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 ARTE E RELIGIONE ALLA FINE DEL MILLENNIO(1)

di Abraham B. Yehoshua


Letture n. 12 dicembre 1997 - Home Page In margine al convegno di Letture sulla narrativa, pubblichiamo tre contributi esclusivi. Il complesso rapporto dei credenti con le espressioni artistiche nell'analisi di un grande scrittore israeliano. Le provocatorie proposizioni di Paco Ignacio Taibo II e di un giovane italiano.

Quando, cento e vent'anni fa, Friederich Nietzsche enunciò il capitolo terzo della sua celebre La gaia scienza sulla morte di Dio, questa dichiarazione ebbe allora su tutta la classe intellettuale dell'Occidente l'effetto di una scossa elettrica. Era davvero impossibile condividere la convinzione del filosofo, secondo cui Dio era vissuto sino a quel momento e soltanto allora, cioè alla fine del secolo XIX, era improvvisamente scomparso dal mondo. Se così stavano effettivamente le cose, perché soltanto allora? E quali erano dunque il significato e la potenza di questo Dio nella coscienza storica umana, per ritrovarsi così da un giorno all'altro privo di vita? O forse la realtà non ha mai conosciuto un Dio, e il genere umano si affida alla sovranità di null'altro che l'ombra di un Dio? Forse però, la frase del filosofo va intesa non come la constatazione di un dato di fatto - Dio è morto -, bensì come un proponimento, un'aspirazione: sarebbe meglio che Dio, o se non altro il concetto di Dio, non agisse più nella coscienza umana, perché fa più male che bene, perché distoglie la coscienza da quella che è l'autentica missione dell'uomo: realizzare sé stesso, secondo le proprie, peculiari vie.

Sia quel che sia. A Nietzsche non mancano certo gli interpreti dell'ultima ora pronti ad affannarsi nel tentativo di sondare il segreto che celano le parole di quello che è stato sicuramente il maggior filosofo dell'ultimo scorcio del secolo passato, e che continua ad agitare molti animi anche nel nostro, producendo un grande fermento presso intellettuali ed artisti. Agli inizi di questo secolo parve effettivamente che l'umanità avesse deciso di ascoltare il consiglio di Nietzsche e fosse disposta a liberarsi di quell'immagine di Dio connaturata a sé, a lasciare tanto l'arte quanto la fede alle regole e ai dettami loro propri, vuoi per libera scelta come espressione di fiducia nella scienza, nella ragione e nella libertà dell'uomo, vuoi come rigida imposizione da parte del comunismo, che definì la religione "oppio dei popoli", o del fascismo, che trasformò un dio spirituale in un dio in carne ed ossa.

Abraham Yehoshua
Abraham Yehoshua

Ma ora che ci avviciniamo alla fine del ventesimo secolo, siamo a quanto pare di nuovo daccapo: se Nietzsche dichiarasse di questi tempi che Dio è morto, non pochi intellettuali e persino scienziati di vaglio prenderebbero sul ridere questa affermazione e inviterebbero il filosofo a guardarsi intorno e constatare personalmente non solo il fatto che le grandi religioni sono vive e attive e che i credenti non hanno la minima intenzione di rassegnarsi alla morte degli dei, ma anzi, che sono in continuo aumento, malgrado le scienze naturali e sociali conquistino nuovi territori dello spazio cosmico e umano ogni giorno che passa.

Nel mondo ebraico, gli osservanti, coloro che seguono la tradizione, sono sempre di più, e l'ortodossia non fa che acuire il proprio estremismo. E coloro che per natura sono portati al laicismo, come ad esempio la grande comunità ebraica nordamericana, non trovano altro modo per conservare la propria identità ebraica se non un qualsivoglia contatto con la casa di preghiera e tutto ciò che è legato al culto; anche la sinagoga riformata con tutte le comodità e licenze che si prende nei confronti della tradizione, è pur sempre una sinagoga. La recente avanzata del fondamentalismo nei paesi islamici è già stata ampiamente studiata, varie e approfondite teorie sono state formulare in proposito. I mussulmani sono per definizione stessa uomini di fede, e la simbiosi fra stato e religione ha rappresentato una costante anche nei periodi in cui l'Islam si è manifestato in forma moderata e conciliante.

Una crescente tensione religiosa

Oggi, anche in quei paesi in cui l'Islam non ha ottenuto il controllo assoluto del regime, si assiste a una crescente tensione religiosa. La religione diviene poi il fattore dominante per centinaia di milioni di persone, non solo dei paesi arabi ma anche di altri del mondo islamico, quali l'Iran, il Pakistan, la Malesia e altri. Anche il cristianesimo nelle sue varie sfaccettature non è più certamente sulla difensiva, anzi, assiste ad un processo di espansione e rafforzamento. L'Europa dell'Est e la Russia, liberatesi dagli ultimi residui di comunismo, stanno scoprendo un antico cristianesimo rimasto a lungo accantonato e represso, e cercano di riconnettersi a questi valori foss’anche soltanto per tornare a quel passato precomunista. Un vivo senso della fede è ciò che, ad esempio, ha dato ai polacchi la forza di ribellarsi per primi al comunismo. Non c'è dunque di che stupirsi se milioni di credenti, in bilico fra il vecchio e il nuovo fanno affidamento sulla chiesa cristiana.

