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CINEMA

Aneddoto su civiltà dell’immagine

di Claudio G. Fava


   Letture n.552 dicembre 1998 - Home Page

THE TRUMAN SHOW (idem),
di Peter Weir.  Con Jim Carrey (Truman Burbank).

Le comparse di "Seahaven": Laura Linney (Meryl), Noah Emmerich (Marlon), Natascha McElhone (Lauren / Sylvia), Holland Taylor (la madre di Truman), Brian Delate (il padre di Truman), Brian Slater (Truman da giovane), Peter Krause (Lawrence), Heidi Schanz (Vivien), Ron Taylor (Ron), Don Taylor (Don), Ted Raymond (Spencer), Judy Clayton (agente di viaggi), Fritz Dominique, Angel Schmiedt, Nastassja Schmiedt (i vicini di casa di Truman), Muriel Moore (l’insegnante), Mal Jones (il giornalaio), Judson Vaughn (il collega di Truman in ufficio), Earl Hilliard Jr. (il dipendente sul ferry-boat), David Andrew Nash (l’autista dell’autobus / il capitano del ferry-boat), Jim Towers (il controllore dell’autobus), Savannah Swafford (la bambina sull’autobus), Antoni Corone, Mario Ernesto Sanchez (le due guardie di sicurezza), John Roselius (l’uomo alla spiaggia), Cade Koates (Truman all’età di 4 anni).

"Il mondo di Christof":Ed Harris (Christof), Paul Giamatti, Adam Tomei (i direttori dell’ufficio controllo), Harry Shearer (Mike Michelson), Una Damon (Chloe), Philip Baker Hall, John Pleshette (i dirigenti della rete televisiva).

Gli spettatori della "soap": O-Lan Jones, Krista Lynn Landolfi (le due bariste), Joe Minjares (il barista), Al Foster, Zouanne Leroy e Millie Slavin (i padroni del bar), Terry Camilleri (l’uomo nella vasca da bagno), Dona Hardy e Jeanette Miller (i cittadini anziani), Joel McKinnon Miller e Tom Simmons (gli inservienti del garage), Susan Angelo e Carly Smiga (la madre e la figlia), Fuji Okumoto, Kikoyo Yamaguchi, Saemi Nakamura (la famigliola giapponese).

Soggetto e sceneggiatura: Andrew Niccol. Direttore della fotografia (colore De Luxe): Peter Biziou. Montaggio: William Anderson, Lee Smith. Musica: Burkhard Dallwitz (musica addizionale: Philip Glass). Scenografia (production designer): Dennis Gassner; (art director): Richard L. Johnson; (set designers): Thomas Minton, Odin R. Oldenburg. Costumi e supervisione costumi: Marilyn Matthews, Mary C. Lane. Produzione: Scott Rudin, Alex Niccol, Edward S. Feldman, Adam Schroeder per Paramount Pictures / A Scott Rudin Production. Origine: Usa, 1998. Durata originale: 102 minuti e 54 secondi. Distribuzione: Uip.

Una volta tanto sono contento di me stesso per essermi accorto quasi subito, grazie a Gattaca, del talento di Andrew Niccol. Là, regista di un film fra l’ammonitore, il magico, il misterioso, l’inconcluso e il fantascientifico, ma comunque fuori della norma e ricco di intelligenza. Qui, soggettista e sceneggiatore di un film che gioca deliberatamente con la parodia più clamorosa e più violentemente calata nella realtà visuale del mondo d’oggi che si sia vista da anni. Film che consente all’australiano Peter Weir di dar di nuovo piena prova del suo talento di narratore, portato a un realismo minutamente ironico e al tempo stesso stravolto da una sotterranea vena fantastica. In entrambi i casi il neozelandese Niccol, che si è rivelato adesso tutto insieme – una fonte filmografica generalmente aggiornata per il cinema anglofono come l’Internet Movie Data Base riporta in tutto e per tutto solo questi due titoli da me citati –, dimostra di possedere un sicuro senso della narrazione fantastica e dell’anticipazione maligna, che sono elementi fondamentali della costruzione fantascientifica.

Manifesto di "The Truman show".

