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GRATTA LUCIO DALLA E TROVI GUIDO CAVALCANTI

di Alessandro Zaccuri


Letture n. 12 dicembre 1997 - Home Page Quanto conta il testo nel successo di una canzone? O, meglio, quanto conta la qualità di un testo nel meccanismo di presa sul pubblico? Di per sé, infatti, le parole cantate possono essere importantissime o irrilevanti. Appartengono alla prima categoria, per esempio, i testi della canzone politica anni Settanta (Ivan Della Mea, Paolo Pietrangeli, il Guccini più datato…), quando la melodia era poco più che un pretesto per raddrizzare torti o annunciare rivoluzioni. All’estremo opposto, verso la deriva del "significante zero", potremmo invece collocare il primo successo degli 883, l’emblematico e a suo modo folgorante nonsense di Hanno ucciso l’Uomo Ragno, dove motivi di rima e percussioni imponevano che il supereroe dei fumetti venisse fatto fuori dalla «pubblicità» oppure da «qualche ditta di caffè».
Lucio Dalla
Lucio Dalla

Ma sarebbe un grossolano errore accontentarsi di questa contrapposizione schematica fra pienezza e assenza di significato. Anche senza volersi addentrare nell’insidiosa querelle sullo statuto poetico della canzonetta, infatti, non si può fare a meno di riconoscere che – in musica leggera come in letteratura – a fare la differenza non è tanto quello che si dice, quanto il modo in cui lo si dice.

Un estroso Bersani

Facciamo il caso di Canzone, l’hit che ha imposto il più recente album di Lucio Dalla (Canzoni, 1996). Buona parte del successo va senza dubbio attribuito alla musica, composta dallo stesso Dalla e arrangiata da Mauro Malavasi, con quella trovata geniale del violino che entra in concorrenza con la base ritmica. Ma sarebbe un errore sottovalutare le suggestioni del testo, firmato ancora da Dalla in collaborazione con Samuele Bersani, forse il più estroso fra i cantautori delle ultime generazioni.

A dispetto della sua apparente semplicità, Canzone alterna tre diversi livelli testuali: una dichiarazione d’amore in cui convivono romanticismo e crudezze ( «Io i miei occhi dai tuoi occhi / non li staccherei mai / e adesso anzi io me li mangio / tanto tu non lo sai»); una sorta di pre-ritornello che sigilla ogni strofa ( «Stare lontano da lei – non si vive / stare senza di lei – mi uccide»); infine, un altro ritornello sui generis, il cui testo varia, sia pure leggermente, di volta in volta.

Paolo Conte
Paolo Conte

La vera invenzione del testo sta proprio in questo terzo elemento, che affida alla canzone stessa l’incarico di cercare la donna amata: «Canzone, cercala se puoi / dille che non mi perda mai / va’ per le strade tra la gente / diglielo veramente». Soltanto che non di invenzione si tratta, ma di citazione. E di un precedente celeberrimo, ovvero la "ballatetta" di Guido Cavalcanti, testo cardine dello Stilnovo, in cui l’amico di Dante, muovendo da una situazione di esilio reale o immaginario ( «Perch’i’ non spero di tornar giammai, / ballatetta, in Toscana»), trasforma il proprio componimento in messaggero d’amore ( «va’ tu, leggera e piana, / dritt’a la donna mia»). È forse la più famosa poesia di Cavalcanti, rievocata fra gli altri dall’Eliot di Mercoledì delle Ceneri ( «Because I do not hope to turn again»), ma che a sua volta si riallaccia a una tradizione di personificazione – o, più tecnicamente, prosopopea – del testo scritto di cui si trova già traccia nell’Ovidio dei Tristia, altro canzoniere d’esilio che si apre con l’appello al libro inviato a Roma da solo ( «sine me», lamenta l’autore delle Metamorfosi).

Il martellante fascino di "certe notti"

D'accordo, non tutte le canzoni si pongono, come questa di Dalla e Bersani, al centro di un intreccio così complesso. Eppure tutte, in un modo o nell’altro, finiscono per rivelarci qualcosa del profilo letterario degli autori.

