La
pace è un tema più che mai attuale. È un ideale che nella tradizione
giudeo-cristiana è sinonimo di pienezza di felicità. Per imparare a
metterlo in pratica abbiamo un punto di riferimento nelle numerose
personalità e organizzazioni che, a partire dal secolo scorso, si sono
battute per conseguire questo obiettivo.
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Personalità del ’900
SECOLO DI GUERRE E DI SPERANZA
di Claudio Ragaini
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«Secolo
dell’orrore», come è stato chiamato, di guerre laceranti di
dittature e genocidi, il secolo di Auschwitz e di Hiroshima, il Novecento
lascia dietro di sé una scia di ferite le cui conseguenze ancora oggi
continuano a minare la coesistenza di intere popolazioni. Ma, letto in
controluce, il Novecento è stato anche il secolo che più di ogni altro
ha saputo sviluppare, come un antigene, una forte ideologia di pace che
nel corso degli anni, pur attraverso le esperienze dolorose di molti
conflitti e i fallimenti di molte imprese,
è andata consolidandosi e ramificandosi in teorie e prassi innovative,
dando origine a movimenti di massa e di opposizione alla guerra nel nome
di una consapevolezza nuova, continuamente rigenerata, secondo cui la
pacifica convivenza planetaria non è più un miraggio astratto, un ideale
meramente teorico, ma una costruzione le cui fondamenta posano su
categorie quali la giustizia sociale, il rispetto dei diritti umani, la
tutela dell’ambiente, la nonviolenza. Come scrive Peppe Sini in un suo
recente saggio (Annuario della pace 2002, Fondazione Venezia per la
ricerca sulla pace), «Il Novecento non è solo il secolo dell’orrore,
ma anche il secolo della resistenza all’orrore. Non è solo il secolo
delle guerre, ma anche della resistenza alla guerra. Non è solo il secolo
della disperazione, ma anche della speranza e della responsabilità, dell’inizio
della lotta nonviolenta per un’umanità di liberi ed uguali».
Questo cammino è segnato dall’operato e
dal pensiero di molte
personalità
che hanno consacrato alla causa della pace la loro vita, pur attraverso
percorsi e motivazioni diverse. Non tutte comprese, molte osteggiate,
altre completamente ignorate nella storia di quello che è considerato il
massimo riconoscimento ufficiale in materia: il Premio Nobel per la Pace,
istituito, come le altre sezioni, a partire dal 1901. Basti dire che nell’elenco
non figurano i nomi di Gandhi e di Tolstoj che alla storia del pacifismo
hanno legato la loro eredità spirituale, mentre sono presenti discussi
segretari di Stato e uomini politici, scelti in funzione di strategie e
tatticismi non sempre chiari.
Ma proprio da Tolstoj, morto nel 1910,
vorremmo iniziare questa sintetica carrellata, poiché il grande scrittore
russo illuminò con la sua pedagogia pacifista il volgere del secolo,
incarnando, soprattutto nell’estremo arco della sua vita, posizioni di
una radicalità totale, frutto di una sofferta religiosità, nel rifiuto
della guerra e di ogni forma di violenza, che lo misero in polemica
persino con alcuni esponenti del pacifismo ufficiale europeo di quei
tempi. In Resurrezione, egli sintetizza in cinque punti il Discorso
della montagna, proclamando la
prima delle verità universali: «L’uomo non solo non deve uccidere il
proprio simile, suo fratello, ma nemmeno adirarsi con lui, né accusarlo,
né disprezzarlo. E se egli si adira con qualcuno deve riconciliarsi con
lui prima di offrire qualche dono a Dio, cioè prima di unirsi a Dio con
la preghiera». È il conflitto tra coscienza e istituzioni che egli
affronta nel saggio Il regno di Dio è in voi, che lo porta a
teorizzare il rifiuto del servizio militare, e persino la diserzione, come
è nello scritto Delenda Carthago che, tradotto in Italia per la
rivista pacifista Vita Internazionale, procurò il suo sequestro da
parte della polizia e un processo per apologia di reato al suo gerente,
nell’anno delle cannonate di Bava Beccaris (1898).
