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Un ideale comune per l'umanità.

LA PACE 
DOBBIAMO SEMPRE IMPARARLA
   


   Letture n.590 ottobre 2002 - Home Page

"Allegoria della pace". Affresco di Ambrogio Lorenzetti. Siena, Sala della pace.La pace è un tema più che mai attuale. È un ideale che nella tradizione giudeo-cristiana è sinonimo di pienezza di felicità. Per imparare a metterlo in pratica abbiamo un punto di riferimento nelle numerose personalità e organizzazioni che, a partire dal secolo scorso, si sono battute per conseguire questo obiettivo.
    
        

Personalità del ’900
SECOLO DI GUERRE E DI SPERANZA

di Claudio Ragaini

«Secolo dell’orrore», come è stato chiamato, di guerre laceranti di dittature e genocidi, il secolo di Auschwitz e di Hiroshima, il Novecento lascia dietro di sé una scia di ferite le cui conseguenze ancora oggi continuano a minare la coesistenza di intere popolazioni. Ma, letto in controluce, il Novecento è stato anche il secolo che più di ogni altro ha saputo sviluppare, come un antigene, una forte ideologia di pace che nel corso degli anni, pur attraverso le esperienze dolorose di molti conflitti e i fallimenti di molte imprese,Frédéric Passy. è andata consolidandosi e ramificandosi in teorie e prassi innovative, dando origine a movimenti di massa e di opposizione alla guerra nel nome di una consapevolezza nuova, continuamente rigenerata, secondo cui la pacifica convivenza planetaria non è più un miraggio astratto, un ideale meramente teorico, ma una costruzione le cui fondamenta posano su categorie quali la giustizia sociale, il rispetto dei diritti umani, la tutela dell’ambiente, la nonviolenza. Come scrive Peppe Sini in un suo recente saggio (Annuario della pace 2002, Fondazione Venezia per la ricerca sulla pace), «Il Novecento non è solo il secolo dell’orrore, ma anche il secolo della resistenza all’orrore. Non è solo il secolo delle guerre, ma anche della resistenza alla guerra. Non è solo il secolo della disperazione, ma anche della speranza e della responsabilità, dell’inizio della lotta nonviolenta per un’umanità di liberi ed uguali».

Questo cammino è segnato dall’operato e dal pensiero di molte Tolstoj nel suo studio.personalità che hanno consacrato alla causa della pace la loro vita, pur attraverso percorsi e motivazioni diverse. Non tutte comprese, molte osteggiate, altre completamente ignorate nella storia di quello che è considerato il massimo riconoscimento ufficiale in materia: il Premio Nobel per la Pace, istituito, come le altre sezioni, a partire dal 1901. Basti dire che nell’elenco non figurano i nomi di Gandhi e di Tolstoj che alla storia del pacifismo hanno legato la loro eredità spirituale, mentre sono presenti discussi segretari di Stato e uomini politici, scelti in funzione di strategie e tatticismi non sempre chiari.

Ma proprio da Tolstoj, morto nel 1910, vorremmo iniziare questa sintetica carrellata, poiché il grande scrittore russo illuminò con la sua pedagogia pacifista il volgere del secolo, incarnando, soprattutto nell’estremo arco della sua vita, posizioni di una radicalità totale, frutto di una sofferta religiosità, nel rifiuto della guerra e di ogni forma di violenza, che lo misero in polemica persino con alcuni esponenti del pacifismo ufficiale europeo di quei tempi. In Resurrezione, egli sintetizza in cinque punti il Discorso della montagna, proclamando laErnesto T. Moneta, l'unico italiano a ricevere il Nobel per la Pace. prima delle verità universali: «L’uomo non solo non deve uccidere il proprio simile, suo fratello, ma nemmeno adirarsi con lui, né accusarlo, né disprezzarlo. E se egli si adira con qualcuno deve riconciliarsi con lui prima di offrire qualche dono a Dio, cioè prima di unirsi a Dio con la preghiera». È il conflitto tra coscienza e istituzioni che egli affronta nel saggio Il regno di Dio è in voi, che lo porta a teorizzare il rifiuto del servizio militare, e persino la diserzione, come è nello scritto Delenda Carthago che, tradotto in Italia per la rivista pacifista Vita Internazionale, procurò il suo sequestro da parte della polizia e un processo per apologia di reato al suo gerente, nell’anno delle cannonate di Bava Beccaris (1898).

