ei secoli decisivi della letteratura l'epistola è stata un
"genere" coltivato con sicura convinzione. Era quasi un segno di distinzione per
i componenti la "corporazione" dei letterati. L'epistola era usata "a
freddo", come concessione del poeta o dello scrittore ai propri lettori, soprattutto
per i lettori futuri che la vanità degli autori pensava si moltiplicassero nei secoli.
Quel narciso che era il Petrarca ne ha fatto, addirittura, un uso smodato: i ponderosi
volumi delle raccolte giacciono intonsi nelle biblioteche di tutto il mondo. Ci sarà un
solo lettore? Forse, fra qualche decennio, non solo gli epistolari saranno inutili ma lo
saranno gli stessi libri, compressi in quei dischetti capaci di fagocitare interi
chilometri di scaffalature: così sembra abbia predetto il famoso o famigerato Mit
(Istituto di tecnologia del Massachusetts).
Intanto, come gesto di fiducia nella parola che è comunione e dialogo (qualunque
possa essere l'intensità e la sincerità degli stessi), pubblichiamo alcune lettere di
scrittori del Novecento, scelte dalle molte che si è riusciti a preservare dalla
distruzione o dalla perdita. Un minuscolo contributo che restituisce il clima di un
rapporto di civiltà e di cultura anche quando ancora non sè trasformato in
amicizia. Probabilmente di documentazione epistolare come questa se ne potrebbe avere
tantissima e in ogni senso si potrà dire che l'una vale l'altra. Si raccolga, quindi, per
quello che può essere, comprendendo che spesso l'elemento "privato" il
diario, la confessione
può mescolarsi con il "pubblico". Per quanto è stato possibile si è
evitato (senza però sfigurare l'unità della stessa lettera) di scegliere quello che
riguardava solo il "privato" che, come dice un'antica espressione, "non
interessa nessuno". Si aggiungerà, di volta in volta, quello che potrà servire al
lettore di chiarimento al contenuto.
Apriamo dunque il nostro "Archivio" con due lettere inviatemi da Carlo
Betocchi (Torino 1899 - Bordighera 1986). La prima è stata generata da una mia richiesta
di informazioni. Stavo scrivendo un saggio su di lui e gli chiesi notizie sulla nascita
del Frontespizio, la rivista letteraria pubblicata tra il 1929 e il 1940, diretta
da Bargellini e Lucatello, e alla quale collaborarono, oltre a Betocchi, personaggi come
Bo, Papini, Giuliotti, Soffici, Luzi, Caproni, Gatto, Sereni e Traverso. Betocchi mi
rispose da "Firenze 31/1/57 - Borgo Pinti 61":
Caro Volpini,
io non sono più da Vallecchi, dopo le note traversie da lui subite, fin dal
Giugno 56. Il mio indirizzo resta pertanto quello che le indico qui sopra (Vedi indirizzo
ultimo Ragguaglio: quello dato dallultimo numero del Caffè è
sbagliato).
Per il Frontespizio. Io sto raccogliendo il materiale per lAntologia,
e ho fatto una conferenza nel 56, sul Fr. ma la copia sola che posseggo è presso
leditore Sansoni che la sta stampando per un volume sulla civiltà fiorentina del
1800-1900. Apparirà, aumentata di molto, sulla mia Antologia del Fr.
Ma lei ha bisogno di poche cose e 1°) Il Fr. uscì come Bollettino della
libreria editrice Fiorentina. Il primo numero aveva una copertina verde chiara sulla quale
era testualmente scritto:
IL
Frontespizio
Supplemento al n. 7 del Catalogo
Generale della
Libreria Editrice Fiorentina
Festa del libro
Firenze 26 maggio 1929 A. VII
Dunque uscì per una occasione editoriale ed era, nel 29, di 12 pagine.
Solo nel 30 (1° Gennaio) passò a Vallecchi col noto formato grande che, nel 37,
divenne formato libro di 80 pagine.
Nel 1° numero non cerano dunque articoli programmatici: proprio il carattere del
Frontespizio
era lontano da certe prosopopee programmatiche. Era di "carattere toscano",
esperienza e invenzione. Nacque da uno stato danimo volenteroso, e dal modesto
annuncio di chi dice: proviamoci a far qualcosa. Crebbe perché si dimostrò necessario, e
dimostrò di sapere acquistare forza e interessi sempre più vasti. La sua indole fu
soprattutto di controllare la cultura del tempo dal punto di vista cattolico. Importante,
a questo riguardo, larticolo di Don De Luca (Giuseppe) (Ireneo Speranza) del
Febbraio 33, sul dovere dei cattolici verso tutte le espressioni della cultura
(«Iddio non fa miracoli per coprire le nostre vigliaccherie» era la conclusione).
Gli articoli "programmatici" vennero poi, discutendo tutti gli aspetti della
cultura. Fu fieramente antirazzista, famose e feroci quelle polemiche.
Non posso informarlo sulla bibliografia essenziale. Io stesso dovrò attingere, appena
sarà possibile, da Bargellini.
Forse lo studio più serio sul Frontespizio fu dato in America dal libro di una
dotta suora laureata laggiù:
Maria Serafina Mezza, S.C.
Not for Arts Sake
The story of "Il Frontespizio"
Rings Crown Press
Columbia University New York 1948
dedicato alla fondatrice delle Suore di Carità in America (Mother Elizabeth Ann Bayley
Seton).
