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Lingua e...

Leggi il Bembo e impara la grammatica

di Claudio Marazzini


   Letture n.583 gennaio 2002 - Home Page Nell’editio princeps delle Prose della volgar lingua del 1525 abbiamo, in ordine cronologico, la terza grammatica italiana. In realtà però quel testo è il primo in ordine di importanza, cosa di cui l’autore era ben conscio.

Se mi si chiedesse quali sono i libri più importanti per la lingua italiana, non esiterei a rispondere citando due titoli, il De vulgari eloquentia di Dante e le Prose della volgar lingua di Bembo. Se continuassimo in questo gioco, elencando altre grandi opere della "biblioteca dell’italiano", allora menzionerei alla rinfusa il Vocabolario della Crusca, l’Hercolano di Varchi, gli scritti di Manzoni, il Proemio di Ascoli, il Saggio sulla filosofia delle lingue di Cesarotti e magari la prima grammatica in assoluto dell’italiano, scritta da un artista quale l’Alberti, o la prima grammatica a stampa, di Giovanni Francesco Fortunio. Sono certo che molti lettori si saranno trovati poco a loro agio: avranno riconosciuto alcune delle opere elencate, ma di fronte ad altre saranno rimasti sconcertati, come alla presenza di erudizione peregrina. La scarsa cura con cui si impartisce la formazione storico-linguistica fa sì che molti laureati in lettere ignorino tutto o quasi della storia del nostro idioma, pronti magari a bere la favola che l’italiano si sia imposto con violenza sui dialetti, o sia il frutto del colonialismo di chissà quale potere statale.

Lasciamo da parte queste lamentele, per prendere atto della pubblicazione di due strumenti utilissimi per la miglior conoscenza di uno degli autori citati, il cinquecentesco cardinale Pietro Bembo, artefice delle Prose della volgar lingua. Questi strumenti sono: a) l’edizione critica dell’editio princeps delle Prose medesime (ed. 1525); b) gli atti di un magnifico convegno, tutto dedicato alle Prose, svoltosi il 4-7 ottobre 2000, promosso dalla professoressa Silvia Morgana. Come si vede, si tratta di due strumenti altamente specialistici. Prima di parlarne, dunque, richiamerò alcune nozioni elementari relative al Bembo e alle sue Prose della volgar lingua.

Le Prose della volgar lingua sono importanti perché rappresentano il primo tentativo pienamente riuscito di stabilire le norme dell’italiano, definendone in maniera precisa le regole grammaticali, sulla base di una teoria complessa e completa, esposta dall’autore in un dialogo, come si usava fare nel Cinquecento.

I tre libri originali

Nel 1525 Bembo pubblicò dunque la prima edizione del suo capolavoro, composto di tre libri: i primi due erano destinati a trattare questioni teoriche (l’origine del volgare, quale fosse il miglior volgare, quale giudizio si dovesse dare delle altre teorie linguistiche, perché si dovesse scegliere il volgare anziché il latino ecc.), il terzo era destinato a contenere una vera e propria grammatica, pur diversa da quelle a cui la scuola ci ha abituati. Infatti anche questa parte, più tecnica, era svolta nella forma dialogica: dunque una grammatica senza schemi, senza tabelle, raccontata attraverso il botta e risposta tra gli amabili e coltissimi partecipanti alla bella conversazione.

Copertina de: Prose della volgar lingua.Era questa la prima grammatica italiana? No. Prima di essa ce ne sono altre due, una attribuita a Leon Battista Alberti, rimasta manoscritta; l’altra, pubblicata da un letterato molto meno famoso di Bembo, ma anch’egli proveniente dal Nord-est, il Fortunio, il quale nel 1516 aveva dato alle stampe ad Ancona (dove svolgeva la funzione di podestà) le Regole grammaticali della volgar lingua. Quella di Bembo fu dunque la terza grammatica italiana, in ordine cronologico; ma fu la prima per importanza, cosa di cui l’autore era ben conscio. Essa sancisce il trionfo di una teoria che si usa definire "toscanista arcaicizzante", perché prende a modello, per fissare la norma, i grandi autori toscani del Trecento. Si tratta di una teoria linguistica intrisa di classicismo, maturata attraverso un’analoga elaborazione relativa alla lingua latina, una teoria destinata a far giustizia della varietà scrittoria che aveva caratterizzato il Quattrocento, quando erano vitali i latinismi spinti e quando affioravano frequenti localismi. La grammatica di Bembo significa ordine, regola, eliminazione di plebeismi, eliminazione di latinismi lessicali, ma costrutto sintattico latineggiante. Dopo Bembo l’italiano fu diverso, più stabile, meglio regolato, più elegante. Oltre al resto, Bembo introdusse nella nostra lingua l’apostrofo, traendolo dal greco.

Il lavoro di Carlo Dionisotti

Dopo l’edizione delle Prose del 1525, l’autore ne curò una seconda, nel 1538, sempre a Venezia, presso il tipografo Marcolini. In seguito preparò una nuova edizione, ma morì prima di portarla a termine. Essa uscì postuma, nel 1549, non più a Venezia ma a Firenze, curata da Benedetto Varchi, un fiorentino la cui opera è stata molto importante per i destini dell’italiano. L’edizione delle Prose che siamo soliti leggere, a cura di Carlo Dionisotti, è appunto questa del 1549, considerata (non a torto) espressione dell’ultima volontà dell’autore.

Ora, come ho detto in apertura, è stata pubblicata l’edizione critica non dell’edizione del 1549, ma dell’edizione del 1525, la princeps. Nell’apparato di questa edizione critica si trovano le varianti che permettono di seguire passo passo l’evoluzione dal manoscritto Vaticano latino 3210, autografo. Vediamo dunque come Bembo arrivò alla prima stampa, attraverso le modifiche, le correzioni e i pentimenti presenti nello stesso manoscritto vaticano, e attraverso le sue differenze rispetto alla princeps. Si tratta perciò di un’edizione "genetica", nel senso che attraverso di essa si assiste alla "genesi" di questo capolavoro.

Non vi nascondo che si tratta di un’edizione raffinatissima ma difficile da usare. Alle pagg. CII-CV il benemerito curatore, Claudio Vela, ha pensato bene di introdurre persino un piccolo corso che insegna a usare l’apparato critico: l’autore aveva il sospetto che anche lo specialista avrebbe finito per trovarsi in difficoltà. Il libro è infine dotato di un prezioso segnalibro in cartoncino. Guai se lo si perde! In esso sono riprodotti tutti i segni speciali usati dall’editore, segni il cui significato non è certo intuibile con facilità senza la chiave apposita, *...*, +...+, a... a, b... b, P... P, E... E, "...", "....", >...<, per limitarmi ai pochi che riesco a riprodurre mediante la comune tastiera del mio pc.

Per quanto macchinosa, questa edizione critica mi sembra di grande utilità e di notevole rilievo, in considerazione dell’importanza dell’opera. Certo, se ci si mettesse a produrre edizioni critiche così complesse per libri di minor peso, sarei tentato di reagire con un moto di stizza; ma trattandosi di Bembo, sia benvenuta anche la complessità...

Claudio Marazzini

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