L’unico italiano

In questi anni che aprono le porte al Novecento, tra avventure coloniali e fermenti nazionalistici, il pacifismo europeo vive una sua stagione impegnata, fatta di convegni, proclami e comitati, sulla scia degli ideali cosmopoliti diffusi da esponenti di primo piano del movimento pacifista come l’inglese Hodgson Pratt e il ricordo ancora lacerante dei feriti e delle vittime delle battaglie risorgimentali. Non per nulla il primo Nobel per la Pace viene assegnato nel 1901 a Jean Henri Dunant e Frédéric Passy, svizzero il primo, francese il secondo: l’uno promotore della Croce Rossa, l’altro fondatore della Il Mahatma Gandhi.Lega internazionale per la pace e la Società per l’Arbitrato. E su questa scia riceveranno il prestigioso riconoscimento altri promotori di ideali pacifisti la baronessa Bertha Sophie Felicitavon Suttner (1905), instancabile animatrice di tutti i consessi pacifisti, Theodore Roosevelt (1906) ed ErnestoTeodoro Moneta (1907), l’unico italiano nella storia del Nobel a essere insignito del prestigioso riconoscimento. Combattente garibaldino, giornalista (per quasi trent’anni direttore del quotidiano milanese Il Secolo, poi fondatore della rivista Vita Internazionale, quella del processo a Tolstoj) Moneta fu esponente di primo piano del pacifismo italiano dell’inizio del secolo, ma espresse anche, nelle sue posizioni, le tensioni e le lacerazioni di un’epoca sospesa tra i grandi aneliti universalistici e le spinte nazionaliste post-unitarie che lo portarono, ormai alla conclusione della sua vita, a sostenere l’intervento nella grande guerra, con grande scandalo dei suoi amici pacifisti. Il suo progetto di pace universale non prescindeva dall’amore di patria e dalla costruzione di un mondo fondato sulla giustizia e la crescita morale.

La prima guerra mondiale spazzò dall’orizzonte internazionale i sogni di pace coltivati nell’arco di un ventennio, mise a tacere le voci che ancora auspicavano il prevalere della ragione sulla forza. Il belga Henri La Albert Schweitzer.Fontaine, presidente del Bureau international de la paix e promotore della Corte internazionale di Giustizia, fu l’ultimo a ricevere il Nobel della Pace (1913) prima che il mondo sprofondasse nella guerra e il Premio rimanesse congelato per molti anni, con poche significative eccezioni: la Croce Rossa nel 1917, il presidente americano Thomas Wilson, l’ideatore dei 14 punti per la pace (1919), il francese Léon Victor Auguste Bourgeois, uno dei padri fondatori della Società delle Nazioni (1920).

Ma intanto le vie della pace prendevano altre direzioni, dalle costruzioni teoriche del diritto internazionale e dai congressi si calavano nella realtà della vita, incrociavano i bisogni della povera gente, dei rifugiati, dei dimenticati lontani. Già da alcuni anni un giovane medico alsaziano, teologo protestante e valente musicista, aveva lasciato l’Europa per inseguire il suo sogno di filantropo di L'Abbé Pierre.costruire un ospedale nella foresta africana per curare i malati di lebbra e lo aveva realizzato nel Gabon, a Lambaréné, sulle rive di un fiume, dove trascorreva la sua vita, in compagnia del suo fedele organo. Si chiamava Albert Schweitzer e il mondo imparò a conoscerlo quando, oramai alla fine della sua lunga vita, ricevette il riconoscimento del Premio Nobel per la Pace (1952). Lasciò pagine lungimiranti nelle quali denunciava il pericolo di un’involuzione dell’umanità e il pericolo di un’autodistruzione: «Soltanto un sistema di pensiero nel quale l’atteggiamento del rispetto per la vita diventi una forza ha la capacità di far sorgere in questo mondo un’epoca di pace. Ogni tentativo solo diplomatico di raggiungere la pace non è coronato da successo».