Questo libro contiene anche una appendice bibliografica che più che altro riguarda gli
scrittori del Fr.: è ciò che interessa la trattazione dellautrice.
Inoltre La ventura delle Riviste del rimpianto Augusto Hermet, Vallecchi 1941,
dove parla a lungo della storia della rivista e suoi scrittori.
Veda poi:
P. Bargellini - Breve storia del Fr. Almanacco dei "visacci" - Vallecchi
1937
Roberto Weiss - Ricordi del Frontespizio in Fr. Dic. 32.
P. Bargellini Per morte scampata, Fr. 1938 pag. 723.
Il Frontespizio cessò nel 1940, Dicembre, col n. 12. Nel 19391940 aveva
alquanto perduto dei suoi tradizionali collaboratori e caratteri (Bargellini lo voleva
cessare nel Dic. 38): quegli ultimi due anni fu diretta da Bargellini - Papini - Soffici,
e più che altro per volontà di Vallecchi.
Mi farebbe piacere avere il n° di Discussione in cui lei ha presentato "Un
dolce pomeriggio dautunno". La pregherei fare in modo di procurarmelo.
E si abbia i più cordiali saluti e auguri dal suo Carlo
Betocchi
Nel retro della busta dinvio, il Betocchi aveva aggiunto alcune informazioni
sulle copie della rivista:
Inoltre va ricordato che il Frontespizio ebbe la più forte tiratura che abbia
avuto una rivista letteraria in Italia, la quale arrivò a contare 16.000 abbonamenti
oltre la vendita.
Quaranta quaderni di lettere
La seconda lettera di Betocchi, datata "Firenze, 28 Dicembre 79", si
riferisce al libro di poesie Le prime e le ultime (1979), di don Divo Barsotti.
Avevo chiesto a Betocchi e ai suoi amici una serie di testimonianze per LOsservatore
Romano, ma lui per motivi di salute non ce la fece a rispondere. Nel testo si fa
riferimento a Kyoto, perché qui nel 77 Barsotti tenne una conferenza sul tema
"Immanenza e trascendenza".
Mio Caro Volpini, mi pare non ci sia altro mezzo ormai che lo scrivere a te, per
impostartelo domattina per espresso, quel consenso gioioso alla autenticità, originalità
e bellezza delle poesie recentemente pubblicate da Don Divo Barsotti per le stampe de La
Morcelliana, a lui tanto fedele, e apparse lo scorso ottobre col titolo Le prime e le
ultime.
Forse fui il primo a ricevere lazzurro libretto: ciò fu il 18 ottobre; e se fui
il primo a riceverlo fui certamente il primo a rispondergli col più caldo e affettuoso
dei consensi tre giorni dopo, il 21 Ottobre. La Sua risposta, che testualmente diceva:
«Le Sue parole così larghe di appoggio mi hanno dato una vera gioia!». E subito
aggiungeva: «Che cosa possiamo dare agli uomini se non un messaggio damore?». Sono
espressioni che rileggo ora con intensa letizia poiché, come faccio stasera con te, anche
a lui avevo scritto pagina dopo pagina sul solito quaderno, della mia corrispondenza,
ormai il 40°, che uso come copia-lettera. Sta il fatto che a te ed agli amici lettori, e
lettori della qualità di Mario Luzi, di Enzo Fabiani e amici di sempre come Piero
Malvolti, pareva ormai necessario, dopo la straordinaria lettura di questo libro, di
renderne alta e pubblica testimonianza nel tuo giornale.

Ma contemporaneamente una seria operazione da me sostenuta, seguita da uno stato di
stanchezza e di impossibilità di applicazione al lavoro ha impedito a me di essere alla
pari con gli altri nel trattare e riprendere come avrei dovuto i temi che nella mia
lettera del 21 ottobre a Don Divo esplicitamente dicevano: «Ma ciò che è
sostanzialmente questo piccolo e infinito libro è lamore: così intimamente
espresso in "Immanenza e trascendenza" a Kyoto nellAgosto 77 con quella
Sua intemerata verità così bene espressa: "Quanto più è pura così
nellimmanenza, / la trascendenza tanto più sinvera". Perché, dicevo,
qui, in questo libro, davvero, tutto è, e non altro che amore: scrutato persino nella sua
intimità più gelosa "Come sarebbe amore, se non fosse segreto?" (pag. 26)».
Caro Volpini, qualche sera fa, presa la macchina da scrivere, tentai con quella di
argomentare sui temi del libretto che fino allora mi avevano avvolto nel loro alto e
virile trasognamento dellanima. Ma una stanchezza immensa mi sviava le dita dai
tasti, e le due pagine che ne estrassi sono quasi illeggibili. Pensai allora che, passando
i giorni, ne avrei forse potuto parlare direttamente con te riferendoti come ho
fatto, le prime emozioni di lettore: quelle della mia lettera. Mi siano di scuse le
presenti stanchezze e infermità: si accolga, ti prego, il bisogno che sento di essere
vicino agli altri amici di questo miracoloso libretto. Il tuo Carlo
Betocchi
| Diamo il benvenuto a Valerio Volpini, che da questo
numero ci fa partecipi del suo ricco Archivio, e ringraziamo Alessandro Scurani, che
dallottobre 1994 a oggi ha curato la rubrica. la Direzione |