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DOSSIER - KENZABURÕ ÕE

Un samurai per la pace

di Fulvio Panzeri
      

   Letture n.552 dicembre 1998 - Home Page

Spregiudicato nell’affrontare la realtà interiore, il Premio Nobel è stato segnato dall’esperienza del figlio handicappato. Lucido nel leggere le ambiguità del suo Paese, si è molto impegnato contro guerra e nucleare.

Il Premio Nobel per la letteratura, assegnato nel 1994, a Kenzaburõ Õe, ha avuto un grande merito, quello di far scoprire una diversa identità della letteratura giapponese moderna. Letteratura finora probabilmente conosciuta dagli occidentali per le lezioni storiche importanti, di natura e di livello soprattutto estetico-contemplativo, di autori quali Yasunari Kawabata, Jun’chiro Tanizaki, Yukio Mishima. Oppure, sempre per il lettore comune e rivolta verso il "nuovo" delle giovani generazioni, quella di Banana Yoshimoto e di Haruki Murakami.
  

Tra modernità e tradizione

Kenzaburõ Õe, nato nel 1935, è uno dei rappresentanti più significativi della generazione di mezzo e soprattutto racconta un Giappone diverso, quello drammatico, lacerato dalle contraddizioni e da un estremo bisogno di leggere la realtà in rapporto allo sradicamento della modernità e al peso della tradizione. Così la realtà, anche nelle sue pieghe più impietose, diventa il centro espressivo intorno a cui si muove un autore come Õe, il quale contrae il suo stile intorno alle lacerazioni di un sé tormentato da esperienze dolorose, e a una realtà sociale spesso ambigua, difficile da interpretare. Questa necessità imperiosa comporta per la sua scrittura un tratto distintivo, oggi assai raro, quello di affidarsi a una specie di "moralità" che nel fare letteratura privilegia le immagini di una contemporaneità che ha bisogno di essere interpretata e rivelata al di là degli aspetti ambigui che la contraddistinguono. Del resto nel discorso pronunciato in occasione del Premio Nobel, intitolato emblematicamente "Io e il mio ambiguo Giappone", Õe fa riferimento a Kawabata, il primo scrittore giapponese a salire su quel podio, che aveva parlato di sé e del «suo bel Giappone», un’immagine forse contrassegnata da troppa "vaghezza". Lui invece «come uomo che vive nel presente, serbando dolorosa memoria del passato», confessa di avere la sensazione che il Giappone contemporaneo, pur dopo centovent’anni di modernizzazione, «sia ancora lacerato da due tipi di ambiguità di segno opposto. Le stesse che vivo anch’io in prima persona, come scrittore che ne porta su di sé i segni profondi. Ambiguità che si manifestano in vari modi, tanto da creare lacerazioni in un’intera nazione e nel suo popolo».

Kenzaburõ Õe sceglie di non abbassare mai lo sguardo, di indagare sempre la radice di queste ambiguità, derivanti proprio da una modernizzazione che imita il modello occidentale, pur sapendo di appartenere all’Asia e pur volendo con determinazione mantenere gli aspetti tradizionali della propria cultura. Per Õe, «questo ambiguo concetto di progresso ha condotto il Paese ad assumere esso stesso il ruolo di invasore in Asia».
  

Scusa per le atrocità

È la generazione dei cosiddetti "scrittori del Dopoguerra" ad aver intuito con maggior forza la necessità di testimoniare questa frattura. Sono gli scrittori della "sua" generazione e Õe li definisce «i più consapevoli e onesti», proprio perché, «sebbene feriti dalla catastrofe, si sono adoperati, instancabili, a favore di una speranza di rinascita; lo hanno fatto cercando con umiltà la riconciliazione con il resto del mondo, tentando di ricompensare con immenso dolore le disumane atrocità compiute in Asia dall’esercito giapponese». Aggiunge, cercando di dare una ragione al suo impegno civile: «Non è mai venuta meno in me l’ispirazione a pormi sulla loro scia, ripartendo dagli esiti finali delle loro elaborazioni».

