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TENDENZE TV

Carràmba che lacrimoni!

di Giorgio Simonelli e Giusi Di Lauro


   Letture n.552 dicembre 1998 - Home Page Impazzano i programmi strappalacrime. Il mezzo di comunicazione più pubblico diventa l’ospite cui raccontare la propria vita privata. Ma il sospetto è che sull’immaginazione affettiva prevalga quella mortuaria, la "pietà del giorno dopo".

L'idea di questo lavoro deriva da un sentimento: una sorta di fastidio provocato da tutta una serie di trasmissioni televisive dal tema fortemente intimista e strappalacrime. Ha prevalso poi il desiderio di andare a vedere come e perché quando si accende la televisione si ha sempre di più l’impressione di avere a che fare con un tipo di spazio privato, che ospita quella che già da tempo è nota come "televisione del dolore" o della compassione.

Sulla compassione sono stati condotti diversi studi, soprattutto in quanto ha un ruolo molto forte nella fondazione di una società e di una cultura. Durkheim parlava di «società piacolari», società che piangono e fondano la loro coesione dalla partecipazione comune alla sofferenza. È un patto di solidarietà reciproca che unisce gli uomini tra di loro. Tracce di questo pianto unificante sono visibili ancora in alcuni paesi del sud Italia, dove, allorché muore un membro della comunità, alcune donne, le prefiche, assolvono il ruolo di compiangere il defunto. La compassione è, inoltre, il valore essenziale dell’etica latina. La pietas romana, che deriva da quella greca, è il senso del co-sentire, del con-senso tra le persone, elemento di unità e di forza da opporre al fato. È il modo pagano in cui gli uomini, nella loro percezione del finito e della morte, incontrano la loro infinitudine, la loro immortalità. È un infinito orizzontale, contrapposto a quello verticale della tradizione cristiana.

La coppia Carrà-Japino in "Carràmba, che sorpresa!"

Nel cristianesimo la compassione è, ancora, uno dei sentimenti forti che condividono gli uomini, ma inizia a contaminarsi con un altro valore, la carità. La carità allude al donarsi, al rinunciare a qualcosa di proprio per darlo all’altro, allude, in un certo senso, alla divisione di un mio e di un tuo, che può essere scambiato o no, a seconda che si eserciti o meno la carità. La compassione qui è meno un sentimento, un sentire comune, è più un mezzo per mobilitare la carità, diventa astratta, si concretizza in un oggetto che si separa da me, il dono, e che in qualche modo non mi coinvolge più. È interessante notare che questo coincide con la circolazione della moneta alla fine dell’impero romano, la quale, come scrive Georg Simmel, altera i rapporti sociali, li rende interscambiabili attraverso un oggetto neutro, la moneta appunto, che non racconta più nulla della persona in sé stessa, come invece succedeva nel baratto. Ancora, la compassione è uno degli elementi forti delle religioni orientali, soprattutto quella indù e buddhista, là dove è il sentimento di appartenenza alla medesima condizione di miseria, non essendoci alcuna distinzione tra il ricco e il povero, tra il paria e il nobile: la propria crescita spirituale non passa dalla materia, ma dalla rinuncia a questa e dalla condivisione del sentimento comune, come il superamento dei propri limiti nell’estasi del patire insieme.

È ora possibile formulare la questione attorno alla televisione. Dovremmo riuscire a vedere come mai la Tv si trovi ad ospitare questo sentimento all’interno delle sue produzioni; quale ruolo arrivi a giocare, generalizzando, all’interno della società, una televisione compassionale. A proposito della compassione televisiva abbiamo osservato quattro programmi: Accadde domani; Stranamore; Carràmba, che sopresa! e Chi l’ha visto?, soffermandoci in particolar modo sulla programmazione del mese di marzo 1998. Abbiamo, poi, raccolto i dati Auditel relativi a tre tipi di pubblico: quello secondo l’età; secondo la provenienza geografica; secondo il sesso. Abbiamo potuto constatare una tendenza: una leggera prevalenza di pubblico femminile, adulto, di area meridionale. A eccezione del programma Carràmba, che sorpresa!, che registra una quasi parità con la fascia d’età che va dai quattro ai quattordici anni.