L’unico italiano
In questi anni che aprono le porte al
Novecento, tra avventure coloniali e fermenti nazionalistici, il pacifismo
europeo vive una sua stagione impegnata, fatta di convegni, proclami e
comitati, sulla scia degli ideali cosmopoliti diffusi da esponenti di
primo piano del movimento pacifista come l’inglese Hodgson Pratt e il
ricordo ancora lacerante dei feriti e delle vittime delle battaglie
risorgimentali. Non per nulla il primo Nobel per la Pace viene assegnato
nel 1901 a Jean Henri Dunant e Frédéric Passy, svizzero il primo,
francese il secondo: l’uno promotore della Croce Rossa, l’altro
fondatore della
Lega
internazionale per la pace e la Società per l’Arbitrato. E su questa
scia riceveranno il prestigioso riconoscimento altri promotori di ideali
pacifisti la baronessa Bertha Sophie Felicitavon Suttner (1905),
instancabile animatrice di tutti i consessi pacifisti, Theodore Roosevelt
(1906) ed ErnestoTeodoro Moneta (1907), l’unico italiano nella storia
del Nobel a essere insignito del prestigioso riconoscimento. Combattente
garibaldino, giornalista (per quasi trent’anni direttore del quotidiano
milanese Il Secolo, poi fondatore della rivista Vita
Internazionale, quella del processo a Tolstoj) Moneta fu esponente di
primo piano del pacifismo italiano dell’inizio del secolo, ma espresse
anche, nelle sue posizioni, le tensioni e le lacerazioni di un’epoca
sospesa tra i grandi aneliti universalistici e le spinte nazionaliste
post-unitarie che lo portarono, ormai alla conclusione della sua vita, a
sostenere l’intervento nella grande guerra, con grande scandalo dei suoi
amici pacifisti. Il suo progetto di pace universale non prescindeva dall’amore
di patria e dalla costruzione di un mondo fondato sulla giustizia e la
crescita morale.
La prima guerra mondiale spazzò dall’orizzonte
internazionale i sogni di pace coltivati nell’arco di un ventennio, mise
a tacere le voci che ancora auspicavano il prevalere della ragione sulla
forza. Il belga Henri La
Fontaine,
presidente del Bureau international de la paix e promotore della Corte
internazionale di Giustizia, fu l’ultimo a ricevere il Nobel della Pace
(1913) prima che il mondo sprofondasse nella guerra e il Premio rimanesse
congelato per molti anni, con poche significative eccezioni: la Croce
Rossa nel 1917, il presidente americano Thomas Wilson, l’ideatore dei 14
punti per la pace (1919), il francese Léon Victor Auguste Bourgeois, uno
dei padri fondatori della Società delle Nazioni (1920).
Ma intanto le vie della pace prendevano
altre direzioni, dalle costruzioni teoriche del diritto internazionale e
dai congressi si calavano nella realtà della vita, incrociavano i bisogni
della povera gente, dei rifugiati, dei dimenticati lontani. Già da alcuni
anni un giovane medico alsaziano, teologo protestante e valente musicista,
aveva lasciato l’Europa per inseguire il suo sogno di filantropo di
costruire
un ospedale nella foresta africana per curare i malati di lebbra e lo
aveva realizzato nel Gabon, a Lambaréné, sulle rive di un fiume, dove
trascorreva la sua vita, in compagnia del suo fedele organo. Si chiamava
Albert Schweitzer e il mondo imparò a conoscerlo quando, oramai alla fine
della sua lunga vita, ricevette il riconoscimento del Premio Nobel per la
Pace (1952). Lasciò pagine lungimiranti nelle quali denunciava il
pericolo di un’involuzione dell’umanità e il pericolo di un’autodistruzione:
«Soltanto un sistema di pensiero nel quale l’atteggiamento del rispetto
per la vita diventi una forza ha la capacità di far sorgere in questo
mondo un’epoca di pace. Ogni tentativo solo diplomatico di raggiungere
la pace non è coronato da successo».