Kenzaburõ Õe si batte continuamente contro il conservatorismo del modello politico giapponese, un modello che, in qualche modo, ha impedito lo sviluppo di un processo democratico del Paese. Durante la sua infanzia sente che è possibile una specie di evoluzione verso l’educazione alla democrazia della società giapponese, soprattutto grazie all’elaborazione di una nuova Costituzione: «Leggevo con grande interesse, sentivo la forza liberatoria che avevano gli ideali del sistema democratico, spiegati da insegnanti che li affrontavano come novità anche per loro stessi: era una forza liberatoria rispetto al penetrante "bastone" dello Stato, a cui ero cosciente di essere stato, nonostante la giovane età, seriamente legato durante la guerra, e da cui, devo ammettere, ero pure stato affascinato».

Eppure cinquant’anni dopo si deve ricredere sull’effettiva penetrazione di quei valori: pesa ancora il ricordo della "guerra" e la spinta espansionistica. Per Õe solo una mozione di rinuncia alla guerra e un atto di scusa verso i popoli asiatici possono rappresentare un primo serio tentativo «per restituire dignità ad una Costituzione troppo spesso trascurata». Solo in questo modo è possibile ridare un senso allo sviluppo civile di un popolo. Infatti in questi anni, pur essendo rimasta immutata la Costituzione, per Õe, «è aumentata in continuazione la forza di difesa giapponese». Proprio la constatazione di questa "involuzione" gli fa scrivere considerazioni amare che esprimono appieno però la forza con cui affronta i temi dell’impegno morale e civile: «Data la situazione, devo riconoscere, anche in base alle mie esperienze personali, con amarezza, che da noi la democrazia non è ancora profondamente radicata».

Con spietatezza a volte crudele la narrativa di Õe registra e impone il suo percorso scomodo di attraversamento di quei temi-emblemi che ossessivamente appaiono nei suoi romanzi: l’handicap del figlio, lo spettro del nucleare, il fanatismo religioso, il potere e le discriminazioni razziali.

Una interpretazione della necessità dell’impegno sociale nella narrativa di Õe viene data da Kato Shuichi nella Storia della letteratura giapponese dall’Ottocento ai giorni nostri, curata da Adriana Buscaro e pubblicata da Marsilio nel 1996, che sottolinea quanto Õe nei suoi romanzi abbia trattato «quasi tutti i più latenti elementi di instabilità del sistema sociale dal 1960 in poi». Cita, per esemplificare, due romanzi non tradotti in italiano: Kozui wa waga tamashii ni oyobi (L’inondazione raggiunge la mia anima), del 1993, una critica all’efficienza aggressiva e distruttrice della civiltà contemporanea, vista attraverso gli occhi di un ragazzo ritardato; e Dojdai gemu (Giochi contemporanei), del 1979, che discute il mito dell’autonomia regionale e il potere accentratore dello Stato, attraverso il racconto della guerra tra un villaggio-Stato nelle montagne dello Shikoku e l’impero giapponese. Shuichi si chiede perché Õe protesti e opponga resistenza. La risposta la trova in queste affermazioni: «Non è un critico della linea politica. Non è nemmeno, come i critici marxisti, un rivoluzionario che proponga un sistema alternativo alla "superpotenza economica". Per mezzo di racconti fantastici e descrizioni di vita, da Rabelais agli hippies, si schiera in modo inequivocabile contro i valori che sostengono l’attuale società. Su quali valori positivi si basa tale rigetto? Sulla pace, sul verde e sull’importanza della vita umana. E questi fragili valori rimarrebbero inespressi se uno scrittore non li formulasse. Le condizioni di un’epoca – o la realtà di una generazione – appaiono quelle che sono non tanto quando le si accettano e le si descrivono, ma piuttosto – e soltanto – per quello che significano le critiche, il rigetto e i tentativi di superarle».

 

Drammi di persone sole

Õe è un innovatore, soprattutto per quanto riguarda l’impatto stilistico: lavora per salti logici, attraverso una sintassi spezzata, alla ricerca di un senso che possa restituire un ordine; quello che lo scrittore racconta è un tempo claustrofobico, in cui si consumano i drammi esistenziali dei personaggi, colti nel momento della solitudine più aspra, stremati dalla disperazione, lacerati da un isolamento in cui la comunicazione si fa sempre più precaria. Il suo non è uno stile sempre identificabile, in quanto continuamente oscillante dal grottesco all’invettiva, espedienti usati per rendere assai più determinati e incisivi questi suoi atti d’accusa, tanto da qualificare la sua come una letteratura strettamente anticonsolatoria, spesso segnata dal senso della "terribilità" di ciò che racconta, senza abbassare mai lo sguardo di fronte al dolore, alla falsità, al pregiudizio, al luogo comune. Del resto, concludendo il suo discorso per il Nobel, così definisce la sua natura di scrittore, ma pone anche dei punti fermi per interpretare la sua idea di arte: «È una mia convinzione priva di qualsiasi verifica, ma da persona debole quale sono aspiro a farmi carico con dolore delle sofferenze accumulate nel ventesimo secolo a causa di una mostruosa espansione della tecnologia e dei trasporti: e vorrei allora ricercare, come uomo ai margini del mondo, prospettive da offrire insieme a un contributo, spero corretto e umanistico, alla riconciliazione e alla cura di tutto il genere umano».