Come la cornaca diventa spettacolo

Forse non è un caso che il titolo della trasmissione Accadde domani, condotta da Maria De Filippi, regia di Paolo Pietrangeli (lo stesso di Porci con le ali), andata in onda il venerdì in prima serata su Canale 5, sia esattamente lo stesso di quello del film di René Clair, film del ’44, girato negli Stati Uniti. La storia narra di un cronista senza fortuna che riesce, grazie al fantasma di un suo amico, a ricevere tutti i giorni il quotidiano del giorno dopo. Scoop sensazionali, anticipazioni da vero fuoriclasse gli valgono un’incredibile fama. Fino al giorno in cui legge nel giornale del giorno dopo il proprio necrologio. Il film intende proporre una morale: l’opportunità di preferire l’ignoranza a una lucida e crudele lungimiranza.

Accadde domani
20 /03/98 Nord: 21,42%; Centro: 15,88%; Sud e isole: 17,09%. 4/14 anni: 10,84%; 15/34 anni: 18,39%; 35 anni e oltre: 20,00%. Donne: 22,70%; Uomini: 15,47%.

27/03/98 Nord: 18,79%; Centro: 16,37%; Sud e isole: 15,90%. 4/14 anni: 10,20%; 15/34 anni: 15,22%; 35 anni e oltre: 18,87%. Donne: 20,47%; Uomini: 14,54%.

Dati A.g.b. Italia s.p.a., fonte Auditel

Ora, che cosa si può trovare del film di René Clair nel programma di Maria De Filippi? La stessa volontà di scoprire qualcosa che non c’è ancora e che potrebbe esserci. La struttura di Accadde domani ricalca il plot di Amici e di Amici di sera: un talk show al cui centro, localizzato scenograficamente in una posizione inferiore, da arena, sono dei personaggi, presi dalla vita reale e non immaginaria, che raccontano la "loro" storia. La conduttrice fa da correttrice del racconto, in modo da renderlo il più possibile fedele alla struttura narrativa che il plot è in grado di contenere, e allo stesso tempo da mediatrice tra i suoi ospiti-personaggi e il pubblico-coro. Il ruolo di quest’ultimo è molto importante. Nel caso di Amici e Amici di sera si tratta di un pubblico "seriale", vale a dire che rimane sempre uguale a sé stesso, con gli stessi ruoli, le stesse maschere. C’è chi personificherà la casalinga medio-borghese, chi lo studente pieno di sani princìpi, chi la ragazza emancipata. Ognuno con un suo preciso copione. In Accadde domani il pubblico è messo a tacere, ancorché visibile e attore, grazie alla possibilità di applaudire e di sottolineare così gli interventi. La fruizione che richiede questo programma è di tipo partecipativo e compassionevole. Chi ascolta è sollecitato a «provare un sentimento, una sensazione». I racconti si svolgono attorno a temi di cronaca, come è il caso presentato il 20 marzo, di un malato di Aids che contagia la moglie e scappa in America Latina. La moglie muore, ma prima di morire scrive un diario dei suoi ultimi giorni, in cui perdona il marito. Nello studio troviamo quindi la madre della moglie con il suo avvocato, il fratello del malato e, in collegamento dal Messico dal letto di un ospedale, il malato stesso smagrito e spaesato, "allestito" in maniera antitelevisiva. A bilanciare abbiamo una De Filippi in ottima forma, vestita da sera, truccata, ben pettinata. Dalla cui bocca sono capaci di uscire frasi come questa: «Non credo che un malato, uno che sa che ha i giorni contati, riesca a capire».

Risulta, infine, immediato lo stacco disincantato dell’apparecchiatura dello show, uno studio sobrio e patinato, gli ospiti preparati alla scena, contro il contenuto che ospita, vivido e squallido, crudele e, allo stesso tempo, perfettamente coiffé. Il tutto può dare sensazioni imbarazzanti. Invece la conduttrice ci sguazza, felice di poter creare lei la notizia. Proprio come nel film di René Clair. Con lo stesso epilogo: il necrologio della realtà a tutto vantaggio del racconto dello spettacolo. (Aspetti, tra l’altro, che tendono a crescere se si considera l’ultimo programma di Maria De Filippi su Canale 5: Missione impossibile).