In tutt’altra parte del mondo, in quegli
anni di interludio tra le due guerre, un piccolo e coraggioso avvocato
indiano, Mohandas Gandhi, l’esile corpo vestito di una semplice tunica e
di poveri sandali, appoggiato a un lungo bastone, percorreva il suo Paese
predicando
il valore della nonviolenza (ahimsa) e della verità (
satyagraha) come metodo di lotta contro la sopraffazione e l’ingiustizia,
che egli stesso aveva sperimentato duranteil suo soggiorno giovanile in
Sudafrica, vittima della discriminazione razziale. La sua azione di
risveglio della coscienza popolare indiana, pagata con la prigione, i
digiuni e infine la stessa sua vita, portò, come si sa, l’intero Paese
ad affrancarsi dal giogo coloniale britannico e costituisce, nella storia
del pacifismo del secolo passato, uno dei punti più alti e significativi.
La dottrina nonviolenta predicata da Gandhi
non fu una costruzione sistematica, ma una ricerca costante della Verità,
attraverso il sacrificio e l’impegno personale. «La nonviolenza»,
scrive nel suo libro Teoria e pratica della nonviolenza, «è legge
della razza
umana
ed è infinitamente più grande e potente della forza bruta. Essa non può
essere di nessun aiuto a chi non possiede una fede profonda nel Dio dell’Amore».
L’eredità gandhiana, anche attraverso l’opera di suoi discepoli come
Vinoba Bave, Lanza del Vasto e altri, si è ramificata come un seme
prodigioso, alimentando le generazioni future e dando origine a correnti
di pensiero e movimenti nonviolenti che oggi si ispirano al suo esempio.
Molti dei personaggi che negli anni più recenti hanno scritto la storia
del pacifismo contemporaneo, da Piero Capitini ( fondatore del Movimento
nonviolento per la pace e della marcia Perugia-Assisi) a Martin Luther
King, martire della lotta alla segregazione razziale, fanno riferimento
all’insegnamento gandhiano.
Gli anni oscuri dei totalitarismi e della
seconda guerra mondiale sembrarono seppellire le idee di pace in una notte
senza fine, testimoniata dal lungo silenzio dei Premi Nobel per la Pace;
ma da quell’abisso sembrò riemergere una coscienza
nuova dell’umanità nella forza dell’organizzazione internazionale (è
del 1945 la nascita dell’Onu) e della solidarietà fra i popoli. A
Parigi un giovane prete francescano, già partigiano e deputato del
Parlamento, solleva l’opinione pubblica per dare una casa ai senza tetto
e fonda una comunità per i disastrati della vita. Si chiama Henri Groués
e diventerà famoso nel mondo per le sue Comunità Emmaus col nome di
Abbé Pierre. Negli anni sucessivi della guerra fredda, il pericolo di un
olocausto nucleare dà voce a personaggi autorevoli, da Bertrand Russell,
al già ricordato Schweitzer, che richiamano i governi delle grandi
potenze al dovere del disarmo, unica via per la costruzione di un mondo
senza guerre.
Ancora una volta la pace si coniuga con le
realtà nuove della storia: incontra la realtà dei Paesi più poveri,
quelli che verranno chiamati Terzo Mondo. Gli anni ’60 hanno dato il via
al periodo della
decolonizzazione che ha aperto un nuovo capitolo, ricco di speranze e di
crisi nella storia dell’Africa. Nel 1961 il segretario dell’Onu, lo
svedese Dag Hammarskjöld, muore in un misterioso incidente aereo mentre
è impegnato a risolvere la drammatica situazione del Congo. Gli viene
assegnato il Nobel per la Pace postumo, unica eccezione nella storia del
Premio. Ci sono autentici eroi della carità che scrivono stupende pagine
di solidarietà in questo mondo emergente dei poveri: un filantropo
francese, Raoul Follereau, gira il mondo per abbracciare i lebbrosi
chiedendo alle superpotenze il corrispettivo del prezzo di un aereo da
guerra per curarli.