Da sinistra: Ferruccio Parazzoli, Sandro Veronesi e Lidia Ravera. Da sinistra: Ferruccio Parazzoli, Sandro Veronesi e Lidia Ravera.

«Non sono d'accordo con Bloom»

Negli Stati Uniti, che hanno sempre considerato il pluralismo religioso come parte intrinseca della identità americana, la religione non sta affatto perdendo terreno. Non solo molti cittadini afroamericani continuano a cercare nella chiesa una qualche consolazione di fronte alla discriminazione e al dolente ricordo del proprio passato, anche nei nuovi ambienti conservatori fioriscono nuove espressioni religiose. Anche se non ci troviamo d'accordo con il professor Harold Bloom dell'Università di Yale, il quale sostiene che alla fine del secolo ventunesimo la maggior parte degli americani saranno o mormoni o battisti meridionali, ci sembra evidente che Dio, almeno in quanto concetto umano e sistema di fede, abbia e avrà ancora un ruolo importante nella realtà sociale americana. La protesta violenta contro ambulatori e medici che praticano l'aborto, testimonia anch'essa la forza d'impatto della religione presso molti americani che il movimento femminista e la lotta per i diritti civili non smuovono dall'attaccamento a vecchi principi.

Non conosco abbastanza le religioni orientali per potere fornire delle definizioni in qualche modo significative, ma mi pare che la viva religiosità tanto degli indiani quanto dei giapponesi abbia sempre rappresentato una componente essenziale della loro identità, e per questo anche fra i tecnologi più all'avanguardia e i grandi operatori finanziari giapponesi scorrono profondi fremiti di autentica fede religiosa.

Luce d'Eramo e Michele Prisco
Luce d'Eramo e Michele Prisco.

Come far avvicinare all'arte?

Ho esordito con questa premessa quasi ovvia, sì da arrivare al nocciolo della questione che vorrei affrontare, e cioè la natura dei complessi e problematici rapporti fra religione e arte. Con ciò non intendo soffermarmi soltanto sull'aspetto teorico di questi nessi, ma tentare anche di scendere sul terreno dei rapporti pratici, effettivi. Vale a dire: come si può avvicinare il pubblico religioso all'arte del nostro tempo e rendere questo pubblico un fruitore dell'arte, a profitto sia di sé stesso sia dell'arte?

I legami fra religione e arte sono inevitabilmente tesi e complessi, dotati tanto di una profonda interdipendenza quanto di una forte misura di sfida, di apporto reciproco ma anche di sospetto e ostilità. Sia la religione sia l'arte hanno per ambito la spiritualità umana, entrambe mirano a sondarne le profondità per modificarla in qualche modo, per purificarla e per temprarla. Ogni confessione religiosa sa che per aprire la mente dell'uomo e metterla in relazione con la numinosità e con le forze invisibili che popolano il mondo, non può fare a meno di supportarsi con i mezzi artistici, i quali risvegliano la capacità immaginativa e accrescono la capacità di immedesimazione. Ogni credenza religiosa sa anche però che, quando non è frenata o guidata dall'etos religioso, l'arte può diventare pericolosa e ribelle, se non altro perché l'ossigeno che l'alimenta è la libertà: senza contare che essa necessita di un'alta concentrazione di questo ossigeno, in altre parole di una grande misura di libertà, fondamentale non solo per la creatività , ma anche per "intercettare" il destinatario. L'arte rappresenta per la religione una potenziale minaccia, perché può indurre alla convinzione che la tradizione religiosa non sia indispensabile per trovare la strada giusta, che l'uomo è in grado di intessere autonomamente il proprio legame con la divinità.

Giovanni Mariotti
Giovanni Mariotti

Più la fede è monoteistica e fornita di un rigido sistema di precetti e di leggi da applicarsi alla vita quotidiana, più sono angusti gli spazi che essa concede all'attività artistica. Tale è infatti la religione ebraica che, proponendosi come una confessione rigorosamente monoteistica e avversa a ogni forma di paganesimo, ha sin dal principio manifestato ostilità verso ogni propensione estetica, in particolare se legata alla materia - sia essa scultura o raffigurazione pittorica. Per centinaia di anni gli ebrei religiosi hanno vissuto presso i maggiori centri di cultura dell'Europa, dando mostra di un'eccellente creatività nell'ambito della filosofia e dei diritto, ma non in quello dell'arte. Accanto a Leonardo da Vinci e Michelangelo, a Shakespeare o Moliére, Rembrandt o Goya, non si sono avuti artisti ebrei particolarmente significativi.

