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Quale futuro per il teatro.

Guardati sulla scena
c’è lo specchio della vita
   


   Letture n.583 gennaio 2002 - Home Page

Scena di Hamletas (Amleto), regista Eimuntas Nekrosius.
Teatro: che ne sarà? Continueremo a goderne? Ci sarà spazio per i nuovi autori e per le avanguardie? Che ne sarà dei nostri amati Shakespeare, Goldoni, Pirandello, C¡echov? E il repertorio per ragazzi? Diversi specialisti dibattono il problema. E avanzano le loro risposte. A cominciare dall’idea che il teatro sarà un prodotto di nicchia.
  
   

Mentre il pubblico cresce
QUESTI GLI EREDI NEL NUOVO SECOLO

di Carlo Maria Pensa

Per tanti anni, dopo la seconda guerra mondiale, si è ripetutamente parlato e scritto di crisi del teatro: sale semideserte, pubblico disinteressato, insomma, fine o declino di un’arte che, dopo secoli di storia, non aveva o non avrebbe avuto più tanto da dire all’uomo, attratto da altre forme di spettacolo, da altre occasioni di intrattenimento, da altre manifestazioni di cultura. Al tramonto del secolo, anzi all’alba del terzo millennio i sipari sarebbero malinconicamente calati per sempre. La scomparsa, via via, dalla scena della vita, di autori le cui opere avevano animato per un cinquantennio i palcoscenici del mondo, pareva confermare queste sinistre previsioni. Per citare, senza un ordine critico e limitandoci a ricordare l’anno della morte, soltanto alcuni nomi, America e Gran Bretagna parevano non avere più successori a O’Neill (1953), Williams (1983), Eliot (1965), Priestley (1984), Wilder (1975), Greene (1991); in Francia si spegnevano gli echi dei successi di Achard (1974), di Anouilh (1987), di Giraudoux (1953), De Montherlant (1972), Cocteau (1963), Claudel (1955), Sartre (1980); in Italia, bloccata nel 1936 la memoria di Pirandello, scendeva l’ombra dell’oblio su Diego Fabbri (1980), Ugo Betti (1953), Silvio Giovaninetti (1962), Carlo Terron (1991)...

Tutto vero, tutto possibile? Pare proprio di no, se vogliamo credere ai numeri, almeno con un paio di esempi: nel 2000, ultimo anno del secolo XX, gli italiani hanno speso di più per andare a teatro (oltre 731 miliardi di lire) che per le partite di calcio (450 miliardi, incontri internazionali compresi), mentre nella sola Broadway la stagione ha contato 12 milioni di spettatori con un incasso record di 666 milioni di dollari.

Il regista Peter Brook.
Il regista Peter Brook.

Albee, la voce dell’Assurdo

E già che ci siamo, cominciamo giusto dagli Stati Uniti a cogliere l’unica voce importante del Teatro dell’Assurdo, quella di Edward Albee, levatasi laggiù, cioè in un Paese che non aveva sofferto la guerra come l’Europa e non sentiva perciò la sollecitazione ad una rivolta contro i perduti valori della vita. Da Il sogno americano (1960) a Chi ha paura di Virginia Woolf? (1962), da Un equilibrio delicato (1966) a Tre donne alte (1991), il teatro di Albee resta un segno di critica all’ottimismo della sua terra, pur senza improntarsi a quel «sentimento di angoscia metafisica di fronte all’assurdità della condizione umana» al quale, come osserva Martin Esslin, si ispira il teatro di Samuel Beckett, Eugène Ionesco, Arthur Adamov, Jean Genet. E non è senza significato che solo quest’ultimo, fra i quattro "grandi" del Teatro dell’Assurdo in Francia, sia francese di nascita. Beckett scendeva da Dublino, Ionesco non dimenticò mai la sua origine romena, Adamov lasciò l’Armenia quando aveva poco più di vent’anni.