A conferma di quanto sia importante per lo scrittore il confronto serrato con la realtà, Michela Morresi e Cristiana Ceci, le curatrici dell’ultimo romanzo di Õe tradotto in italiano, in realtà risalente al 1961, come pubblicazione in lingua originale su rivista, Il figlio dell’Imperatore, raccontano della decisione di Õe, nel 1995, di non voler più scrivere romanzi, ma di sentire la necessità di ritrovare un "nuovo senso" nel suo fare "arte" attraverso il pensiero filosofico. Allora sembrava una decisione irrevocabile, che però proprio recentemente è stata contraddetta dalla pubblicazione di un nuovo romanzo, che, come dice lo stesso Õe, «racconta la storia di una comunità di preghiera formata da giovani, che alla fine viene emarginata dalla società perché considerata un gruppo di culto». Come nel caso del Figlio dell’Imperatore, anche il nuovo romanzo, L’albero verde che sprizza fiamme, non ancora tradotto in italiano, potrebbe ricollegarsi a recenti fatti di cronaca, come l’attentato al gas nervino nella metropolitana di Tokyo, nel 1995. Anche se poi il romanziere tende a una lettura meno "codificata": «Non posso fare altro che ammettere il mio ritardo rispetto alla realtà attuale: il mio romanzo non tratta infatti la sconfinata ostilità e aggressività che un gruppo di culto potrebbe nutrire; questo problema, dunque, è proprio ciò che io stesso sento ora di dover affrontare con particolare attenzione». Il perché di questa svolta viene spiegato dalle curatrici come un ripensamento che richiama Õe «al dovere di fornire la sua personale lettura della società giapponese contemporanea proponendosi di restituire potere e autorità al romanzo».
   

Minacciato e censurato

È una lettura che Õe offre anche nel Figlio dell’Imperatore, che proprio per il tono sarcastico e per l’irriverenza dura e beffarda, spesso grottesca nell’affrescare il vuoto di certa retorica, all’epoca venne censurato e provocò minacce di morte all’autore. Questo romanzo definisce la posizione morale e civile di Õe, che qui mette in discussione, attraverso un’invettiva contro l’ideologia dell’estrema destra, la rispettabilità della massima figura del potere nipponico, l’imperatore, appunto. A partire da un episodio di cronaca, quello di un giovane ossessionato e fanatico che accoltella, negli studi televisivi, in diretta con milioni di giapponesi, il segretario del Partito socialista, il romanzo rende un ritratto psicologico di questo "eroe" vuoto, questo giovane "Io" che per definire la propria grandezza giunge all’omicidio. Non c’è la necessità di giudicare, in Õe, e anche quando si affrontano i rituali di un uomo che crede ciecamente all’imperatore, definito il suo "vero sole", il suo «solo Dio che vince anche la morte», arrivando a uccidere proprio per una sorta di devozione a questa figura, c’è una necessità di capire le ragioni dell’umana debolezza, le frustrazioni latenti, l’irragionevolezza di fondo.
    

La tragedia dell’atomica

Nel romanzo è molto efficace anche il riferimento agli scontri di Hiroshima, luogo simbolo nel Giappone del Dopoguerra, nonché il ricordo delle vittime della bomba atomica. Del resto nel 1963 Õe intraprende un viaggio a Hiroshima: la constatazione della tragedia atomica sposta il centro del suo impegno su un versante pacifista e antinuclearista. Su questo argomento ha scritto due libri: Appunti su Hiroshima, del 1965, e Appunti su Okinawa, del 1970.

