprima come una felicità terrena,
la pace diventa un bene sempre più spirituale a motivo della sua fonte
divina. Ai re di Israele, tentati di ottenere la pace con alleanze
politico-militari spesso empie, i profeti denunciano l’uso perverso
della parola "pace", e indicano che la vera pace è il frutto
della giustizia divina (vedi 1Re 22,13-28 relativo a Michea; Ger 6,14;
29,11; Ez 34,25-30; 37,26). È soprattutto il libro di Isaia a
pronosticare «una pace senza fine» (Is 9,6), con la cessazione totale
della guerra ( vedi 2,1-5) e l’unificazione religiosa dei popoli attorno
a Gerusalemme. È ancora soprattutto Isaia a collegare la pace definitiva
con la persona e con l’opera del Messia, il quale è denominato col
solenne titolo regale di «principe di pace» (vedi 9,5-6; 11,1-9), ed è
collegato con quel misterioso
sofferente del «servo di Jahveh», definito come «il castigo per la
nostra pace» (53,5). Il tema della pace si apre così sull’orizzonte
messianico ed escatologico, e solleva il problema della sofferenza del
giusto e della retribuzione. Una prima risposta la dà il libro della
Sapienza per il quale i giusti, che agli occhi dei malvagi sembrano morti,
in realtà «sono nella pace» (3,l ss.).
Il Nuovo Testamento raccoglie gran parte dell’eredità
del primo Testamento sulla pace e la collega con l’opera di Gesù
Cristo, alla nascita del quale gli angeli annunziarono la pace agli uomini
che Dio ama (vedi Lc 22,14). Gesù dona la pace perdonando i peccati (Lc
7,50) e risanando gli ammalati (Lc 8,48). Al pari di Gesù, anche i suoi
discepoli offrono la salvezza col loro saluto di pace (Lc 10,5-9). Con san
Paolo il nostro tema raggiunge profondità sconosciute: Cristo è il
riconciliatore di tutti gli esseri perché ha fatto pace col sangue della
croce (Col 1,20). Egli è pertanto la nostra pace (Ef 2,14-22). Per mezzo
di Cristo otteniamo la giustificazione, e quindi la pace con Dio (Rm 5,1).
La pace è dono dello Spirito (Gal 5,22). Anche per il quarto Vangelo la
pace, essendo il frutto del sacrificio di Gesù (Gv 16,33), non ha nulla a
che vedere con la pace fallace di questo mondo (Gv 14,27 ss.). L’ultimo
libro del Nuovo Testamento, l’Apocalisse, anche se solcato da bagliori
di guerra e da inaudite esplosioni di violenza, si conclude però con una
beata visione di pace, quella della Gerusalemme che discende dal cielo
sulla terra (Ap 21).

San Tommaso d’Aquino.
Dalle considerazioni precedenti, anche se sommarie,
emerge tuttavia che, nell’ottica cristiana, cioè ispirata a Gesù
Cristo, la pace è qualcosa di più di un’esperienza etica o di un
dovere morale. La pace può essere descritta come un progetto complessivo,
radicalmente nuovo perché fondato sulla novità di Gesù Cristo e sul suo
dono di pace, un progetto che abbraccia tutti i rapporti umani (Dio,
prossimo, se stessi, natura) e tocca le dimensioni del presente e del
futuro. Tutto ciò può sembrare molto distante dalle preoccupazioni dell’umanità
contemporanea, che si trova spesso impotente di fronte alle molte forme di
violenza, di oppressione, di guerra, ecc. Le strategie umane risultano non
di rado fallimentari nei loro progetti di pace. Eppure il messaggio
biblico, soprattutto quello neotestamentario, potrebbe rivelarsi molto
fecondo.
Lo ha fatto notare di recente Mary Evelyn Jegen, la
coordinatrice americana di Pax Christi, parlando dell’enciclica Pacem
in terris di Giovanni XXIII (1963). Scrive la Jegen: «Il principale
balzo in avanti che si è verificato nell’insegnamento della Chiesa sul
problema della guerra, dai tempi di Giovanni XXIII, è stato l’applicazione
del concetto di pace, non inteso nel senso romano, cioè come conseguenza
della fine della guerra, ma nel senso ebraico-cristiano, come shalom,
pienezza di vita, benedizione e realizzazione umana. La pace è compresa
come opera della giustizia, frutto dell’amore, e i cristiani debbono
unirsi a tutti i veri operatori di pace per conseguirla e salvaguardarla»
(citato da Luigi Lorenzetti, Dizionario di teologia della pace, Edb,
Bologna, 1997, pag. 123).