Spettatori in questura

Sotto l’etichetta della "televisione di servizio", idea nata con la Raitre di Angelo Guglielmi, troviamo per l’ottavo anno consecutivo Chi l’ha visto?, programma definito di attualità, che tratta della possibilità di ritrovare persone scomparse in circostanze misteriose. Il progetto di questa produzione si articola in una serie di casi: nell’ultima edizione, condotta da Marcella De Palma, si è arrivati a trattarne una quindicina, attraverso ricostruzioni filmate, testimonianze di parenti e amici, appelli telefonici agli spettatori, a chiunque abbia visto lo "scomparso". La motivazione è moralista, si invita il pubblico a non essere indifferente, ad aiutare la redazione del programma a concludere felicemente il caso. I servizi, che vengono confezionati per mostrare in maniera verosimile l’accaduto, hanno toni drammatici e patetici, sullo stile del "docudrama". Vogliono infondere un tipo di partecipazione emotiva al caso trattato, al punto da raggiungere anche livelli ansiogeni.

Chi l'ha visto?
17/03/98 Nord: 11,58%; Centro: 11,54%; Sud e isole: 6,96%. 4/14 anni: 2,45%; 15/34 anni: 4,10%; 35 anni e oltre: 13,02%. Donne: 13,44%; Uomini: 7,28%.

24/03/98 Nord: 14,01%; Centro: 13,38%; Sud e isole: 9,52%. 4/14 anni: 3,60%; 15/34 anni: 5,63%; 35 anni e oltre: 16,14%. Donne: 14,71%; Uomini: 11,19%.

Dati A.g.b. Italia s.p.a., fonte Auditel

I casi, nel corso delle ultime edizioni, hanno perso in urgenza. Si tratta di sparizioni risalenti a trenta, quarant’anni fa; o anche a sette-otto anni, e perciò da considerarsi croniche. Ogni tanto, con una media di due su quindici, si possono presentare esempi di scomparse addirittura del giorno prima. In questo caso la scaletta del programma non viene stravolta, si inserisce in modo posticcio il caso "fresco".

Il set è quello di una redazione al lavoro, con le centraliniste ben in vista, riprese mentre rispondono agli ascoltatori. La conduttrice, sempre donna in tutte le diverse edizioni, Donatella Raffai, Giovanna Milella, e ora la De Palma, ha i toni professionali di chi deve mantenere un giusto distacco per non allarmare la popolazione, ma allo stesso tempo una certa morbidità nella capacità di stare ad ascoltare. I protagonisti delle vicende sono solo nomi e fotografie, schede di riconoscimento di una specie di "questura televisiva". Non hanno il diritto di replica. La compassione non è fine a sé stessa, è evocata come motore della possibile azione di intervento. Nulla più.

 

La vera sorpresa? I premi  miliardari

Da un’idea di Raffaella Carrà, per la regia di Sergio Japino, ecco sugli schermi di Raiuno, per il terzo anno consecutivo, Carràmba, che sorpresa!, un programma di varietà già collaudato nei Paesi latinoamericani. La struttura è semplice: persone che non si vedono da lunghissimo tempo vengono fatte reincontrare in trasmissione, grazie all’aiuto della Raffaella nazionale.

Carràmba che sorpresa!
19/03/98 Nord: 21,78%; Centro: 30,96%; Sud e isole: 40,03%. 4/14 anni: 30,80%; 15/34 anni: 26,00%; 35 anni e oltre: 30,76%. Donne: 34,27%; Uomini: 23,34%.

26/03/98 Nord: 24,95%; Centro: 30,76%; Sud e isole: 43,31%. 4/14 anni: 34,07%; 15/34 anni: 29,33%; 35 anni e oltre: 33,78%. Donne: 36,80%; Uomini: 26,98%.

Dati A.g.b. Italia s.p.a., fonte Auditel

Prima che ciò avvenga, il protagonista del rinnovato incontro non sa niente. Viene invitato dalla Carrà a raccontare la sua storia, nei minimi dettagli, quelli più patetici ed emotivi, in una specie di anamnesi del suo caso "clinico". A questo punto interviene il rimedio e la cura: Carràmba, che sopresa!, la persona che tanto avremmo rivisto volentieri "è qui". Allora si abbracciano, scorrono le prime lacrime, il pubblico suggella il tutto con un calorosissimo applauso. La Carrà riluce di angelico splendore. Novità dell’edizione di quest’anno l’inserimento di storie per ragazzi, la possibilità di farli incontrare con i loro idoli dello spettacolo; a cui dobbiamo forse ricondurre il successo del programma nel pubblico dei giovanissimi. Inoltre l’allargamento dello studio agli esterni: così vediamo anche la Carrà sul pulmino che va alla ricerca di persone da far riunire. A fare da diversivo e da alleggerimento il corpo di ballo e le esibizioni della Carrà, spesso vestita di bianco. Il programma ha avuto una sorta di riciclaggio in Carràmba, che fortuna!, che abbina gli elementi principali della trasmissione al tradizionale appuntamento televisivo natalizio, con tanto di lotteria e premi miliardari.

