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SI SALVANO SOLO I JAZZISTI. IL RESTO È CASCAME

di Giuseppe Conte
   

Letture n. 12 dicembre 1997 - Home Page Molti poeti della mia generazione hanno un complesso di inferiorità verso i cantautori. I cantautori sono popolari, ricchi, amati, adulati dal potere: il contrario di quello che accade ai poeti, anche ai più anziani e stimabili. Personalmente, non condivido questo atteggiamento, perché ho ben chiare delle distinzioni. Certo, se si intende la poesia come un’espressione intenerita e un po’ stralunata di qualche privata emozione, se la si spoglia di ogni valenza filosofica, metafisica, progettuale, di visione complessa delle cose del mondo, allora capisco: Dalla e Guccini sono poeti, eccome. Ma nella mia concezione della poesia hanno spazio dei valori – il simbolo, il mito, la ricerca dell’assoluto, il tragico – che nella canzone d’autore non si trovano neppure adombrati.
Vasco Rossi
Vasco Rossi

Ricordo di averne parlato una sera di tanti anni fa, quando mi trovai per caso, unico letterato insieme a Nico Orengo, a una cena del Club Tenco, nell’entroterra ligure. Tra i cantautori c’erano Vecchioni, Paoli, Guccini. Quest’ultimo era seduto vicino a me, e quando gli chiesi se una sua canzone dedicata a Bisanzio avesse qualche riferimento alla celeberrima poesia di Yeats mi guardò stupito, leggermente infastidito, come se gli parlassi di cose che ignorava del tutto, e che riteneva legittimo ignorare. Vecchioni assunse un atteggiamento di goliardica supponenza professorale, di autoglorificazione. Gino Paoli spiegò la sua concezione della poesia con una metafora escrementizia, di quelle che corrono nei bar liguri e che conosco sin troppo bene.

Gli replicai con un discorso che rifarei ancora oggi: Paoli ha scritto canzoni anche deliziose, che sono state per tanti della mia generazione – non per me, ma questo sarebbe un altro discorso – la colonna sonora della loro giovinezza: ma la poesia non è solo blandire, costeggiare l’esistenza e le sue emozioni: la poesia vera è innanzi tutto indagare a fondo il mistero sacro della vita e dell’universo. I testi delle canzoni d’autore senza le note si rivelano in genere cascami di Prévert e di Pavese – quest’ultimo privato del suo rilievo mitico – e non hanno una loro autonomia espressiva in quanto tali; se poi entrano in certe antologie per le scuole medie, è soltanto grazie alla demagogia e al livellamento ideologico di tanti tristissimi intellettuali-massa. Più hanno pretese letterarie, più sono deboli e brutti; i peggiori, per me, sono proprio i testi del tipo di quelli di Vecchioni e De Gregori.

Roberto Vecchioni
Roberto Vecchioni

Mentre mi colpiscono certi passaggi anche verbali delle canzoni di Vasco Rossi o di Pino Daniele, che non so neppure se si considerano "cantautori".

Quante strimpellate monocordi

Il fatto è che chi scrive canzoni dovrebbe innanzi tutto preoccuparsi della musica. E anche lì, la musica di tanti cantautori è una strimpellata monocorde che, devo confessarlo, mi dà addirittura fastidio fisico e dalla quale sto accuratamente lontano. Da quando avevo dodici anni, sono un appassionato cultore del jazz, e ho l’orecchio condizionato dal mio amore inesauribile per i miei eroi musicali: Duke Ellington, Nat King Cole, Charlie Parker, il Modern Jazz Quartet, Stan Getz, Chet Baker... L’unico cantautore italiano che ha in qualche modo attraversato il jazz e ne ha arricchito la sua produzione è Paolo Conte: quello mi sembra il suo merito, e non certo aver scritto versi come: «e i francesi che s’incazzano / e le balle ancor gli girano».

Francesco De Gregori
Francesco De Gregori

Possibile, mi chiedo spesso, che nessuno sospetti, in questo Paese diventato così conformista e plumbeo, che per scelte di ricerca, stile di vita, espressione, sono i jazzisti i più vicini ai poeti, e i cantautori sono solo cantautori?

Giuseppe Conte

Segue: Piccolo dizionario di alcuni generi musicali
      

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