Adamov è scomparso nel 1970, Genet nel 1986, Beckett nel 1989, Ionesco nel 1994: chi dunque, oltre ad Albee negli Stati Uniti, può collegare ancora, in Europa, il filo dell’ultimo Novecento alla drammaturgia del nuovo secolo? Diciamo soltanto Harold Pinter, del quale per abbozzare un profilo basti ricordare tre commedie, cominciando da una delle prime, La serra (1958), grottesca parabola del potere che tanto più è spietato quanto più ottuso e falso, e della paura, la nostra paura di uomini indifesi. Come in Chiaro di luna (1993), che scompone frammenti di vita senza un legame apparente: la banalità quotidiana e l’inconoscibile eterno, i tradimenti consumati e le vergogne nascoste, l’indifferenza naufragante nell’egoismo, il rifiuto della morte; e il chiaro di luna, di cui prima o poi siamo tutti destinati a vestirci nell’Infinito. L’ultimo, per ora, comunque il più recente che conosciamo, è il Pinter di Cenere alle ceneri (1997): da quella che sembra, dapprincipio, una oziosa conversazione tra una moglie e un marito, e che in realtà è soltanto un cumulo di cenere, emergono memorie dietro le quali si dovrebbe intuire la violenza del potere, la crisi del nostro vivere e magari, chissà, la condanna – da parte di Pinter scrittore britannico – della politica della signora Thatcher e del suo successore e avversario Tony Blair.

Quali, in Inghilterra, gli eredi di questo teatro che si chiude sempre più nell’ambito familiare? Riduciamo di proposito a due le molte possibili citazioni: primo fra tutti, proclamato degno successore di Harold Pinter, ecco David Hare, oggi cinquantaquattrenne, con le sue Differenti opinioni, storia – se così si può dire – di un’attrice, Judi Allen, madre di un’attrice, Amy, che non fa più l’attrice da quando si è innamorata di Dominic Tyghe, un giornalista e poi regista che si occupa di cinema e televisione; o, meglio, con Skylight (nell’edizione italiana, Il cielo sopra il letto), commedia nella quale tutto è già successo e dovrà succedere, prima e dopo l’incontro, caratterizzato dalle solite parolacce e coronato da uno sbrigativo ritorno di fiamma, di Tom e Kyra, amanti adulteri lasciatisi quando il cancro aveva portato via la moglie...

Un altro autore della nuova Gran Bretagna casalinga, Alan Ayckbourn, classe 1939: bastano alcuni titoli, almeno nella versione italiana, per rivelarcelo: la trilogia Norman ai tuoi ginocchi, composta da "A tavola-In salotto-In giardino"; Camere da letto; eBuon Natale, amici miei (Absurd Person Singular), la cui azione si svolge in tre cucine dove in tre successive vigilie di Natale, una per atto, convergono tre coppie di coniugi, sempre le stesse, ciascuna delle quali ospita, di volta in volta, le altre due, e in ogni incontro corre la vena di un’acre, impietosa satira che mette a nudo lo squallore di una società piccolo borghese senza grandi ideali.

"Immanuel Kant" di Bernhard.
"Immanuel Kant" di Bernhard.

Il tempo degli "Arrabbiati"

In questo nostro succinto panorama del teatro inglese verso il 2000, possiamo, anzi dobbiamo considerare ormai fuori dal tempo la stagione degli "Angry Young Men", gli Arrabbiati, tra i quali, a parte il già citato Pinter, si affermarono lo "scandaloso" John Osborne (1929-1994), soprattutto col suo rivoluzionario Ricorda con rabbia (1956); e Peter Shaffer, sempre gratificato da grandi interpreti (Anthony Perkins, Anthony Hopkins, Albert Finney, Richard Burton), con i nudi integrali dello psicodramma Equus (1973), Black Comedy (1966), Amadeus (1978). Di Arnold Wesker, il più giovane del gruppo, nato nel 1932, restano soprattutto opere come Brodo di pollo con l’orzo, Radici, Parlo di Gerusalemme (dal 1958 al ’60) e Patatine di contorno (1962), legate a momenti storici della società, del movimento operaio durante e dopo la guerra.