Gino Paoli Gino Paoli

Prendiamo Luciano Ligabue, rocker padano, autore anche di un acclamato quanto discutibile libro di racconti (Fuori e dentro il borgo, Baldini & Castoldi, 1997). Ammiratore dichiarato della Beat Generation, coerentemente il "Liga" predilige la figura retorica – amatissima dal Ginsberg di Urlo – dell’anafora o ripetizione. La sua canzone più conosciuta, Certe notti (dall’album Buon compleanno, Elvis, 1995), deve il suo fascino proprio alla ripresa martellante, a versi alterni, delle parole del titolo: «Certe notti la macchina è calda / e dove ti porta lo decide lei. / Certe notti la strada non conta / che quello che conta è sentire che vai».

Un discorso analogo vale per un altro successo di Ligabue, Ho messo via (da Sopravvissuti e sopravviventi, 1993), dove pure non mancano momenti felici di sintesi: «Ho messo via un po’ di illusioni / che prima o poi basta così / ne ho messe via due o tre cartoni / comunque so che sono lì».

Nessuna traccia di Cavalcanti, neppure involontaria, invece, in Ligabue, che del resto non ha alcuna pretesa – sia nelle canzoni sia nei libri – di una qualche ricercatezza letteraria. Al punto da cadere spesso in ripetizioni tutt’altro che stilisticamente intenzionali, come capita, per esempio, nella recente Il giorno di dolore che uno ha (una delle tre canzoni inedite dell’album dal vivo Su e giù da un palco, 1997), che imbocca scorciatoie abborracciate del tipo: «quando batte un po’ di sole / dove ci contavi un po’».

Ivano Fossati
Ivano Fossati

La collaborazione Battiato-Sgalambro

Che nelle canzoni la cultura aiuti ma non sia indispensabile lo dimostra anche la collaborazione tra Franco Battiato e il filosofo-paroliere Manlio Sgalambro. Dopo l’esordio nel 1995 con L’ombrello e la macchina da cucire, che conteneva testi di straordinaria forza evocativa e concettuale come L’esistenza di Dio ( «Ancora una cosa, / mente a Ockam prego: / Dio differisce dalla pietra / perché questa, dice, è finita. / La teologia vi invita, / anzi vi impone di / immaginare / una pietra infinita»), l’anno successivo i due sono tornati a lavorare insieme per L’imboscata, un album in cui, anche sul piano musicale, il pop sembra prendere il sopravvento.

Qui Franco Battiato è coautore di un paio di testi, compreso quello della fortunata La cura, brano volutamente percorso sia da locuzioni ricercate ( «Supererò le correnti gravitazionali, / lo spazio e la luce / per non farti invecchiare»), sia da espressioni desunte dalla quotidianità ( «Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore, / dalle ossessioni delle tue manie»). Anche nei testi del solo Sgalambro, comunque, il tessuto finissimo di citazioni che ne L’ombrello e la macchina da cucire caratterizzava, per esempio, Gesualdo da Venosa, lascia il posto a una vena più narrativa, a tratti forse anche autobiografica, che curiosamente sembra affidare alla musica il compito di nobilitare parole così semplici da rischiare altrimenti di risultare dimesse.

Pino Daniele
Pino Daniele

Paradosso per paradosso, vale forse la pena di concludere sottolineando come l’unica canzone d’autore che in questi anni abbia svolto un ruolo politico sia La canzone popolare di Ivano Fossati (dall’album Lindbergh, 1992), adottata come inno dell’Ulivo alle elezioni del ’96. Bene, provate a leggerne il testo: molti squarci lirici, come spesso accade in Fossati ( «Sono io sono proprio io / che non mi guardo più allo specchio / per non vedere le mie mani più veloci / né il mio vestito più vecchio»), ma di ideologia neppure l’ombra. Ariprova, forse, del fatto che la politica oggi riguarda più l’emozione che il pensiero. Ma anche una bella occasione per dimostrare come la canzone debba la sua forza a qualcosa che non è il solo testo, né la sola musica, ma la misteriosa alleanza tra questi elementi e le aspettative del pubblico.

Alessandro Zaccuri

Segue: Si salvano solo i jazzisti. Il resto è cascame
      

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