In tutt’altra parte del mondo, in quegli anni di interludio tra le due guerre, un piccolo e coraggioso avvocato indiano, Mohandas Gandhi, l’esile corpo vestito di una semplice tunica e di poveri sandali, appoggiato a un lungo bastone, percorreva il suo Paese Martin Luther King durante una manifestazione.predicando il valore della nonviolenza (ahimsa) e della verità ( satyagraha) come metodo di lotta contro la sopraffazione e l’ingiustizia, che egli stesso aveva sperimentato duranteil suo soggiorno giovanile in Sudafrica, vittima della discriminazione razziale. La sua azione di risveglio della coscienza popolare indiana, pagata con la prigione, i digiuni e infine la stessa sua vita, portò, come si sa, l’intero Paese ad affrancarsi dal giogo coloniale britannico e costituisce, nella storia del pacifismo del secolo passato, uno dei punti più alti e significativi.

La dottrina nonviolenta predicata da Gandhi non fu una costruzione sistematica, ma una ricerca costante della Verità, attraverso il sacrificio e l’impegno personale. «La nonviolenza», scrive nel suo libro Teoria e pratica della nonviolenza, «è legge della razza Dag Hammarskjöld con papa Pio XII.umana ed è infinitamente più grande e potente della forza bruta. Essa non può essere di nessun aiuto a chi non possiede una fede profonda nel Dio dell’Amore». L’eredità gandhiana, anche attraverso l’opera di suoi discepoli come Vinoba Bave, Lanza del Vasto e altri, si è ramificata come un seme prodigioso, alimentando le generazioni future e dando origine a correnti di pensiero e movimenti nonviolenti che oggi si ispirano al suo esempio. Molti dei personaggi che negli anni più recenti hanno scritto la storia del pacifismo contemporaneo, da Piero Capitini ( fondatore del Movimento nonviolento per la pace e della marcia Perugia-Assisi) a Martin Luther King, martire della lotta alla segregazione razziale, fanno riferimento all’insegnamento gandhiano.

Gli anni oscuri dei totalitarismi e della seconda guerra mondiale sembrarono seppellire le idee di pace in una notte senza fine, testimoniata dal lungo silenzio dei Premi Nobel per la Pace; ma da quell’abisso sembrò riemergere una coscienzaNelson Mandela. nuova dell’umanità nella forza dell’organizzazione internazionale (è del 1945 la nascita dell’Onu) e della solidarietà fra i popoli. A Parigi un giovane prete francescano, già partigiano e deputato del Parlamento, solleva l’opinione pubblica per dare una casa ai senza tetto e fonda una comunità per i disastrati della vita. Si chiama Henri Groués e diventerà famoso nel mondo per le sue Comunità Emmaus col nome di Abbé Pierre. Negli anni sucessivi della guerra fredda, il pericolo di un olocausto nucleare dà voce a personaggi autorevoli, da Bertrand Russell, al già ricordato Schweitzer, che richiamano i governi delle grandi potenze al dovere del disarmo, unica via per la costruzione di un mondo senza guerre.

Ancora una volta la pace si coniuga con le realtà nuove della storia: incontra la realtà dei Paesi più poveri, quelli che verranno chiamati Terzo Mondo. Gli anni ’60 hanno dato il via al periodo dellaRaoul Follereau, l'apostolo dei lebbrosi. decolonizzazione che ha aperto un nuovo capitolo, ricco di speranze e di crisi nella storia dell’Africa. Nel 1961 il segretario dell’Onu, lo svedese Dag Hammarskjöld, muore in un misterioso incidente aereo mentre è impegnato a risolvere la drammatica situazione del Congo. Gli viene assegnato il Nobel per la Pace postumo, unica eccezione nella storia del Premio. Ci sono autentici eroi della carità che scrivono stupende pagine di solidarietà in questo mondo emergente dei poveri: un filantropo francese, Raoul Follereau, gira il mondo per abbracciare i lebbrosi chiedendo alle superpotenze il corrispettivo del prezzo di un aereo da guerra per curarli.