Al Concilio di Clermont il papa
Urbano II propone la prima crociata.
Il cammino della pace degli stessi cristiani, che pure
disponevano delle parole e delle azioni di Cristo, è stato faticoso nel
corso della storia, se è vero ciò che scrive Lorenzetti secondo il quale
«la morale, dal secolo quarto agli anni ‘60 (del XX secolo, ndr.),
ha trattato più di guerra (e delle sue condizioni per una sua giustizia)
che di pace e di quanto la definisce» (ivi, pag. 123). Nei primi
secoli alcuni cristiani rifiutarono il servizio militare. Ma non fu prassi
comune. Con l’integrazione della Chiesa nell’impero, lo spazio della
profezia, rappresentata dal rifiuto del servizio militare, si contrae, ma
non scompare del tutto. Ad esempio, sant’Ambrogio si astiene dal ricorso
alla forza contro gli eretici e contrasta l’imperatore in termini non
violenti. I sacerdoti non devono prestare servizio militare, prescrivono i
Concili di Nicea (325) e di Calcedonia (451). Alcuni Papi condanneranno le
ordalie e i duelli, e alcuni Concili prescriveranno la "tregua di
Dio". Così pure affiora di tanto in tanto il divieto di ricorrere
alla forza per convertire al cristianesimo.
La crociata costituisce una novità, che avrà delle
gravi conseguenze, in quanto la Chiesa si fa promotrice di un’iniziativa
bellica non dettata da immediati motivi di difesa. Con l’avvento, nell’epoca
moderna, degli Stati nazionali, lo Stato della Chiesa verrà coinvolto in
vicende belliche. Il tema della "guerra giusta", che ha
ascendenze patristiche, viene formulato con precisione da Tommaso d’Aquino
che ne indicherà i tre criteri di legittimità: legittima autorità del
principe che dichiara la guerra, giusta causa per il conflitto e
intenzione di ristabilire la pace (vedi II-II, q. 40).
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Giovanni
XXIII riceve da Gronchi
il Premio Balzan per la pace 1963. |
Benedetto
XV. Definì la guerra
«inutile strage». |
Armi nuove e micidiali
Con la secolarizzazione del diritto di guerra, alcuni
teologi cercheranno di arginare la concezione degli Stati nazionali che
non riconoscono alcuna autorità morale. Così, ad esempio, Francisco de
Vitoria (1492-1546) e Francisco Suarez (1548-1617) si appelleranno al
criterio di proporzionalità tra i mali e i beni causati dalle guerre,
alla legittima difesa, alla punizione del colpevole e alla riparazione dei
danni subiti.
Furono le guerre mondiali del XX secolo a suscitare un
risveglio di profezia, specialmente per bocca dei papi Benedetto XV, Pio
XI e Pio XII. Il Vaticano II manifesta la consapevolezza che l’argomento
della guerra va affrontato «con mentalità completamente nuova» a causa
dei nuovi micidiali armamenti (vedi Gaudium et spes, 80). Occorre
pertanto prevenire i conflitti e comporli pacificamente allorché
insorgono, ricorrendo anche alla cooperazione internazionale, sospendendo
la corsa agli armamenti, riducendo gli arsenali nucleari (GS, 82-88). Pur
ammettendo la liceità della guerra come "legittima difesa", il
Concilio apre all’obiezione di coscienza (GS, 79). Sul profetico
magistero di Giovanni XXIII abbiamo già detto. Di Paolo VI bisogna
ricordare l’intervento alle Nazioni Unite (1965), l’istituzione della
Pontificia Commissione Iustitia e Pax (1967), l’Enciclica Populorum
progressio (1967), nella quale si legge che «lo sviluppo è il nuovo
nome della pace», l’istituzione della "Giornata mondiale per la
pace" fissata per il 1° gennaio di ogni anno (1967).

Paolo VI parla all’assemblea
dell’Onu nel 1965.
Innumerevoli sono poi gli interventi di Giovanni Paolo
II con la ben nota insistenza sul rispetto del diritto di tutti i popoli,
con la denuncia del "neocolonialismo culturale" praticato dall’Occidente
verso il resto del mondo, con la formazione di incontri di preghiera
interreligiosi. Significativi sono soprattutto due avvenimenti: quello del
"non intervento" durante la crisi del Golfo (1991) e quello
della "ingerenza umanitaria" nella ex Jugoslavia. La Chiesa dei
nostri giorni, pur conoscendo la fatica di raccordare fra loro la storia e
la profezia, rappresenta una voce autorevole che cerca di contrapporsi
alla razionalizzazione della guerra e della violenza.
