 |
Il Convegno di Letture
ha visto gli scrittori riaffermare la vitalità della narrativa, ma ha fatto balenare
anche i problemi: il mercato, la Tv, il distacco dai lettori, la politica. E la mancanza
di una dimensione metafisica che permetta di entrare nel nuovo Millennio almeno da
epigoni. Contrastanti referti sono giunti sulla salute presente e futura del romanzo
dal Convegno "Per la Narrativa tra Novecento e nuovo Millennio" organizzato da Letture
lo scorso 29 ottobre con la Fondazione Bellonci. Collegati in teleconferenza negli
studi di Telenova di Milano e SPICS di Roma due gruppi di scrittori, fra i più
rappresentativi per generazione, scelta di linguaggio e strutture narrative, sono venuti a
confronto coordinati da Paolo Mauri, responsabile delle pagine culturali di Repubblica.
Chi, come il sottoscritto, si era aspettato un incontrollabile parapiglia, dato
lirrinunciabile individualismo dei narratori, è rimasto deluso. Niente di più
ordinato e asseverativo, ciascuno scrittore essendo sceso in campo imbracciando, come uno
scudo, la dichiarazione della propria personalissima fede nel romanzo e, in particolar
modo, in quello specifico romanzo del quale egli stesso è paladino.
Né avrebbe potuto essere diversamente. In nome di chi o di che
cosa, infatti, uno scrittore dovrebbe rinunciare a sé stesso, cioè alla propria
biografia, così come lha rivendicata con forza Luce dEramo, o alla propria
fede, cioè al proprio credo, così come lo ha recitato lo scrittore messicano Paco
Ignacio Taibo II in apertura di Convegno? Andatevi a leggere più avanti il testo del suo
intervento: solo nella prima parte torna per ben diciassette volte la parola
"credo". Un vero e proprio inno alla meravigliosa vitalità del romanzo,
naturalmente a certe condizioni.
Un decalogo anche per chi
scrive sui muri della metropolitana
Sotto labbaglio dei riflettori le teste scottano come uova
sode. Nessuno ha laria di volerlo prendere alla leggera questo consulto sullo stato
di salute del romanzo. Cè chi, come Pontiggia, offre un decalogo dello scrittore
perché, siamo sinceri, con tutta la simpatia per Taibo II, non si può mica essere poi
troppo ottimisti, cè in giro sui banchi dei librai troppo brutta roba; la parola,
fondamento primo di ogni narrazione, depauperata, depredata, rischia di defungere. Può
ancora rinascere, ma a patto che lo scrittore osservi alcune regole. Il decalogo di
Pontiggia (lo pubblicheremo nel prossimo numero di Letture) è un piccolo
capolavoro che raccomando a chiunque, anche a chi scrive sui muri della metropolitana.
Veronesi dice che si è rotto un filo. Perplessità: di che filo si
tratta? È il filo che lega pubblico e autori, il filo di complicità, una specie di
cordone ombelicale che, se si spezza, ecco subentrare la stasi, il romanzo non si evolve,
stagna nella palude malsana del mercato. I mezzibusti dei Tg si sono sostituiti al
narratore, una comunicazione mortuaria ha usurpato la ricchezza della memoria, della
complessità. A conti fatti, i pericoli più immediati la narrativa non li nutre nel
proprio seno, il virus viene da fuori, lo avevamo pur detto nel nostro programma di
lavoro, dallintromissione di corpi estranei che, per interessi di mercato, generano
confusione e superficialità.