In India, una suora di origine albanese, Madre Teresa, fondatrice delle Missionarie della carità, raccoglie i derelitti moribondi sui marciapiedi di Calcutta per dar loro il conforto di una dignitosaMadre Teresa con Hélder Cámara. assistenza nell’estrema ora della vita. Il Premio Nobel nel 1979 ha riconosciuto i suoi meriti umanitari, la Chiesa premia le sue virtù eroiche e si appresta a beatificarla. C’è chi si occupa di profughi, come il reverendo belga Georges Henri Pire (Nobel nel 1958) e chi come il vescovo Hélder Cámara in Brasile sceglie di stare vicino ai poveri delle favelas condividendo le loro sofferenze.

Il mondo scopre la realtà dell’apartheid, non solo in Sudafrica, ma negli stessi Stati Uniti, dove i neri sono discriminati persino nelle scuole. Anche questa è una sfida nuova per la pace. Alla testa del movimento antisegregazionista americano c’è un coraggioso ministro della Chiesa battista, Martin Luther King, che forte del suo Monsignor Oscar Arnulfo Romero.credo nonviolento mobilita le masse dei suoi fratelli di colore per la difesa dei diritti civili. La sua marcia della libertà, organizzata a Washington nell’agosto 1963, riunisce 250 mila manifestanti pacifici e segna il culmine del suo impegno civile, consacrato dal Nobel per la Pace l’anno successivo e pagato con la vita nel 1968, quando cadrà assassinato per mano di un razzista bianco. Lo stesso impegno che negli anni successivi in Sudafrica e in Rodesia, per altre vie e con altri mezzi, non sempre pacifici, porterà alla vittoria contro il regime dell’apartheid per la coraggiosa battaglia di leader politici e religiosi di colore come Albert Luthuli, Nelson Mandela e il vescovo anglicano Desmond Tutu, tutti insigniti del Nobel.

La Chiesa cattolica è interprete di questa aspirazione universale alla pace: nel 1963, alla vigilia della sua morte, papa Giovanni XXIII pubblica l’enciclica Pacem in terris che si rivela, fin dal prologo, come un documento di eccezionale importanza dottrinale. Don Primo Mazzolari.Contrariamente alla formula tradizionale, è indirizzata non soltanto alle gerarchie e ai fedeli cattolici del mondo, ma anche «a tutti gli uomini di buona volontà», di qualunque ideologia o razza, e proclama solennemente l’esigenza di una «pace fra tutte le genti, fondata sulla verità, sulla giustizia, sulla libertà». Quattro anni dopo il suo successore, Paolo VI, nell’anelito costante alla pace che caratterizzò il suo pontificato (è del 1967 la fondazione della Commissione Justitia et Pax), esplicita con grande lucidità nella Populorum progressio i principi cui deve ispirarsi la convivenza umana. La sua analisi è di un’attualità sconvolgente e grande la sua eco: «Lo sviluppo è il nuovo nome della pace», scriveil Papa, e lo sviluppo «deve essere integrale, vale a dire volto alla promozione di ogni uomo, di tutto l’uomo».

Monsignor Tonino Bello.Sono questi i punti di riferimento cui si ispireranno negli anni a seguire le correnti di pensiero pacifista del nostro mondo cattolico, espresse dal sorgere di movimenti e associazioni di volontariato sempre più numerose e dall’impegno di personaggisimbolo: da La Pira a monsignor Cámara, da don Mazzolari a don Milani, da padre Balducci a don Tonino Bello, il popolare vescovo di Pax Christi, autentico interprete di quella «convivialità delle differenze» che resta la sua definizione più schietta della pace.