È stato solo in questi ultimi due secoli, con l'avvio del processo di laicizzazione degli ebrei, che di colpo è esplosa un'energia creativa e artistica rimasta sopita per un lunghissimo periodo. I molti scrittori, pittori e musicisti ebrei che hanno stupito il mondo in questi ultimi cent'anni, non esprimono soltanto sé stessi ma sono anche in fondo gli emissari ed eredi di quei loro avi artisti che non hanno potuto realizzarsi perché la religione ebraica non ha concesso loro uno spazio adeguato per esprimersi autenticamente.

Nell'Islam, anch'esso una fede schiettamente monoteistica, l'espressione artistica ha avuto margini leggermente più ampi, soprattutto nell'architettura. Ma anche qui l'arte è stata sottoposta a rigido controllo. Nel cristianesimo, e soprattutto nel cattolicesimo, questi margini erano ancora più ampi, tuttavia, malgrado la vastità e la ricchezza delle testimonianze, restavano pur margini, in cui la fede cercava non solo di fissare la sede autentica in cui l'uomo si misura con gli interrogativi fondamentali della vita, ma anche di stabilire con evidenza che lo scopo vero dell'arte è di trasmettere il messaggio religioso.

Ferdinando Camon
Ferdinando Camon

Laicizzazione e democrazia

Nel corso degli ultimi due secoli il mondo ha avviato un processo di profonda laicizzazione, non soltanto abbandonando la fede e negando l'esistenza di Dio, ma anche e soprattutto con il distacco dalla supervisione religiosa di ambiti complessivi dell'esperienza umana: la scienza il mondo sociale lo stato e ovviamente anche l'arte in tutte le sue manifestazioni. L'uomo emancipato ha dato espressione alla propria nuova e piena libertà essenzialmente nel contesto dell'arte, che è stata il battistrada più dirompente verso una posizione critica nei confronti della società, dello stato e della religione.

Eccoci allora alla fine del ventesimo secolo, alla fine del secondo Millennio, accompagnata dall'inebriante sensazione che la democrazia abbia davvero trionfato nella lotta fra i due blocchi - per intenderci, la guerra fredda che la scienza ci apra continuamente nuovi orizzonti. Ciononostante, sono ancora in molti a non voler rinunciare non soltanto alla fede e a Dio, ma anche al contesto religioso in sé, ad imporsi per libera scelta il giogo di precetti e norme di comportamento. Alcuni lo fanno pur continuando ad agire e vivere nel contesto della società moderna, altri invece preferiscono ridurre ai minimi termini la propria presenza attiva nel mondo per dedicarsi il più possibile alla sfera religiosa. La maggior parte di coloro che appartengono a questa categoria non sono quei "naturali consumatori" di arte cui rivolgersi, vuoi nella danza vuoi nella musica o nel teatro.

Ci sono persone che non hanno mai messo piede in un auditorium per sentire un'orchestra suonare Beethoven o Mozart, che non hanno mai visto uno spettacolo di danza o di teatro. Sono convinto che i mussulmani più integralisti, non necessariamente poveri o incolti, si facciano vedere assai di rado nei centri culturali dei paesi islamici, e ho l'impressione che anche i gruppi più corretti e acculturati, come i mormoni o i cristiani più ferventi nel sud degli Stati Uniti, preferiscano la pacata musica dei loro cori all"'Uccello di Fuoco" di Stravinsky o al corpo di ballo di Balanchine.

Da più di vent'anni sono un abbonato ai concerti dell'orchestra filarmonica israeliana e continuo a stupirmi del fatto che fra il pubblico che affolla la sala si contino così pochi ebrei religiosi con la kippah in testa, presumibilmente moderati. Va da sé che non è una questione di mancanza di denaro o di inadeguatezza culturale, giacché negli altri contesti sociali, nell'ambito dell'economia, della scienza e della giustizia, i religiosi collaborano attivamente. Sta di fatto che invece vengono assai poco anche a teatro, benché qui la situazione sia leggermente migliore che nelle sale concerti o negli spettacoli di danza.

Lo stesso discorso vale per gli artisti religiosi; sono ancora molto pochi, fra i fedeli, coloro che producono arte. In effetti la situazione è decisamente migliore nell'ambito dei religiosi moderati israeliani, ma è innegabile che un rilevante segmento di popolazione peraltro affermata in ambiti quali la giustizia, la ricerca universitaria e persino l'esercito, si tiene lontano dal mondo dell'arte.

Nella Francia della metà di questo secolo un artista del calibro di François Mauriac ha scelto di definirsi prima di tutto come scrittore cattolico e poi come scrittore francese. Vi è forse un suo erede fra gli scrittori francesi di oggi? Nonostante vi siano sporadiche esperienze di artisti religiosi sia fra gli ebrei, sia fra i cristiani osservanti sia fra i mussulmani ortodossi, è evidente che non si tratta di artisti di spicco. Che inoltre preferiscono dedicarsi più a un'arte legata alla propria esperienza collettiva di fede, piuttosto che tentare un'espressione dal significato universale.

Segue: Arte e religione alla fine del millennio - 2
   
   

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