Amori e curiosità da condòmini

Varietà, recita la presentazione del programma Stranamore di Canale 5. Alberto Castagna ha condotto questo programma, in onda dal ’94 sulle reti Mediaset, fino a quando non è stato colpito da una grave malattia. Il titolo, anche qui, proviene da un film, Il dottor Stranamore di Stanley Kubrick, del 1963. La storia è quella di uno scienziato, una macchietta di Hitler, consigliere del presidente americano, che, per sbaglio, sta per scatenare una guerra tesa alla distruzione totale del pianeta. Il film gioca sulla parodia del conflitto atomico, con tanto di bomba B52 sganciata, sempre per sbaglio, da un capitano yankee fin troppo solerte. Chissà se Castagna si è sentito questo personaggio definitivo. Il programma intende riconciliare coppie in crisi. E lo fa col sistema antichissimo dei messaggi d’amore. Solo che Castagna si propone come garante della giusta consegna del messaggio. Veste così i panni del puttino, del paciere e anche del mezzano. Sale sul pulmino di Stranamore e fa scoppiare la sua piccola bomba. La riconciliazione avviene in studio-salotto, con Castagna e lo/a sfortunato/a seduti su un divano, dopo un forte meccanismo di suspense: una porta che si apre a svelare la presenza, o l’assenza, dell’amato/a.

Stranamore
22/03/98 Nord: 22,24%; Centro: 22,61%; Sud e isole: 31,74%. 4/14 anni: 22,49%; 15/34 anni: 27,30%; 35 anni e oltre: 25,53%. Donne: 30,33%; Uomini: 20,54%.

29/03/98 Nord: 23,40%; Centro: 21,77%; Sud e isole: 31,62%. 4/14 anni: 23,04%; 15/34 anni: 28,62%; 35 anni e più: 25,28%. Donne: 29,94%; Uomini: 21,38%.

Dati A.g.b. Italia s.p.a., fonte Auditel

Il meccanismo, ormai oliatissimo, riesce a contenere al suo interno fino a sei, sette storie. Novità della sociologia, quest’anno Castagna ha ospitato anche il caso di una coppia omosessuale, il caso di una riconciliazione generazionale, un padre e un figlio che non si parlavano da diversi anni, così come l’incontro di un gruppo di amici conosciutisi nel corso di una vacanza in un villaggio turistico. E come in un villaggio turistico l’animatore Castagna raccoglie attorno a sé il suo pubblico, lo conduce a partecipare a questo ennesimo caso di "così va la vita", come succede nei quartieri affiatati, dove l’amore sfortunato di un vicino è materia di cui tutti devono occuparsi. La leva del programma sembra essere quella della compassione, per poi svelarsi essere la più solenne, cerimoniosa, morbosa, curiosità da condòmini.

È nata la religione della confidenza

La televisione di questi anni tende sempre più a ospitare nelle sue produzioni storie quotidiane del cittadino qualunque. Questi viene invitato a esporre il suo caso agli autori del programma, i quali si faranno carico della sua situazione e tenteranno in qualche modo di risolverla, previa la rappresentazione del suo esempio, exemplum, a milioni di telespettatori. Così Stranamore, Carràmba, che sorpresa!, Chi l’ha visto?, Accadde domani sono esempi di questo tipo di rapporto che si stabilisce tra pubblico e Tv, tra la gente e l’attore parasociale chiamato a risolvere i problemi. È un nuovo tipo di patto tra emittente e ricevente, quello che Dominique Mehl chiama «patto compassionale». In questa direzione può capitare di accendere la Tv ed entrare in rapporto diretto, addirittura empatico con uno sconosciuto che racconta la sua infelicità, al punto da fare propria la sua condizione, così come accade nei racconti di quartiere o, restringendo, in quelli della famiglia.