In India, una suora di origine albanese,
Madre Teresa, fondatrice delle Missionarie della carità, raccoglie i
derelitti moribondi sui marciapiedi di Calcutta per dar loro il conforto
di una dignitosa
assistenza nell’estrema ora della vita. Il Premio Nobel nel 1979 ha
riconosciuto i suoi meriti umanitari, la Chiesa premia le sue virtù
eroiche e si appresta a beatificarla. C’è chi si occupa di profughi,
come il reverendo belga Georges Henri Pire (Nobel nel 1958) e chi come il
vescovo Hélder Cámara in Brasile sceglie di stare vicino ai poveri delle
favelas condividendo le loro sofferenze.
Il mondo scopre la realtà dell’apartheid,
non solo in Sudafrica, ma negli stessi Stati Uniti, dove i neri sono
discriminati persino nelle scuole. Anche questa è una sfida nuova per la
pace. Alla testa del movimento antisegregazionista americano c’è un
coraggioso ministro della Chiesa battista, Martin Luther King, che forte
del suo
credo
nonviolento mobilita le masse dei suoi fratelli di colore per la difesa
dei diritti civili. La sua marcia della libertà, organizzata a Washington
nell’agosto 1963, riunisce 250 mila manifestanti pacifici e segna il
culmine del suo impegno civile, consacrato dal Nobel per la Pace l’anno
successivo e pagato con la vita nel 1968, quando cadrà assassinato per
mano di un razzista bianco. Lo stesso impegno che negli anni successivi in
Sudafrica e in Rodesia, per altre vie e con altri mezzi, non sempre
pacifici, porterà alla vittoria contro il regime dell’apartheid per
la coraggiosa battaglia di leader politici e religiosi di colore
come Albert Luthuli, Nelson Mandela e il vescovo anglicano Desmond Tutu,
tutti insigniti del Nobel.
La Chiesa cattolica è interprete di questa
aspirazione universale alla pace: nel 1963, alla vigilia della sua morte,
papa Giovanni XXIII pubblica l’enciclica Pacem in terris che si
rivela, fin dal prologo, come un documento di eccezionale importanza
dottrinale.
Contrariamente
alla formula tradizionale, è indirizzata non soltanto alle gerarchie e ai
fedeli cattolici del mondo, ma anche «a tutti gli uomini di buona
volontà», di qualunque ideologia o razza, e proclama solennemente l’esigenza
di una «pace fra tutte le genti, fondata sulla verità, sulla giustizia,
sulla libertà». Quattro anni dopo il suo successore, Paolo VI, nell’anelito
costante alla pace che caratterizzò il suo pontificato (è del 1967 la
fondazione della Commissione Justitia et Pax), esplicita con grande
lucidità nella Populorum progressio i principi cui deve ispirarsi
la convivenza umana. La sua analisi è di un’attualità sconvolgente e
grande la sua eco: «Lo sviluppo è il nuovo nome della pace», scriveil
Papa, e lo sviluppo «deve essere integrale, vale a dire volto alla
promozione di ogni uomo, di tutto l’uomo».
Sono
questi i punti di riferimento cui si ispireranno negli anni a seguire le
correnti di pensiero pacifista del nostro mondo cattolico, espresse dal
sorgere di movimenti e associazioni di volontariato sempre più numerose e
dall’impegno di personaggisimbolo: da La Pira a monsignor Cámara, da
don Mazzolari a don Milani, da padre Balducci a don Tonino Bello, il
popolare vescovo di Pax Christi, autentico interprete di quella «convivialità
delle differenze» che resta la sua definizione più schietta della pace.
«Avventura
senza ritorno»
Ed è ancora un Papa, Giovanni Paolo II,
instancabile pellegrino di pace, a ricordarci negli anni più recenti, di
fronte ai conflitti che vanno sconvolgendo la ex Jugoslavia, il Medio
Oriente e l’Africa, che la guerra è «un’avventura senza ritorno»,
la pace «esige sempre il
rispetto rigoroso della giustizia e, conseguentemente, l’equa
distribuzione dei frutti del vero progresso» (Sollecitudo rei socialis).