 |
| Taibo II parla negli studi di Telenova. |
«I libri che non hanno memoria sono libri che hanno
solo una superficie», avverte Francesca Sanvitale. Secondo La Capria la causa del filo
spezzato fra autore e pubblico sarebbe piuttosto da ricercare in un eccesso di produzione
che avrebbe impoverito limmaginazione. Un eccesso di sapere produce il non sapere,
inflazione e svalutazione proprio di quella parola che Pontiggia indicava come pietra
angolare di ogni narrazione. Se così fosse, saremmo tutti nello stesso inferno, autori
letterari e mestieranti dellultima ora. Come diceva Hemingway, avremmo tutti bisogno
di ritemperare le nostre matite. Per non sentirsi più capace di rifare la punta alla
propria, Hemingway ha preferito uscire di scena. Che avesse preso troppo sul serio la
funzione dello scrittore? Macché, dice e scrive Giulio Mozzi, «leviamoci dalla testa che
lo scrivere sia una funzione... leviamoci dalla testa che lo scrivere sia una missione,
leviamoci dalla testa che si possa parlare di qualcosa di diverso dalla verità...». Mi
pare che Mozzi abbia enunciato qualcosa di incredibilmente antico e di essenziale: che la
verità non può essere dimostrata ma soltanto raccontata. Vedi i Vangeli, aggiungo
io.
Ricchezza e ambiguità del racconto. Compito della narrazione è
metabolizzare la realtà di ogni giorno, conferma Bonaviri, scrittore fantastico e
favolistico. Già, la realtà: bisogna recuperare la concezione di realtà, interviene
Doninelli, «uno scrittore senza dimensione politica è uno scrittore dimezzato...», ma
oggi «quanto più uno scrittore è generoso, tanto più è mortificato... la cultura che
ha egemonizzato lItalia in questo secolo è stata profondamente antipopolare». Può
darsi, ma dove è andato a cacciarsi il popolo? Che faccia ha? Che abbia la faccia
rettangolare dello schermo tivù? Se così fosse la sua letteratura lavrebbe già
trovata: i suoi autori sono saltati fuori da quello schermo per mettergli in mano un
oggetto a forma di libro dove in copertina cè stampato il loro nome e cognome.
Allegro, dunque, popolo, la letteratura ha pensato anche a te! Così dobbiamo sentirci
dire da Castellaneta: che la letteratura, quella vera, seguirà ben presto il consiglio
che Amleto dava a Ofelia: si ritirerà in convento.
Nonostante i riflettori accesi cè davvero di che sudar
freddo, né basta a consolarci Lidia Ravera che, in procinto di partire per lIndia
(anche lei?), annuncia: nemmeno a parlarne, non se la sentirebbe proprio di vivere una
vita senza il conforto della narrativa la cui funzione è, grazie a Dio, quella di mettere
ordine nel caos della quotidianità. Punto. Perché, quanto a caos, anche in questo
convegno non si scherza. Ma soltanto in apparenza. Infatti, a ben guardare, i conti in
letteratura, quella vera, tornano sempre, o quasi. Così Giovanni Mariotti può ben dire
che compito della letteratura è avviare alla depravazione e che ogni biblioteca è
soltanto una sentina di vizi. Secondo lui almeno il 59% (?) della letteratura occidentale
è stata scritta con il preciso scopo di mettere in luce lidea delladulterio,
da Dante ( «Galeotto fu il libro...» ecc.) a Flaubert.
E solo apparentemente allopposto sembra la posizione
assolutamente etica di un Camon che riconosce nella scrittura un fatto di enorme
responsabilità, uno strumento di espressione di così dirompente potenza che la società
e la religione si oppongono che sia espresso poiché lo scrittore spezza, per sua stessa
natura, lequilibrio su cui poggiano le istituzioni. Ma se qualcosa manca alla
cultura italiana e alla sua espressione narrativa è proprio, secondo Emanuele Trevi, la
dialettica tra positivo e negativo, su cui soltanto può crescere una letteratura. Non
abbiamo mai conosciuto né un Céline né un Sartre italiani. Verissimo.
Che manchi alla narrativa italiana del Novecento una dimensione
metafisica e, dunque, diabolica che ci permetta di entrare nel nuovo Millennio almeno da
epigoni avendo soltanto a nostra disposizione una incompleta cultura del moderno? Così
parrebbe.
Ferruccio Parazzoli
|