Quello della memoria della bomba atomica è un tema che ricorre spesso nella recente letteratura giapponese. Il romanzo simbolo, un capolavoro, è La pioggia nera di Ibuse Masuji, tradotto in italiano da Marsilio. Non si tratta di un reportage sul primo bombardamento atomico della storia: è la ricostruzione a posteriori, e a distanza, di un’esperienza di cui l’autore non è stato diretto testimone, ma che come "uomo di Hiroshima" e come "sopravvissuto" ha avuto su di lui un impatto profondo. Nell’introduzione, Luisa Bienati, che si segnala proprio per l’approfondimento del rapporto tra la letteratura giapponese e Hiroshima, scrive: «In questo romanzo non c’è una immagine della bomba, ma tante quante gli occhi che l’hanno vista. Solo frammenti di scene che vediamo srotolarsi con la lentezza di una moviola senza sonoro, con un sereno distacco da brivido: immagini in quello strano "silenzio di morte" che molti sopravvissuti ricordano di avere avvertito sulle rovine di Hiroshima e Nagasaki». È la stessa meditazione silenziosa che propone Õe in un suo saggio: «L’uomo di Hiroshima preferisce rimanere in silenzio fino a quando sarà di fronte alla morte. Vuole avere una sua vita e una sua morte. Non desidera che le sue miserie vengano messe in mostra e usate come dati dai movimenti contro le bombe atomiche o in altre lotte politiche... Noi non possiamo celebrare il sei di agosto; possiamo solo lasciare che se ne passi via con i suoi morti».

È un tema che viene sviluppato e approfondito anche in Ieri, 50 anni fa, pubblicato da Archinto, che raccoglie lo scambio epistolare di Õe con lo scrittore tedesco Günter Grass. I due scrittori sono uniti dall’essere stati due "bambini" segnati dalla guerra mondiale e dalla necessità di riflettere sul tema della «violazione della loro giovinezza», sicché decidono di rileggere la storia, l’attualità e i problemi dei loro Paesi. Centrale, nell’evolversi del colloquio, è il riferimento alle «due bombe atomiche che cambiarono il mondo». Õe sente forte il problema di non appartenere al passato, ma all’oggi e al domani, «come dimostrano chiaramente le malattie dovute alla radioattività sofferte dai superstiti e le mutazioni genetiche di cui sono vittime i loro figli». Da questa precisa constatazione nasce nello scrittore la "volontà di sopravvivere" con la scelta di dedicarsi a tematiche fortemente radicate nella società: «Nelle attività letterarie avviate frettolosamente, non potevo allora far altro che trattare tematiche di forte impatto sociale ispirate dall’attualità, impegnando tutto me stesso e sfidando le mie debolezze».
   

Un groviglio di tristezza

Il tema centrale della narrativa di Õe è quello del rapporto con l’handicap, quello del figlio Hikari, che pian piano lo scrittore impara ad amare, a comprendere, ma soprattutto a vedere in quell’oscurità che lo tormenta. Lo ricorda anche nel discorso tenuto a Stoccolma, quando chiede di consentirgli di tornare su un tema «personale, su mio figlio portatore di handicap mentale congenito». Racconta dell’amore del figlio per la musica, un amore che segue un itinerario in crescita, dal canto degli uccelli fino alla musica di Bach e di Mozart, fino ad arrivare a delle proprie composizioni musicali. Racconta Õe: «Man mano che scriveva, io che ero suo padre iniziai a percepire dell’altro nella sua musica, la voce di un’anima oscura e in lacrime. Nonostante l’handicap, grazie a sforzi assidui le sue composizioni, che sono la sua "consuetudine esistenziale", hanno acquisito una crescente tecnica e profondità concettuale, quella stessa che gli ha permesso di scoprire "il groviglio di oscura tristezza" che sentiva in sé ».

È un’esperienza raccontata anche in Una famiglia, una serie di interventi pubblicati per la prima volta sulla rivista scientifica Sawarabi, tradotto da Mondadori, un libro in cui con grande chiarezza e lucidità, oltre a seguire tappa per tappa la vicenda del figlio, affronta questioni essenziali, legate ai diritti degli emarginati e all’accettazione dell’handicap come problema dell’intera società.
    

