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EDITORIALE

LA FEDE NEL ROMANZO E IL FILO SPEZZATO

di Ferruccio Parazzoli
    
   

Letture n. 12 dicembre 1997 - Home Page Il Convegno di Letture ha visto gli scrittori riaffermare la vitalità della narrativa, ma ha fatto balenare anche i problemi: il mercato, la Tv, il distacco dai lettori, la politica. E la mancanza di una dimensione metafisica che permetta di entrare nel nuovo Millennio almeno da epigoni.

Contrastanti referti sono giunti sulla salute presente e futura del romanzo dal Convegno "Per la Narrativa tra Novecento e nuovo Millennio" organizzato da Letture lo scorso 29 ottobre con la Fondazione Bellonci. Collegati in teleconferenza negli studi di Telenova di Milano e SPICS di Roma due gruppi di scrittori, fra i più rappresentativi per generazione, scelta di linguaggio e strutture narrative, sono venuti a confronto coordinati da Paolo Mauri, responsabile delle pagine culturali di Repubblica. Chi, come il sottoscritto, si era aspettato un incontrollabile parapiglia, dato l’irrinunciabile individualismo dei narratori, è rimasto deluso. Niente di più ordinato e asseverativo, ciascuno scrittore essendo sceso in campo imbracciando, come uno scudo, la dichiarazione della propria personalissima fede nel romanzo e, in particolar modo, in quello specifico romanzo del quale egli stesso è paladino.

Né avrebbe potuto essere diversamente. In nome di chi o di che cosa, infatti, uno scrittore dovrebbe rinunciare a sé stesso, cioè alla propria biografia, così come l’ha rivendicata con forza Luce d’Eramo, o alla propria fede, cioè al proprio credo, così come lo ha recitato lo scrittore messicano Paco Ignacio Taibo II in apertura di Convegno? Andatevi a leggere più avanti il testo del suo intervento: solo nella prima parte torna per ben diciassette volte la parola "credo". Un vero e proprio inno alla meravigliosa vitalità del romanzo, naturalmente a certe condizioni.

Un decalogo anche per chi scrive sui muri della metropolitana

Sotto l’abbaglio dei riflettori le teste scottano come uova sode. Nessuno ha l’aria di volerlo prendere alla leggera questo consulto sullo stato di salute del romanzo. C’è chi, come Pontiggia, offre un decalogo dello scrittore perché, siamo sinceri, con tutta la simpatia per Taibo II, non si può mica essere poi troppo ottimisti, c’è in giro sui banchi dei librai troppo brutta roba; la parola, fondamento primo di ogni narrazione, depauperata, depredata, rischia di defungere. Può ancora rinascere, ma a patto che lo scrittore osservi alcune regole. Il decalogo di Pontiggia (lo pubblicheremo nel prossimo numero di Letture) è un piccolo capolavoro che raccomando a chiunque, anche a chi scrive sui muri della metropolitana.

Veronesi dice che si è rotto un filo. Perplessità: di che filo si tratta? È il filo che lega pubblico e autori, il filo di complicità, una specie di cordone ombelicale che, se si spezza, ecco subentrare la stasi, il romanzo non si evolve, stagna nella palude malsana del mercato. I mezzibusti dei Tg si sono sostituiti al narratore, una comunicazione mortuaria ha usurpato la ricchezza della memoria, della complessità. A conti fatti, i pericoli più immediati la narrativa non li nutre nel proprio seno, il virus viene da fuori, lo avevamo pur detto nel nostro programma di lavoro, dall’intromissione di corpi estranei che, per interessi di mercato, generano confusione e superficialità.

Taibo II parla negli studi di Telenova.
Taibo II parla negli studi di Telenova.