La televisione offre così delle pareti domestiche alla gente, fonda un familiarismo diffuso che si reifica in espressioni come «Mamma Rai», «La grande famiglia di Canale 5». Si tratta di una logica che paradossalmente si attua nel medium per eccellenza considerato centrifugo, la televisione, ma che invece di allargare il nostro mondo lo restringe sempre più in un movimento centripeto di ripiegamento su di sé. Nella società emozionale in cui viviamo è facile pensare che il contenuto dei messaggi che interessano è quello che appartiene alla persona stessa, la quale ci dà fiducia, letteralmente ci confida il suo segreto. Chi condivide il suo segreto entra in una comunità separata dal resto del potenziale pubblico che non si sintonizza su questi programmi. Si diventa come dei fedeli di questa religione sociale della confidenza e compassione pubblica. Queste emissioni si caratterizzano, in effetti, per una forte fedeltà. Al contrario, quando non si è adepti, non si preme il pulsante nemmeno per vedere.

Alberto Castagna nella trasmissione "Stranamore".

Il pubblico diventa privato

L’ipotesi sociologica forte è che la Tv compassionale rientri nella tendenza culturale a riunirsi in piccoli gruppi in cui identificarsi e in cui essere accolti. Il suo referente è più vicino alla compassione in senso cristiano, quella che mobilita cioè la carità risolutrice. Il pubblico si rivolge alla Tv per essere aiutato. Il mezzo di comunicazione più pubblico che c’è diventa sempre più ospite a cui raccontare la propria vita privata. Questo racconto trova senso, però, dall’essere condiviso dall’audience, in una sorta di con-fidenza pubblica alla quale si può credere o meno.

Così come accade nelle soap opera, o nei serial-tv, dove il ruolo del mito, nel suo essere racconto orale, spiega metaforicamente alcune direzioni di senso della vita di ogni uomo. A questo proposito, il racconto da parte di Ulisse delle avventure accadutegli in viaggio, l’epilogo familiare di una regina insidiata da corteggiatori spregiudicati e invadenti, la crisi d’identità di un Telemaco senza padre, possono essere considerati nel loro significato superficiale la narrazione di un fatto privato che non dovrebbe interessare nessuno. Il pubblico, allora, ospita il privato, partecipa a un clan di adepti con i quali compatire. La comunicazione, da allargata e centrifuga, torna indietro, si restringe e si chiude in un movimento opposto, centripeto. La rete, invece di allargare e alleggerire i rapporti sociali allontanandoli, si chiude e si appesantisce di "casi umani". Invece di diventare sempre più formale si fa concreta, tattile.

Alla luce di queste caratteristiche non è un caso che a essere attratte da questo genere di trasmissioni siano soprattutto donne, adulte, di area geografica prevalentemente meridionale, più disponibili a commuoversi e rientrare in questo fenomeno della compassione pubblica. Con questo, comunque, non si intende dare necessariamente una coloritura negativa a un simile target, visto che il sentimento della compassione, come scrive Milan Kundera ne L’insostenibile leggerezza dell’essere, «significa vivere insieme a qualcuno la sua disgrazia, ma anche provare insieme a lui qualsiasi altro sentimento: gioia, angoscia, felicità, dolore [...]. Designa quindi la capacità massima di immaginazione affettiva, l’arte della telepatia delle emozioni. Nella gerarchia dei sentimenti è il sentimento supremo». Oppure, scrive sempre Kundera, per compassione si può intendere «un’altra parola dal significato quasi identico»: la pietà. Questa «suggerisce persino una sorta di indulgenza verso colui che soffre. Aver pietà di una donna significa che siamo superiori a quella donna, che ci chiniamo, abbassiamo al suo livello».

La pietà del giorno dopo

Il sospetto verso queste trasmissioni è dettato, piuttosto, dal fatto che il tipo di sentimento che mobilitano è più prossimo alla pietà del "giorno dopo", pietà da necrologi, quando, a morte avvenuta, la realtà presta le sue storie alla televisione, e la televisione ce le restituisce come fantasmi. Queste trasmissioni, anziché mobilitare quella "immaginazione affettiva" a cui allude Kundera, restano ferme a un’immaginazione mortuaria, il cadavere fermo sul pavimento, il racconto dell’accaduto, la riconciliazione che è sempre, per forza di cose, postuma. E le prefiche pronte a piangere il loro morto di turno, come nella scaletta di un qualsiasi palinsesto del giorno prima, dal titolo "Accadde ieri".

Giorgio Simonelli e Giusi Di Lauro

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