Il figlio Hikari: una ricchezza

Il problema dell’handicap ha bisogno di essere valorizzato all’interno di una "nuova cultura", la quale si costruisce a partire dalla valorizzazione del disabile stesso, non dal suo occultamento da parte della società. Potrebbero sembrare problematiche ormai superate, visti i tentativi di integrazione che sono stati fatti in questi anni. Sono essenziali però le sottolineature "umane", strettamente affettive, che Õe usa per sviluppare il tema. Cita ad esempio la grande scrittrice Flannery O’Connor, soprattutto in virtù del suo estremismo che ben sintetizza la forza morale di un "nuovo" sguardo, quando «sostiene che l’atteggiamento sentimentale nei confronti dei bambini portatori di handicap, che implica il tentativo di tenere loro e la loro sofferenza lontani dagli occhi della gente, è paragonabile alla mentalità che ha portato ad alimentare il fumo nei forni crematori di Auschwitz». Così il figlio portatore di handicap non diviene qualcosa da occultare, ma da valorizzare. Õe racconta di sé stesso e del suo microcosmo familiare, della consapevolezza cui tutti sono giunti di una impossibilità a vivere senza Hikari, del vederlo come elemento indispensabile, al punto che afferma: «Il fatto che uno di noi sia un portatore di handicap ha fatto sì che gli altri dovessero compensare le sue debolezze facendo appello alla propria creatività». Come è avvenuto per la sorella, che proprio grazie a questo rapporto con Hikari riesce a rivelare le sue doti e la sua raggiunta maturità. È proprio la famiglia che può "rivelarsi" e "rivelare" questa "vivibilità", prima alla comunità in cui è inserita e poi diffondendo il messaggio a strati più larghi della società.

Alla fine Õe fa risuonare una domanda carica di pietà, come atteggiamento assolutamente umano. È una domanda ripresa da Simone Weil, quando parla della preghiera che richiede concentrazione e cita una leggenda legata al Santo Graal. Così è grato a coloro che hanno rivolto al figlio Hikari la stessa domanda: «In che modo stai soffrendo?». Forse la risposta è nella sua musica.

Molti dei libri più importanti di Õe hanno come tema quel "groviglio" che non pesa solo sull’anima del figlio, ma sull’intero nucleo familiare, in primis sul corpo del padre. Con tutte le incognite che questa condizione comporta: l’esclusione dal mondo e il rifiuto della società, salvati forse da un grido, una sorta di invocazione laica, quella stessa scelta come titolo per un racconto: Insegnaci a superare la nostra pazzia.

Questo testo è stato tradotto in italiano nel 1992, con altri tre romanzi brevi, scritti in tempi diversi (dal 1958 al 1972) e fondamentali per ripercorrere l’itinerario letterario e umano dello scrittore giapponese, in quanto sono tutti di ispirazione autobiografica. Sono testimonianza di una profondità di ricerca interiore attraverso la confessione letteraria. Õe si racconta, attraverso una spietata forza di analisi, nell’esprimere i propri tormenti, nello scavare dolorosamente nel profondo di sé stesso, tra le proprie sconfitte e i sensi di colpa che le accompagnano, per trovare una ragione e forse una luce nella propria angoscia esistenziale.
   

Provocazione e raccapriccio

Il breve romanzo che dà il titolo alla raccolta, imperniato sul rapporto tra lo scrittore e il figlio handicappato, diventa una traversata lucidissima, in cui le pagine sembrano un sudario, su cui ogni parola incide i contorni di un dramma in cerca di pietà: quella di un uomo che aspetta la nascita del figlio come una liberazione, «il primo passo verso una nuova vita, libera dall’ombra del padre morto», e si ritrova a condividere tutto il dolore con il figlio, «che non avrebbe mai potuto allontanare da sé». È il racconto di un rapporto doloroso, contrassegnato dall’immagine di due mani che si congiungono: «Le sofferenze fisiche del figlio gli vennero sempre comunicate attraverso le loro mani unite, facendo sperimentare al suo corpo una sorta di risonanza istantanea del dolore», quasi un desiderio di portar «ordine nel caos di paura e di dolore all’interno della testa buia e annebbiata del figlio». È anche una storia che nulla cela: forse questa spregiudicatezza nell’affrontare la realtà interiore è la ragione dello scandalo dei libri di Õe, in cui la provocatorietà dei temi, fino a giungere al raccapriccio, diventa un affondo nel gorgo dell’indicibile delle "espressioni dei morti", come avviene nei suoi racconti d’esordio, in cui i protagonisti giocano una partita-beffa con la morte o come nella parte finale dell’Animale d’allevamento, in cui il bambino è costretto a fare i conti con «il grido silenzioso del cadavere» del soldato negro.