Ma è il fenomeno "New Wave" dei nuovi Arrabbiati che, da cinque - sei anni, sconvolge la scena britannica. Con la capofila, Sarah Kane, della quale diremo a parte, si allineano Mark Ravenhill, autore di Shopping e Fucking da cui si evince che sesso e droga sono solo beni di consumo; Jez Buttenworth, che in Mojo rivela un mondo di giovani tra musica rock e malavita; Philip Ridley, i cui personaggi, in Killen Disney, sono due fratelli infantiliti, prigionieri di sé stessi, naufraganti tra cioccolata e scarafaggi; e Martin Crimp che in Attentati alla vita di lei propone "diciassette soggetti per il teatro" attorno a un personaggio invisibile, scultrice, terrorista, bambina, automobile...

Il tema dell’esistenza come orrore ci rimanda ai "Drammi fecali", titolo sotto il quale si raccolgono i tre testi più significativi di Werner Schwab, nato a Graz e lì ucciso appena trentacinquenne, nella notte di Capodanno 1994, da una overdose di alcol. Avventura di una vita misera, dissestata, folle, ancorché sostenuta a volte da una corrotta religiosità, che egli travasò in Le presidentesse; Sovrappeso, insignificante: informe; Sterminio; oltre che in La mia bocca di cane. Memore della sua infanzia, forse, sofferta, come in una delle sue pagine più distruttive, al pari di una minestra vomitata e rimangiata.

Rainer Werner Fassbinder.
Rainer Werner Fassbinder
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Da Fassbinder a Bernhard

Altro tipo di violenza, diverso spirito di polemica, ancorché orientati nella stessa visione politica, nella produzione di Heiner Müller (1929-1995), con Die Hamletmachine e Quartett; di Rainer Werner Fassbinder (1946-1982) con I rifiuti, la città, la morte, Lacrime a Brema, Katzelmacher; e nel più alto rappresentante, dopo Brecht, del teatro di lingua tedesca del secolo, l’austriaco Thomas Bernhard (1921-1989): di lui non sono certo dimenticabili Ritter, Dene, Voss, La forza dell’abitudine, Prima della pensione e soprattutto, nella suprema interpretazione di Bernard Minetti cui l’opera era dedicata, Ritratto di un artista da vecchio, protagonista, appunto, un attore famoso che, rimasto lungamente lontano dal palcoscenico, fantastica il suo ritorno nella sola tragedia classica sempre amata, il Re Lear di Shakespeare; e come Lear si spegnerà nel silenzio della morte.

Non soltanto per induzione geografica, ma anche per un sottile, originario riferimento culturale, dopo l’accenno alla drammaturgia tedesca è opportuno fermare l’attenzione sulle nuove, o quasi nuove, firme della scena polacca, che nel Novecento, a parte gli unici, irripetibili, geniali spettacoli creati da Tadeusz Kantor (1915-1990), coglie e ricompone l’eredità di Stanislaw Ignacy Witkievicz (1885-1939); di Witold Gombrowicz (1904-1969) che in Ivona, principessa di Borgogna, Il matrimonio, Operetta, suo ultimo messaggio, ha guardato al domani anticipando l’esistenzialismo col gusto della parodia; e, anche più, di Slawomir Mrozek, demolitore arguto dell’eroismo romantico e di certi miti moderni, del quale cogliamo in particolare La polizia, Gli emigranti, ricordo delle sue esperienze di esiliato, e Tango, una tragedia risolta in farsa di un universo senza valori.

Nato nel 1921, nove anni prima di Mrozek, ma avvicinatosi al teatro più tardi, anche Tadeusz Rózewicz propone, in Gli spaghetti e la spada (1964), una parodia dell’eroismo esaltato dal romanticismo; in Nella polvere (1972), una cronaca tra i partigiani della resistenza; un’ossessione erotica percorre Matrimonio bianco come già Coitus interruptus, fino alla scomposizione di un’opera drammatica in Kartoteka.