Non si può dimenticare, in questa faticosa
costruzione di un mondo di pace, l’attività di quelle organizzazioni
non governative, sempre più attive, che svolgono un ruolo di custodi dei
diritti umani e che spesso suppliscono alle carenze delle istituzioni
internazionali nella composizione dei conflitti: un nome per tutti è
quello della Comunità di Sant’Egidio di Roma la cui opera di mediazione
silenziosa ha permesso di raggiungere la pace nel Mozambico dopo anni di
guerra e di contribuire alla soluzione di altre controversie.
Difesa degli oppressi
Sempre più il cammino della pace va
legandosi al rispetto della legalità e della libertà dei popoli. Sempre
meno il silenzio e l’omertà riescono a coprire le violazioni dei
diritti naturali dell’uomo, anche per l’imporsi di coraggiose forme di
denuncia e di lotta. L’ultimo scorcio del secolo fornisce un copioso
elenco di personaggi che hanno dedicato la loro esistenza al ripristino
della legalità nei loro Paesi e
alla
difesa degli oppressi. Pensiamo al sacrificio di monsignor Romero, alle
madri dei desaparecidos di Plaza de Majo, a Pérez Esquivel,
oppositore della dittatura militare in Argentina e fondatore del movimento
ecumenico "Paz y Justicia"; a Rigoberta Menchú e alla sua opera
di difesa degli indios dell’America Latina, al vescovo Carlo Belo,
difensore delle popolazioni di Timor, alla birmana Aung San Suu Kyi, che
ha patito anni di carcere per la sua fiera opposizione alla dittatura
militare nel suo Paese. E quanti altri, che in silenzio, senza i clamori
di premi e riconoscimenti, ancora lottano per raggiungere quell’ideale
di pace che l’uomo insegue da sempre.
Claudio Ragaini
| IL GRIDO DI
PETRARCA
Nell’ultima strofa della sua
canzone all’Italia, Francesco Petrarca invoca con forza la fine
dei conflitti che dividono la Penisola. La frase si trova anche a
Berlino ai piedi di una piccola statua del nostro poeta.
…Canzone, io t’ammonisco
che tua ragion cortesemente dica,
perché fra gente altera ir ti convene,
et le voglie son piene
già de l’usanza pessima et antica,
del ver sempre nemica.
Proverai tua ventura
tra magnanimi pochi a chi ’l ben piace;
Di’ lor:
«Chi
m’assicura?
I’ vo gridando: Pace, pace, pace».
|
| I PREMI NOBEL
PER LA PACE 1901-2001
1901 - Jean
Henri Dunant, Frédéric Passy
1902 - Élie Ducommun, Charles Albert Gobat
1903 - Sir William Randal Cremer
1904 - Istituto di diritto internazionale
1905 - Bertha Sophie Felicita von
1906 - Theodore Roosevelt
1907 - Ernesto Teodoro Moneta, Louis Renault
1908 - Klas Pontus Arnoldson, Fredrik Bajer
1909 - Auguste Marie François Beernaert, Paul Henri
Benjamin Balluet D’Estournelles De Constant
1910 - Ufficio internazionale permanente per la pace
1911 - Tobias Michael Carel Asser, Alfred Hermann Fried
1912 - Elihu Root
1913 - Henri La Fontaine
1917 - Comitato internazionale della Croce Rossa
1919 - Thomas Woodrow Wilson
1920 - Léon Victor Auguste Bourgeois
1921 - Karl Hjalmar Branting, Christian Lous Lange
1922 - Fridtjof Nansen
1925 - Sir
Austen Chamberlain, Charles Gates Dawes
1926 - Aristide Briand, Gustav Stresemann
1927 - Ferdinand Buisson, Ludwig Quidde
1929 - Frank Billings Kellogg
1930 - Lars Olof Nathan (Jonathan) Söderblom
1931 - Jane Addams, Nicholas Murray Butler
1933 - Sir Norman Angell (Ralph Lane)
1934 - Arthur Henderson
1935 - Carl Von Ossietzky
1936 - Carlos Saavedra Lamas
1937 - Cecil Of Chelwood
1938 - Ufficio internazionale Nansen per i rifugiati
1944 - Comitato internazionale della Croce Rossa
1945 - Cordell Hull
1946 - Emily Greene Balch, John Raleigh Mott
1947 - Società degli amici
1949 - Lord John Boyd Orr Of Brechin
1950 - Ralph Bunche
1951 - Léon Jouhaux
1952 - Albert Schweitzer
1953 - George Catlett Marshall
1954 - Alto commissariato delle Nazioni Unite per i
rifugiati
1957 - Lester Bowles Pearson
1958 - Georges Henri Pire
1959 - Philip
J. Noel-Baker
1960 - Albert John Luthuli
1961 - Dag Hjalmar Agne Carl Hammarskjöld
1962 - Linus Carl Pauling
1963 - Comitato
internazionale della Croce Rossa
1964 - Martin Luther King Jr.