Le pagine di Õe registrano spesso un dramma angoscioso in cui la forma del dolore si fa roca e dura. Lo dimostra il romanzo del 1964, Un’esperienza personale, che segna un passaggio netto nella sua esperienza di scrittore, dando inizio a quella necessità di mettere in scena la propria autobiografia. Insegnaci a superare la nostra pazzia mette a nudo due differenti disperazioni, quella del padre e quella del figlio, in un rapporto già consolidato, di persone che si interrogano sulla natura della sofferenza. Un’esperienza personale racconta invece la lacerante origine di quel rapporto, la nascita di un figlio malformato. Il protagonista, Tori-bird, è così chiamato perché come un uccello sente dentro di sé la necessità della fuga, da tutto e da tutti, innanzitutto da questa nuova presenza. Ecco allora il figlio abbandonato in ospedale che lui non ha nemmeno il coraggio di guardare, temendo di trovare dentro la deformità del bambino una forma della propria natura destituita nel nulla.

Quel bambino diventa la sua ossessione, il centro del suo fallimento: anch’egli designa il baratro che lo separa dal mondo, quel senso della lontananza tra sé e gli altri. Il padre, che vive questa «disgrazia personale» come «una sua personale vergogna», diventa «un vero e autentico nemico per il suo bambino, il primo e il più grande nemico della sua vita».

Fuggito di casa, subito dopo il matrimonio, sempre in bilico su un’incertezza esistenziale, Tori-bird si trova a guardare a questo avvenimento come a una sfida a sé stesso. Non c’è consolazione nel suo vagare un po’ allucinato nella città, in cui incontra, più che persone, fantasmi di una realtà inquieta. In questo «procedere solitario e disperato» c’è l’esasperato desiderio di non affrontare il problema di sé stesso in rapporto agli altri, con la necessità di immergersi in una caverna senza luce in attesa di «arrivare ad una via d’uscita con una prospettiva di verità che coinvolga gli altri». Il nodo tragico per Tori-bird sta in un dilemma che da una parte lo porta a pensare di «strangolare il figlio con le proprie mani» e dall’altra lo invita ad «accettarlo e crescerlo, non certo fuggire dal suo fantasma». Una volta cancellata la presenza del figlio come maschera delle proprie ossessioni, il protagonista accetta la seconda risoluzione, quella che gli permette di riconoscere, come identità per il futuro, non il termine "speranza", ma la parola "pazienza" con tutto il senso che può avere e i valori che comporta.
   

La metafora della foresta

Anche gli altri due romanzi dello scrittore tradotti in italiano, pur se scritti in periodi diversi, a vent’anni di distanza l’uno dall’altro, Il grido silenzioso nel 1967 e Gli anni della nostalgia nel 1987, rimandano sempre a tracce e a metafore di una forte incidenza autobiografica e, per qualche verso, hanno una struttura che li apparenta. Il grido silenzioso è imperniato sulla figura di due fratelli, Mitsu e Taka, i quali si trovano a dover affrontare il senso dello sradicamento dalle proprie tradizioni, dopo aver fatto ritorno al loro villaggio d’origine nel sud-est del Giappone. Per loro ricostituire il rapporto con la propria terra equivale anche a ridarsi un’identità, a ricomporre un universo interiore e sociale insieme. Ognuno dei due però vive in modo assai diverso questo ritrovarsi e il romanzo registra, in un affresco di grande forza simbolica, i contrasti tra lo scetticismo di Mitsu, introverso e pensatore, e l’idealismo di Taka, il fratello minore, colui che si riconosce nell’immagine del perdente.

Anche Gli anni della nostalgia, grande romanzo di formazione, strutturato secondo un incedere cerimonioso e lento, quasi un trascorrere entro il tempo della meditazione, trova la sua forza nel mettere a confronto due personaggi "forti": il giovane Kei, alter-ego dello scrittore, e Gii, l’eremita, misterioso, enigmatico nella sua ambivalenza, misto di saggezza e follia, acuto e profondo nei suoi giudizi, gran lettore di Dante.

L’amicizia che rende forte e consolida il loro rapporto, un’amicizia che è in grado di scrutare le profondità dell’essere, che si fonda su una fiera capacità di dialogo che non teme le critiche, anzi le pone come caposaldo di questa forma d’intesa, è anche un riconoscimento del tutto particolare che Kei offre all’amico: il considerarlo anche un "maestro", intuito come figura non certo impositiva, ma fluidamente presente, quasi in una condizione di veglia rispetto al destino del "discepolo".