«Avventura senza ritorno»

Ed è ancora un Papa, Giovanni Paolo II, instancabile pellegrino di pace, a ricordarci negli anni più recenti, di fronte ai conflitti che vanno sconvolgendo la ex Jugoslavia, il Medio Oriente e l’Africa, che la guerra è «un’avventura senza ritorno», la pace «esige sempre ilPérez Esquivel, Nobel nel 1980. rispetto rigoroso della giustizia e, conseguentemente, l’equa distribuzione dei frutti del vero progresso» (Sollecitudo rei socialis).

Non si può dimenticare, in questa faticosa costruzione di un mondo di pace, l’attività di quelle organizzazioni non governative, sempre più attive, che svolgono un ruolo di custodi dei diritti umani e che spesso suppliscono alle carenze delle istituzioni internazionali nella composizione dei conflitti: un nome per tutti è quello della Comunità di Sant’Egidio di Roma la cui opera di mediazione silenziosa ha permesso di raggiungere la pace nel Mozambico dopo anni di guerra e di contribuire alla soluzione di altre controversie.

Difesa degli oppressi

Sempre più il cammino della pace va legandosi al rispetto della legalità e della libertà dei popoli. Sempre meno il silenzio e l’omertà riescono a coprire le violazioni dei diritti naturali dell’uomo, anche per l’imporsi di coraggiose forme di denuncia e di lotta. L’ultimo scorcio del secolo fornisce un copioso elenco di personaggi che hanno dedicato la loro esistenza al ripristino della legalità nei loro Paesi e Rigoberta Menchú, premiata nel 1992.alla difesa degli oppressi. Pensiamo al sacrificio di monsignor Romero, alle madri dei desaparecidos di Plaza de Majo, a Pérez Esquivel, oppositore della dittatura militare in Argentina e fondatore del movimento ecumenico "Paz y Justicia"; a Rigoberta Menchú e alla sua opera di difesa degli indios dell’America Latina, al vescovo Carlo Belo, difensore delle popolazioni di Timor, alla birmana Aung San Suu Kyi, che ha patito anni di carcere per la sua fiera opposizione alla dittatura militare nel suo Paese. E quanti altri, che in silenzio, senza i clamori di premi e riconoscimenti, ancora lottano per raggiungere quell’ideale di pace che l’uomo insegue da sempre.

Claudio Ragaini
    

IL GRIDO DI PETRARCA

Nell’ultima strofa della sua canzone all’Italia, Francesco Petrarca invoca con forza la fine dei conflitti che dividono la Penisola. La frase si trova anche a Berlino ai piedi di una piccola statua del nostro poeta.Francesco Petrarca.

…Canzone, io t’ammonisco
che tua ragion cortesemente dica,
perché fra gente altera ir ti convene,
et le voglie son piene
già de l’usanza pessima et antica,
del ver sempre nemica.
Proverai tua ventura
tra magnanimi pochi a chi ’l ben piace;
Di’ lor:
«Chi m’assicura?
I’ vo gridando: Pace, pace, pace
»
.

   