Resta da dire una parola sul fatto che molte pagine
della Bibbia sono intrise di guerre e di violenze, ivi compreso l’ultimo
libro del Nuovo Testamento. Non c’è nella Bibbia una sola linea, anche
se il quadro di fondo è quello della giustizia che mobilita gli uomini
alla sua conquista e alla sua difesa. C’è una linea per la quale la
giustizia e la pace vanno tutelate a qualsiasi prezzo, comprese le guerre
e la violenza, anche se è condannata sempre la violenza cieca e belluina,
come pure è condannata l’oppressione dei deboli. C’è quindi una
violenza legittimata dalla giusta causa, sia che si tratti di Dio come
degli uomini.

Giovanni Paolo II e i
rappresentanti delle altre religioni riuniti
ad Assisi nel 1986 a pregare insieme per la pace nel mondo.
La Bibbia conosce però anche un’altra linea,
rappresentata soprattutto dalle voci profetiche che predicano vie non
violente, quali il perdono, l’amore, ecc. Emblematica è al riguardo la
vicenda di Gesù, l’innocente condannato a morte, impotente di fronte ai
carnefici, dispensatore di perdono per chi lo crocifigge, risuscitato
dalla potenza di Dio che si rivela come potenza di vita. «Dio rende
giustizia al Crocifisso senza colpire i crocifissori» (G. Barbaglio).
Gesù, e il Dio rivelato da Gesù, mostrano che la giustizia e la pace si
possono costruire senza violenza. È una lezione che l’umanità fa
difficoltà ad apprendere, prigioniera com’è di stereotipi e di simboli
arcaici depositati nella sua psiche che portano a proiettare su Dio i
meccanismi della violenza umana. Ciò vale anche per alcune pagine
bibliche che malauguratamente hanno talora legittimato la violenza e le
guerre per raggiungere traguardi di giustizia. Purtroppo il lettore comune
è del tutto impreparato a interpretare queste pagine il cui spessore di
violenza è talora ammorbidito da parte degli studiosi.
Franco Ardusso
| SCAFFALE
BIBLICO E TEOLOGICO
Per tutto ciò che riguarda il tema della pace si consiglia l’ottimo
Dizionario di teologia della pace (a cura di Luigi
Lorenzetti), Edb, Bologna, 1997, con i suoi 74 lemmi e le sue 271
voci.
Per l’aspetto biblico:
- Giuseppe Barbaglio, Dio violento? Lettura delle
Scritture ebraiche e cristiane, Cittadella, Assisi,
1991.
- Nicolò M. Loss, Pace, in Pietro Rossano -
Gianfranco Ravasi - Antonio Girlanda, Nuovo Dizionario
di teologia biblica, San Paolo, Cinisello Balsamo,
1988, 1056-1064.
- Xavier Léon-Dufour, Pace, in X. Léon-Dufour
(a cura di), Dizionario di teologia biblica, Marietti,
Casale Monferrato,1980, 813-821.
- Norbert Lohfink, Il Dio della Bibbia e la violenza, Morcelliana,
Brescia, 1985.
- Thomas Römer, I lati oscuri di Dio. Crudeltà e
violenza nell’Antico Testamento, Claudiana, Torino,
2002.
- André Girard, La violenza e il sacro, Adelphi,
Milano, 1986.
Per l’aspetto storico:
- Massimo Toschi, Pace e Vangelo. La tradizione
cristiana di fronte alla guerra, Queriniana, Brescia,
1980.
Per la teologia e le religioni:
- Joseph Comblin, Teologia della pace, Paoline,
Roma, 1968.
- Eberhard Jüngel, L’essenza della pace. La pace come
categoria d’antropologia teologica, Morcelliana,
Brescia, 1984.
- Michele Cassese (a cura di), Religioni per la pace, Asal,
Roma, 1987.
- Denise Lardner Carmody - John Tully Carmody, Pace e
giustizia nelle Scritture delle grandi religioni, Edb,
Bologna, 1991.
- Wolfgang Huber - Hans-Richard Reuter, Etica della
pace, Queriniana, Brescia, 1993.
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in scienze della pace
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