Quali drammaturghi di lingua francese si affacciano al nuovo mondo carichi di un passato le cui luci – lo abbiamo già segnalato – ancora non tramontano? Chi, insomma, dagli anni Settanta possiamo considerare, secondo la definizione dello studioso Gianni Poli, gli "autori dell’ultimo disagio"? Lasciando da parte lo spropositato successo accumulato, in soli cinque anni, da Eric-Emmanuel Schmitt, riserviamo una particolare attenzione a René Kaliski (1936-1981), belga di genitori ebrei polacchi, che in breve volgere di tempo ha bruciato una tormentata esperienza "raccontando" personaggi e momenti colti dalla realtà della cronaca: in Skandalon, Fausto Coppi distrutto dalla furia della stampa; in Jim il temerario, Hitler al confronto con l’ebraismo evocato anche in Falsh; in Il pic-nic di Claretta, gli ultimi giorni della Petacci e di Mussolini; in Sulle rovine di Cartagine, il possibile, imminente crollo del nostro essere.

"Una visita inopportuna" di Copi.
"Una visita inopportuna" di Copi.

Il toro cosmico del dio Mitra

Tra Valère Novarina (1942), pittore, scenografo, regista, che al teatro si accosta per «lasciar dipingere la materia e lasciar pensare le parole», e Michel Vinaver (1927), che sostiene la sua scrittura alla sua esperienza di industriale, spicca Bernard-Marie Koltès. Dopo le dispute, quasi sempre divaganti, del Combattimento di negro e di cane (1979), del più famoso Nella solitudine dei campi di cotone (1985) e del Ritorno al deserto, arrivò postumo alla ribalta Roberto Zucco, quindici scene di una via crucis nelle cui ragioni è pressoché impossibile penetrare perché l’eroe di Koltès, ritratto di un assassino realmente vissuto, è – dice – un criminale come criminali sono tutti gli eroi, uno che vorrebbe nascere cane, che vorrebbe chiudere scuole e ingrandire i cimiteri, inconsapevole schiavo di quel dio iranico Mitra che uccide il toro cosmico dal quale rinascerà la vita: come si vede, i confini tra follia e farneticazione sono estremamente labili.

Bisogna dire che Koltès è stato celebrato troppo, forse anche perché morto di Aids nel 1989, a solo quarantuno anni. Stesso destino di Copi, pseudonimo di Raul Damonte, argentino di nascita (1944), scomparso nel 1987 a Parigi, dove operò suscitando sempre ammirazione e scandalo soprattutto con Eva Perón, primo lavoro en travesti, L’omosessuale e la difficoltà di esprimersi, Le quattro gemelle, Loretta Strong, Une visite inopportune (nota in Italia come Tango barbaro): un repertorio di angoscia, sangue, risate, irriverenza.

I temi dell’aids e dell’omosessualità sono affrontati anche, tra i molti al di qua e al di là dell’Atlantico, da Kevin Elyot, inglese, in La mia notte con Reg, delicata cronaca familiare di un gruppo gay, e in Bocca a bocca, tragico, cupo, duro documento di dolore e di morte; e da Tony Kushner, peraltro interessato ai problemi dei Mormoni e dell’ebraismo, che ha definito le due parti di Angels in America ("Si avvicina il millennio" e " Perestroika") una fantasia gay su temi nazionali, cioè contro il tempo per lui reazionario della presidenza Reagan.

Scena di "Ivona" di Gombrowicz.
Scena di "Ivona" di Gombrowicz.