1965 - Fondo di emergenza delle Nazioni Unite per l’infanzia
(Unicef)
1968 - René Cassin
1969 - Ufficio internazionale del lavoro
1970 - Norman E. Borlaug
1971 - Willy Brandt
1973 - Henry A. Kissinger, Le Duc Tho
1974 - Seán MacBride, Eisaku Sato
1975 - Andrei Dmitrievich Sakharov
1976 - Betty Williams, Mairead Corrigan
1977 - Amnesty International
1978 - Mohamed Anwar Al-Sadat, Menachem Begin
1979 - Madre Teresa di Calcutta
1980 - Adolfo Pérez Esquivel
1981 - Alto commissariato delle Nazioni Unite per i
rifugiati
1982 - Alva Myrdal, Alfonso García Robles
1983 - Lech Walesa
1984 - Desmond Mpilo Tutu
1985 - Internazionale dei medici per la prevenzione della
guerra nucleare
1986 - Elie
Wiesel
1987 - Oscar Arias Sanchez
1988 - Forze di pace dell’Onu ("Caschi Blu")
1989 - Il 14° Dalai Lama (Tenzin Gyatso)
1990 - Michail Sergeevic Gorbaciov
1991 - Aung San Suu Kyi
1992 - Rigoberta Menchú Tum
1993 - Nelson Mandela, Fredrik Willem De Klerk
1994 - Yasser Arafat, Shimon Peres, Yitzhak Rabin
1995 - Joseph Rotblat, Pugwash Conferences on science and
world affairs
1996 - Carlos Felipe Ximenes Belo, José Ramos-Horta
1997 - Campagna internazionale per la messa al bando delle
mine, Jody Williams
1998 - John Hume, David Trimble
1999 - Medici senza frontiere
2000 - Kim Dae-Jung
2001 - Nazioni Unite, Kofi Annan |
I LIBRI SUL
PACIFISMO
- M.K. Gandhi, Teoria e
pratica della nonviolenza, a cura di G. Pontara,
Einaudi, Torino, 1973;
- E. Melandri, I
protagonisti, Emi, Bologna, 1984;
- P.C. Bori - G. Sofri, Gandhi
e Tolstoj, un carteggio e dintorni, Il
Mulino, Bologna, 1985;
- G. Procacci, Premi Nobel
per la Pace e guerre mondiali, Feltrinelli, 1989;
- E. Butturini, La pace
giusta, Mazziana, Verona, 1993;
- R.Venditti, L’obiezione
di coscienza al servizio militare, Giuffrè, Milano,
1994;
- C. Ragaini, Giù le armi!
Teodoro Moneta e il progetto di pace internazionale, Franco
Angeli, Milano, 1999;
- Fondazione Venezia per la
ricerca sulla pace, Annuario della pace 2002, Asterios,
Trieste, 2001;
- A. Schweitzer, La melodia
del rispetto per la vita, San Paolo, Milano, 2002.
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Segue: Shalom: pienezza
di felictà