Va detto che Peter Weir siamo in tanti a tenerlo d’occhio, sin dai tempi in cui si rivelò agli europei grazie a Picnic a Hanging Rock, del 1975, ma arrivato da noi un pochino dopo... Anzi, io sono particolarmente orgoglioso di aver segnalato il film in una rubrica che, quasi vent’anni fa, curavo in Tv, Dolly; presentazione di cui il film, va detto senza falsa modestia, all’epoca si giovò moltissimo. Ogni tanto Weir, talentuoso ma bizzarro, compie qualche mezzo passo falso, ma spesso dimostra un grande e sottile talento con film di impeccabile struttura e di grande respiro narrativo, come Gli anni spezzati sull’impresa di Gallipoli e Witness - Il testimone, per citarne soltanto due, dove dimostra, nei suoi momenti migliore, di trovarsi a suo agio tanto in Australia quanto negli Stati Uniti.

La struttura di The Truman Show è coerente: in una graziosa cittadina americana, Seahaven, che sfocia in una godibile spiaggia, vive, amato da vicini e conoscenti, il giovane Truman Burbank. Tutto intorno a lui è terso e splendente. Il tempo meteorologico è squillante, la cittadina è percorsa da un piacere di lavorare e di vivere che provoca strade pulite, negozi affollati, buonumore sistematico e gentilezza ovunque. Certo, si avverte sempre qualcosa di eccessivo nel modo in cui gli abitanti di Seahaven si rivolgono l’un l’altro, e soprattutto si rivolgono a Truman, ma lui vi è così abituato, sin dalla prima infanzia, che non ci fa caso. Lavora come impiegato in una società di assicurazioni. Sua moglie fa l’infermiera e l’avvolge in un mare di mielosa gentilezza. La madre di Truman non è da meno, e il giovanotto, che pure a momenti è largamente insoddisfatto, cerca di ritrovare una ragazza che gli aveva detto, misteriosamente, di non fidarsi perché nulla intorno a lui è vero, né è come appare (è stata prontamente allontanata e spedita alle isole Figi). Inoltre continua ad avvertire sintomi di qualche cosa di inquietante e di non chiaro che regge la sua vita e il suo mondo. Ad esempio, un giorno crede di riconoscere per strada il padre, morto in un terribile incidente durante una burrasca quando Truman era bambino; incidente da cui egli ha ricavato un invincibile terrore per il mare, che gli impedisce da sempre di traversare l’autostrada che congiunge Seahaven alla terraferma o di salire sul ferry-boat.

Nel tentativo di penetrare in un ascensore sito in un palazzo i cui guardiani cercano di impedirgli l’ingresso, scopre che in realtà l’ascensore è privo di una parete, e che al suo posto c’è una specie di saletta per il personale. In sostanza lo coglie sempre di più una sensazione vaga e non definita di malessere, di cui partecipa anche lo spettatore, al quale vengono ovviamente forniti più dati che a Truman: ogni tanto intravediamo una barista o una guardia di sicurezza che seguono il protagonista su uno schermo televisivo, magari, grazie a una telecamera piazzata dietro lo specchio del bagno, davanti al quale lui si trova.

Sicché la grande notizia ci viene somministrata quasi con la stessa progressione con cui essa perviene a Truman, seppure lo spettatore disponga, quasi dall’inizio del film, di più elementi e di un maggior numero di frammenti "indiscreti": tutto è veramente finto, tutto è costruito ad arte, Truman è il protagonista inconsapevole di un infinito sceneggiato dal vero che sposa il carattere rituale, fluviale e senza termini di tempo della soap-opera con le esigenze di pedinamento di una realtà "inconsapevole" proprie della candid camera (come si ricorderà, quest’ultima ebbe un gran successo dapprima nei Paesi anglosassoni e poi ovunque, diverso tempo fa: per anni lo Specchio segreto di Nanni Loy fu un popolare appuntamento dei programmi leggeri della Rai). Tutto dunque è finto. Anche il sole che sovrasta la cittadina, anche il mare e il cielo che si intravedono all’orizzonte sono falsi, sono fondali abilmente colorati...