Al di là delle problematiche del tempo, la vitalità del teatro americano è manifestata, comunque, dalla sempre fitta stagione del musical, che non è, o non è soltanto, puro intrattenimento, ma ha sempre portato e oggi porta ancor più, sia pure di riflesso, i segni e le ragioni della realtà sociale e del momento politico: Hair di Mac Dermot (1968), West Side Story di Bernstein (1957), The Rocky Horror Show di O’Brien (1973), fino al recente Rent di Larson, dissacrante e feroce. Vero è che il dilatarsi dei rapporti internazionali e della globalizzazione divulgherà sempre più anche fuori da Broadway il teatro musicale: si pensi a quanti musicals sono stati importati anche solo in Italia negli ultimi anni; o addirittura alle produzioni locali, vedi a Pietroburgo quello spettacolo dall’incredibile titolo, Breve storia del partito pansovietico comunista bolscevico.

Qualche spazio, nella nostra volante carrellata, deve pur essere riservato a un singolare fenomeno: il crescente numero di scrittrici per la scena, salutate da un interesse e da un successo davvero vivaci. Qualche nome e qualche titolo tra le creazioni più recenti: l’ultima, per ora, è stata, a Londra, Far Away (Lontano) di Caryl Churchill, lancinante manifesto contro la guerra; il problema dei clandestini, allarmante in Inghilterra non meno che in altre parti d’Europa, è affrontato, in Testimone attendibile, da Timberlake Wertenbaker, la cui intensa attività s’era orientata, prima di adesso, sul dramma storico. Poco più che quarantenne, Yasmina Reza, nata a Parigi da madre ungherese e padre russo-iraniano, vanta già alcune significative affermazioni internazionali: Conversazioni dopo un funerale, La traversata dell’inverno, Art, Tre variazioni della vita, svaganti ma non disimpegnate indagini sui rapporti umani nel disordine dell’oggi. Un richiamo, solitario ma rassicurante, alle proposizioni della fede e del mistero si leva, in Polonia, da almeno un paio di opere di Isabella Drobotowicz-Orkisz: Abitare con te e, meglio, Millennium in cui sono ordinate, come messaggi contro la desolazione della civiltà, le parole di sei santi polacchi, dal vescovo martire Stanislao a Massimiliano Kolbe.

Due le scrittrici delle quali più spesso s’è parlato e si parla: Biljana Srbljanovic e Sarah Kane. La Sbrljanovic testimone, in quattro testi, dei dolori della sua Serbia martoriata dalla guerra nei Balcani, così come Mira Miheliè, nata nel 1912 a Spalato, aveva scritto, con serenità, in Mondo senza odio, di un carcere femminile di Lubiana durante la seconda guerra mondiale. Sarah Kane è – si può ben dire – un "caso", e non solamente perché, dopo avere allarmato spettatori e critici, anche lei come la Sbrljanovic, con pochi testi, s’è tolta la vita nel 2000, e non aveva che ventotto anni: fra la trilogia di monologhi Sick, Crave e il postumo 4.48 Psycosis, stanno lo sconvolgente Blasted (Dannati), in cui si addensano, quale ripugnante maledizione interpretabile come una rivolta al thatcherismo, assassinio, violenza omosessuale, masturbazione, defecazione, cannibalismo, e Phaedra’s love, disgustosa rilettura del mito inquinata di sesso, incesto, barbarie, castrazione.

A chiudere, non dobbiamo ignorare il contributo che il cinema sta dando sempre più intensamente al teatro, quasi a compensare il rapporto inverso degli anni in cui drammi e commedie diventavano film. Sindrome di una crisi della nuova letteratura drammatica? Pare proprio di sì, perché Shakespeare, Goldoni, Molière, Èechov sono sempre presenti... Ma poi? Il pubblico c’è, mancano semmai gli autori. Almeno in certi Paesi: compresa l’Italia, dove peraltro l’attività delle compagnie cosiddette sperimentali o d’avanguardia è un segno del vitalismo del teatro così come lo sono i frequenti spettacoli interpretati dai loro stessi autori. La realtà è che una nuova drammaturgia esiste o, meglio, esisterebbe se le fosse data la possibilità di arrivare al palcoscenico.

Carlo Maria Pensa

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