I PREMI NOBEL PER LA PACE 1901-2001

1901 - Jean Henri Dunant, Frédéric Passy
1902 - Élie Ducommun, Charles Albert Gobat
1903 - Sir William Randal Cremer
1904 - Istituto di diritto internazionale
1905 - Bertha Sophie Felicita von
1906 - Theodore Roosevelt
1907 - Ernesto Teodoro Moneta, Louis Renault
1908 - Klas Pontus Arnoldson, Fredrik Bajer
1909 - Auguste Marie François Beernaert, Paul Henri Benjamin Balluet D’Estournelles De Constant
1910 - Ufficio internazionale permanente per la pace
1911 - Tobias Michael Carel Asser, Alfred Hermann Fried
1912 - Elihu Root
1913 - Henri La Fontaine
1917 - Comitato internazionale della Croce Rossa
1919 - Thomas Woodrow Wilson
1920 - Léon Victor Auguste Bourgeois
1921 - Karl Hjalmar Branting, Christian Lous Lange
1922 - Fridtjof Nansen
1925 - Sir Austen Chamberlain, Charles Gates Dawes
1926 - Aristide Briand, Gustav Stresemann
1927 - Ferdinand Buisson, Ludwig Quidde
1929 - Frank Billings Kellogg
1930 - Lars Olof Nathan (Jonathan) Söderblom
1931 - Jane Addams, Nicholas Murray Butler
1933 - Sir Norman Angell (Ralph Lane)
1934 - Arthur Henderson
1935 - Carl Von Ossietzky
1936 - Carlos Saavedra Lamas
1937 - Cecil Of Chelwood
1938 - Ufficio internazionale Nansen per i rifugiati
1944 - Comitato internazionale della Croce Rossa
1945 - Cordell Hull
1946 - Emily Greene Balch, John Raleigh Mott
1947 - Società degli amici
1949 - Lord John Boyd Orr Of Brechin
1950 - Ralph Bunche
1951 - Léon Jouhaux
1952 - Albert Schweitzer
1953 - George Catlett Marshall
1954 - Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati
1957 - Lester Bowles Pearson
1958 - Georges Henri Pire
1959 - Philip J. Noel-Baker
1960 - Albert John Luthuli
1961 - Dag Hjalmar Agne Carl Hammarskjöld
1962 - Linus Carl Pauling
1963 - Comitato internazionale della Croce Rossa
1964 - Martin Luther King Jr.
1965 - Fondo di emergenza delle Nazioni Unite per l’infanzia (Unicef)
1968 - René Cassin
1969 - Ufficio internazionale del lavoro
1970 - Norman E. Borlaug
1971 - Willy Brandt
1973 - Henry A. Kissinger, Le Duc Tho
1974 - Seán MacBride, Eisaku Sato
1975 - Andrei Dmitrievich Sakharov
1976 - Betty Williams, Mairead Corrigan
1977 - Amnesty International
1978 - Mohamed Anwar Al-Sadat, Menachem Begin
1979 - Madre Teresa di Calcutta
1980 - Adolfo Pérez Esquivel
1981 - Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati
1982 - Alva Myrdal, Alfonso García Robles
1983 - Lech Walesa
1984 - Desmond Mpilo Tutu
1985 - Internazionale dei medici per la prevenzione della guerra nucleare 
1986 - Elie Wiesel 
1987 -
Oscar Arias Sanchez
1988 - Forze di pace dell’Onu ("Caschi Blu")
1989 - Il 14° Dalai Lama (Tenzin Gyatso)
1990 - Michail Sergeevic Gorbaciov
1991 - Aung San Suu Kyi
1992 - Rigoberta Menchú Tum
1993 - Nelson Mandela, Fredrik Willem De Klerk
1994 - Yasser Arafat, Shimon Peres, Yitzhak Rabin
1995 - Joseph Rotblat, Pugwash Conferences on science and world affairs
1996 - Carlos Felipe Ximenes Belo, José Ramos-Horta
1997 - Campagna internazionale per la messa al bando delle mine, Jody Williams
1998 - John Hume, David Trimble
1999 - Medici senza frontiere
2000 - Kim Dae-Jung
2001 - Nazioni Unite, Kofi Annan

    

I LIBRI SUL PACIFISMO
  • M.K. Gandhi, Teoria e pratica della nonviolenza, a cura di G. Pontara, Einaudi, Torino, 1973;
  • E. Melandri, I protagonisti, Emi, Bologna, 1984;
  • P.C. Bori - G. Sofri, Gandhi e Tolstoj, un carteggio e dintorni, Il Mulino, Bologna, 1985;
  • G. Procacci, Premi Nobel per la Pace e guerre mondiali, Feltrinelli, 1989;
  • E. Butturini, La pace giusta, Mazziana, Verona, 1993;
  • R.Venditti, L’obiezione di coscienza al servizio militare, Giuffrè, Milano, 1994;
  • C. Ragaini, Giù le armi! Teodoro Moneta e il progetto di pace internazionale, Franco Angeli, Milano, 1999;
  • Fondazione Venezia per la ricerca sulla pace, Annuario della pace 2002, Asterios, Trieste, 2001;
  • A. Schweitzer, La melodia del rispetto per la vita, San Paolo, Milano, 2002.

Segue: Shalom: pienezza di felictà

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