Il film è dunque la lenta, inizialmente casuale marcia di Truman verso l’incredibile verità, via via che egli accumula, dopo anni di cecità, indizi sopra indizi e che si libera dalle micidiali sovrastrutture create intorno a lui, compresa la moglie mielosa e palesemente ipocrita, la madre sempre sorridente come nella pubblicità di un detersivo, il fidatissimo amico di infanzia che fa parte anch’egli, da sempre, di quella immensa congiura. Di cui il mondo intero gode, poiché The Truman Show è visto in diretta da miliardi di persone ed è messo in scena da un incredibile personaggio, un regista folle e onnipotente chiamato significativamente Christof, che, dall’alto (direi, letteralmente, dall’alto dei cieli, se questo non suonasse blasfemo), grazie ad alcune migliaia di telecamere, spia e diffonde la vita di Truman. E la organizza, al bisogno, effettuando virtuose riprese in cui riesce a giocare con primi e primissimi piani, con campi e controcampi, con un sistema quasi sovrannaturale di pulsanti e di bottoni che gli permette di controllare la meteorologia, creando temporali e uragani a piacimento (durante una di queste tempeste a comando era stato fatto sparire opportunamente il padre di Truman). Tutto il travaglio del giovanotto è seguito, finché è possibile, da Christof, che cerca di controllarlo al meglio, sino a quando Truman (che infine, giorno dopo giorno, ha capito l’incredibile verità) riesce a ingannare tutte le telecamere che lo seguono da sempre e ad arrivare ai confini del suo mondo di acqua, terra e cartapesta, e, malgrado le invocazioni di Christof, si infila in una porticina nel "cielo" e finalmente si salva entrando nel mondo vero...

Ho cercato di raccontare la trama del film, ma non so dire se sono riuscito a ricomporre pienamente l’abile paradosso su cui esso si regge. Evitando, da un lato, qualsiasi reale esame di verosimiglianza (come mai Truman, ormai quasi trentenne si direbbe, non ode mai, in tutti quegli anni, una radio qualsiasi che parli di lui, fenomeno universale? Oppure è veramente possibile impedire alle immagini televisive del Truman Show, viste in tutto il pianeta, di giungere a Seahaven e quindi di essere captate, anche per caso, da Truman?), il film riesce comunque a costruire uno spettacoloso aneddoto sulla civiltà delle immagini, in cui siamo gioiosamente e semi-inconsapevolmente immersi: l’idea di un’esistenza totalmente dominata dal piccolo schermo, che solo rende vero quel che accade e che solo è degno di essere seguito e di dare credibilità a ciò che trasmette. Uno schermo che serve per vedere vivere gli altri – quanto più sono finti, cioè protagonisti di una soap o di un telefilm, tanto più sono veri, un paradosso che già il cinema aveva sparso intorno a sé in un secolo di vita – e per ricevere di continuo suggerimenti pubblicitari, che insegnano appunto a vivere meglio. Si veda, per esempio, con quanta goffaggine la moglie di Truman ogni tanto gli propina informazioni domestiche che sono veri spot pubblicitari: le sue frasi hanno la tenacia melensa dei "consigli per gli acquisti", secondo l’espressione resa famosa da Maurizio Costanzo, e lei alza opportunamente l’oggetto del suo discorsetto obliquo perché una telecamera (dopotutto ce ne sono piazzate a migliaia; è più facile qui che durante un normale talk-show) possa inquadrare il prodotto che sta reclamizzando... In sostanza, se si sta al gioco, se si accettano le regole imposte da Niccol e da Weir, The Truman Show fila con meravigliosa leggerezza.

Il gusto dell’invenzione paradossale lo domina dal principio alla fine, e così quello della parodia visuale: la cittadina di Truman, tutta sgargiante, garbata, ammiccante e pronta, si direbbe, al ciak, fa irresistibilmente venire in mente quei civettuoli suburbi colorati degli anni ’50 e ’60 che apparivano all’inizio dei film comici d’epoca e che venivano poi messi a soqquadro da Bob Hope, Danny Kaye o Jerry Lewis. In tal senso Weir impartisce una lezione stilistica d’alto livello ed è inaspettatamente aiutato da Jim Carrey, attore ingannevolmente mediocre. Intendo dire che è bravo, ma che fin qui si è fatto soprattutto strada grazie a una prodigiosa capacità di far boccacce e di distorcersi i lineamenti del volto, il che lo ha reso popolarissimo fra i bambini e gli adolescenti, ma gli ha lasciato addosso un certo sapore di eccessiva facilità e di corriva seppur abile invenzione. In realtà è un buon attore, generico e puntiglioso al tempo stesso, che qui conferisce a Truman dapprima una gioiosità quasi stolida, poi una paura stupefatta e vendicativa, che bene s’addicono al personaggio e al film.

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