«I libri che non hanno memoria sono libri che hanno solo una superficie», avverte Francesca Sanvitale. Secondo La Capria la causa del filo spezzato fra autore e pubblico sarebbe piuttosto da ricercare in un eccesso di produzione che avrebbe impoverito l’immaginazione. Un eccesso di sapere produce il non sapere, inflazione e svalutazione proprio di quella parola che Pontiggia indicava come pietra angolare di ogni narrazione. Se così fosse, saremmo tutti nello stesso inferno, autori letterari e mestieranti dell’ultima ora. Come diceva Hemingway, avremmo tutti bisogno di ritemperare le nostre matite. Per non sentirsi più capace di rifare la punta alla propria, Hemingway ha preferito uscire di scena. Che avesse preso troppo sul serio la funzione dello scrittore? Macché, dice e scrive Giulio Mozzi, «leviamoci dalla testa che lo scrivere sia una funzione... leviamoci dalla testa che lo scrivere sia una missione, leviamoci dalla testa che si possa parlare di qualcosa di diverso dalla verità...». Mi pare che Mozzi abbia enunciato qualcosa di incredibilmente antico e di essenziale: che la verità non può essere dimostrata ma soltanto raccontata. Vedi i Vangeli, aggiungo io.

Ricchezza e ambiguità del racconto. Compito della narrazione è metabolizzare la realtà di ogni giorno, conferma Bonaviri, scrittore fantastico e favolistico. Già, la realtà: bisogna recuperare la concezione di realtà, interviene Doninelli, «uno scrittore senza dimensione politica è uno scrittore dimezzato...», ma oggi «quanto più uno scrittore è generoso, tanto più è mortificato... la cultura che ha egemonizzato l’Italia in questo secolo è stata profondamente antipopolare». Può darsi, ma dove è andato a cacciarsi il popolo? Che faccia ha? Che abbia la faccia rettangolare dello schermo tivù? Se così fosse la sua letteratura l’avrebbe già trovata: i suoi autori sono saltati fuori da quello schermo per mettergli in mano un oggetto a forma di libro dove in copertina c’è stampato il loro nome e cognome. Allegro, dunque, popolo, la letteratura ha pensato anche a te! Così dobbiamo sentirci dire da Castellaneta: che la letteratura, quella vera, seguirà ben presto il consiglio che Amleto dava a Ofelia: si ritirerà in convento.

Nonostante i riflettori accesi c’è davvero di che sudar freddo, né basta a consolarci Lidia Ravera che, in procinto di partire per l’India (anche lei?), annuncia: nemmeno a parlarne, non se la sentirebbe proprio di vivere una vita senza il conforto della narrativa la cui funzione è, grazie a Dio, quella di mettere ordine nel caos della quotidianità. Punto. Perché, quanto a caos, anche in questo convegno non si scherza. Ma soltanto in apparenza. Infatti, a ben guardare, i conti in letteratura, quella vera, tornano sempre, o quasi. Così Giovanni Mariotti può ben dire che compito della letteratura è avviare alla depravazione e che ogni biblioteca è soltanto una sentina di vizi. Secondo lui almeno il 59% (?) della letteratura occidentale è stata scritta con il preciso scopo di mettere in luce l’idea dell’adulterio, da Dante ( «Galeotto fu il libro...» ecc.) a Flaubert.

E solo apparentemente all’opposto sembra la posizione assolutamente etica di un Camon che riconosce nella scrittura un fatto di enorme responsabilità, uno strumento di espressione di così dirompente potenza che la società e la religione si oppongono che sia espresso poiché lo scrittore spezza, per sua stessa natura, l’equilibrio su cui poggiano le istituzioni. Ma se qualcosa manca alla cultura italiana e alla sua espressione narrativa è proprio, secondo Emanuele Trevi, la dialettica tra positivo e negativo, su cui soltanto può crescere una letteratura. Non abbiamo mai conosciuto né un Céline né un Sartre italiani. Verissimo.

Che manchi alla narrativa italiana del Novecento una dimensione metafisica e, dunque, diabolica che ci permetta di entrare nel nuovo Millennio almeno da epigoni avendo soltanto a nostra disposizione una incompleta cultura del moderno? Così parrebbe.

Ferruccio Parazzoli
   
    

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