Questo potrebbe essere definito il romanzo-summa dell’esperienza letteraria e umana di Õe: vi si rintracciano profonde connessioni religiose e uno sguardo intenso «al mondo immanente e trascendente», da interpretare attraverso il valore della "nostalgia"; importanti considerazioni sulla letteratura, richiami all’apprendistato letterario e ai significati profondi che hanno portato lo scrittore giapponese all’elaborazione delle varie opere; ma anche riflessioni sulla realtà della letteratura e sull’essere scrittore, identificato, secondo la lettura dantesca, come «soggettività del pellegrino», sempre teso, pur nell’impegno sociale, a misurarsi con la propria capacità immaginativa.

Questo accordo perfetto tra reale e immaginario, nel romanzo, trova la propria identificazione metaforica nel rapporto profondo con gli alberi e con l’immagine della foresta. La foresta, pur se continuamente corrosa dalla rottura degli equilibri primigeni che la governano, diventa la metafora della stessa vicenda umana: raccoglie e rivela il senso della felicità e dell’infelicità, i contrasti tra bene e male. È un luogo e una presenza intuiti come "mito" del mondo celeste, soglia di una purezza, ma anche dimensione di un «tempo eterno del sogno». Ciò le conferisce una sacralità entro la quale "il tempo" si libera dal peso della realtà, mentre "il sogno" acquista una sua lucida concretezza e nel suo essere "eterno" si rende presente al tempo della realtà.

         

Molti romanzi, ma pochi quelli tradotti

Kenzaburõ Õe nasce nel 1935 nell’isola di Shikoku. Si trasferisce a Tokyo dove si laurea in letteratura francese. Il suo esordio letterario risale agli anni del periodo universitario. Dal 1957 al 1963 scrive altri racconti brevi e romanzi.

Agli inizi degli anni Sessanta inizia a impegnarsi politicamente in un gruppo di intellettuali progressisti, e nel 1963 compie un viaggio a Hiroshima, per constatare la portata della tragedia atomica. È autore di numerosi romanzi, molti dei quali non ancora tradotti in italiano, pubblicati quasi regolarmente ogni tre-cinque anni.

Nel 1994 è stato insignito del Premio Nobel per la letteratura.

Opere principali tradotte in italiano:

  • Uno strano lavoro (Kimyona shigoto, 1957) e L’orgoglio dei morti (Shisha no ogori, 1957) in Racconti dal Giappone, a cura di Cristiana Ceci, Mondadori, Milano, 1992.
  • Il fratello minore dell’eroico guerriero (Yukan’na heishi no ototo, 1960),in Novelle e saggi giapponesi, a cura di Takata Hideki, Istituto giapponese di cultura in Roma, 1985.
  • Il giorno in cui lui mi asciugherà le lacrime (Warera no kyoky o ikinobiru michi o oshie yo, 1969); L’animale d’allevamento (Shiku, 1958); Insegnaci a superare la nostra pazzia (Mizukara waga namida o nugui tamau hi, 1972); Aghwee, il mostro celeste (Sora no kaibutsu agui, 1964) in Insegnaci a superare la nostra pazzia, traduzione di Nicoletta Spadavecchia, Garzanti, Milano, 1992.
  • Il figlio dell’Imperatore (Aimaina Nihon no watakushi, 1961), traduzione di Michela Morresi, Marsilio, Venezia, 1997.
  • Un’esperienza personale (Kojinteki na Taiken, 1964), traduzione di Nicoletta Spadavecchia, Garzanti, Milano, 1996.
  • Il grido silenzioso (Man’en Gannen no Huttobohru, 1967), traduzione di Nicoletta Spadavecchia, Garzanti, Milano, 1987.
  • Gli anni della nostalgia (Natsukashii toshi e no tegami, 1987), traduzione di Emanuele Ciccarella, Garzanti, Milano, 1997.
  • Ieri, 50 anni fa (con Günter Grass), traduzione di Maria Luisa Cantarelli e Mariko Muramatsu, Archinto, Milano, 1997.
  • Una famiglia (Kaifuku suru kazoku, 1995), traduzione di Elena Dal Prà, Mondadori, Milano, 1998.

 

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